Forse aveva ragione Nando Dalla Chiesa che, circa quindici anni fa, propose (per ridere ma mica tanto) una legge semplice semplice.
Io l'ho leggermente riscritta e recita così:
"A Silvio Berlusconi, nato a Milano il 29 settembre 1936, e a quattro persone da lui indicate in allegato sono condonati in via definitiva tutti gli eventuali reati civili e penali commessi, su territorio italiano, europeo, mondiale e spaziale, fino al giorno della pubblicazione della presente legge sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. L'elenco completo dei suddetti eventuali reati deve (pena il decadimento dai benefici previsti dalla presente legge) venir inviato in triplice copia, a mezzo raccomandata con ricevuta di ritorno, al comune di Gennargientu entro e non oltre centottanta giorni dalla data della pubblicazione della presente legge sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana".
E non se ne parlava più.
Ovvio: sarebbe stata stata una cosa abominevole, in contrasto con le più elementari regole della storia del diritto occidentale, ma almeno un'intera nazione non sarebbe diventata la devastata terra di saccheggio ad opera di costui, dei suoi avvocati e delle plebi da essi ipnotizzate.
In più c'è un altro fatto mostruoso: è demente che adesso sia diventato un tabù parlare di riforma della giustizia (che è indispensabile) perchè le persone oneste pensano subito ai cazzi personali di Berlusconi.
E che non si possa parlare di riforma del sistema televisivo (che è indispensabile) perchè si pensa subito agli interessacci di Berlusconi.
E se parliamo di editoria e di riduzione dell'Iva sui libri (che è indispensabile) ecco che rispuntano gli affari imprenditoriali della berlusconiana Mondadorinaudi. (E tra l'altro i miei libri per ragazzi escono con la EL e la Einaudi Ragazzi).
E se parliamo di cinema, ecco che arriva la Medusa...
e se e se e se e se...
Non è possibile: nemmeno di calcio si può parlar più, in Italia, nemmeno di un dribbling, nemmeno di donne, senza che spunti questo ometto nasuto con le sue fesserie, le sue volgarità e i suoi conflitti di interessi che hanno impestato l'Italia.
Sedici anni della mia vita a parlare migliaia e migliaia di volte e a scrivere centinaia e centinaia di articoli su questo ridicolo e dannoso omino e sulla sua sub-visione del mondo.
Ma vi rendete conto?
Scritto alle 17:43 nella attualità, Auto-lezioni, banalità, domande, donne, Film, Libri, persone, politica, Sport, storia, Televisione | Permalink | Commenti (6) | TrackBack (0)
Scritto alle 09:18 nella attualità, banalità, domande, Giochi, letture, Libri, persone, Televisione | Permalink | Commenti (38) | TrackBack (0)
Alla Biblioteca Statale di Trieste, aleggia un mistero.
Che spero voi possiate aiutarmi a decifrare.
E' in distribuzione un volantino ufficiale con tanto di indirizzo, numeri di telefono, fax, opac, indirizzo di posta elettronica, istruzioni per prendere in prestito i libri, orario eccetera eccetera eccetera.
L'orario del prestito è (ricopio letteralmente dallo stampato):
LUN. - MAR. - MERC. - GIOV. VEN. - 08.30 -18.00
con prelievo pomeridiano dalle ore 15, 16, 17, 18
Qualcuno sa spiegarmi il senso di quel: "15, 16, 17, 18"?
Grazie.
Scritto alle 22:32 nella attualità, banalità, domande, Giochi, letture, Libri, persone, scuola e università | Permalink | Commenti (27) | TrackBack (0)
29 ottobre 1959: il numero 1 di Pilote pubblica la prima puntata di Asterix il gallico (sceneggiato da Renè Goscinny e disegnato da Albert Uderzo).
Nascono così Asterix, Obelix, Assuranceturix, Panoramix, Giulio Cesare, Cleopatra, Matusalemix, Abraracourcix, Automatix, Barbe Rouge, Guru Kivalah, Treppiedi, Baba, Beniamina, Ordinalfabetix, Beltorax, Grandimais, Caius Bonus, Ielosubmarine, Olaf Grandibaf, Pepe, Salsa Di Peperon Y Monton, i Pirati, i cinghiali.
E lei! Falbalà.
E lui! Idefix.
Se vi va, lasciate il ricordo di un vostro incontro con questi deliziosi galli celti (così diversi dai fessi nostrani della pseudo-Padania) nel loro piccolo buffo villaggio dell'Armorica.
Ieri sera ho cominciato a leggere The dome di Stephen King, uscito un paio di giorni fa.
C'è poco da fare: per King ho un debole, lo seguo dalla fine degli anni Settanta, quando Sonzogno tradusse in Italia Carrie e Una splendida festa di morte (Shining).
Da allora me lo sono letto tutto, tra alti (It), altissimi (Stand by me), bassi (Cose preziose) e bassissimi (certe raccolte di racconti).
Certo, molte volte ha buttato giù storie dai brutti finali (la deludente conclusione di It rovina uno splendido romanzo e grida ancora vendetta), spesso si lascia prendere la mano dal truculento a tutti i costri. Ma, nel bene e nel male, King è una forza della natura, uno scrittore poderoso, uno di quelli che fanno far notte fonda per girar pagina dopo pagina perchè si vuol sapere cosa accadrà ai personaggi, uno che mette in scena il mondo dei nostri tempi e racconta come pochi i tumulti dell'adolescenza, gli abomini della provincia americana e le paure della vita.
Questo The dome supera le mille pagine e (dalle dichiarazioni di intenti di Stephen) sembra essere una storia epica, sulla scia di Stand-L'ombra dello scorpione e It.
Le prime venti pagine lette ieri sera sono ottime.
Tradotte bene da Tullio Dobner.
Scritto alle 07:42 nella letture, Libri, persone | Permalink | Commenti (26) | TrackBack (0)
Sinceramente, non l'avevo mai sentita nominare.
Il che non significa nulla, se non la mia ignoranza.
E il fatto che le mie previsioni erano quasi esattamente azzeccate:
"vincerà un poeta sconosciuto di una mini-repubblica dell'ex-Urss".
(http://lucianoidefix.typepad.com/nuovo_ringhio_di_idefix_l/2009/10/toto-nobel-della-letteratura-2009.)
Scritto alle 14:30 nella Libri | Permalink | Commenti (17) | TrackBack (0)
1) Chi vince stavolta?
2) Per chi fate il tifo?
Alla prima domanda, non dovrei azzardarmi a rispondere, visto che le scelte dei giurati sono spesso assurde (esempio: i Nobel della Letteratura a Dario Fo o a Jean-Marie Gustave Le Clezio mi paiono insensatezze, tanto più se affiancate ai mancati riconoscimenti ad autori come Greene, Borges, Nabokov, Proust, Cortazar, Simenon).
Alla seconda domanda, dico rispondo così:
a parte gli amici (Alberto Ongaro e Boris Pahor), incrocio le dita per Philip Roth, Mario Vargas Llosa, Murakami Haruki, Abraham Yehoshua, Amos Oz, John Irving.
Ma (conoscendo un po' l'Accademia di Stoccolma) mi azzardo a fare una serie di previsioni:
- a Roth manco morto, visto che parla troppo di sesso, è ebreo, non è politically correct, non si "schiera dalla parte degli oppressi dando dignità alle culture minoritarie ignorate dal resto del mondo" (conditio sine qua non per cuccarsi er Nobbel),
- a Vargas Llosa idem perchè parla troppo di sesso, politicamente è un liberale, detesta il castrismo, un giorno prese a cazzotti Gabriel Garcia Marquez,
- Yehoshua e Oz vivono in un territorio incandescente e soprattutto non sono palestinesi (perchè, se lo fossero, il premio l'avrebbero gà preso),
- Irving parla troppo di sesso,
- Murakami no perchè un altro giapponese (Kenzabuto Oe) ha vinto solo 15 anni fa, nel 1994.
E dunque mi butto:
vincerà un poeta sconosciuto di una mini-repubblica dell'ex-Urss.
Scritto alle 09:48 nella attualità, banalità, domande, Giochi, letture, Libri | Permalink | Commenti (75) | TrackBack (0)
L'arte di correre l'ho comprato ieri sera.
E dunque non l'ho ancora letto.
Solo le prime righe:
"Prefazione
Una sofferenza opzionale
La regola vuole che un vero gentiluomo non parli delle sue ex-fidanzate, nè delle tasse che paga. No, tutto falso. Scusatemi, me lo sono inventato in questo momento. ma se questa regola esistesse, forse imporrebbe anche di non parlare di ciò che si fa per mantenersi in buona salute. Perchè un vero gentiluomo difficilmente in una conversazione si dilungherebbe su un argomento del genere. Per lo meno a mio parere. Io però, come tutti sanno, non sono un gentiluomo, quindi del galateo me ne infischio. Tuttavia- perdonate se ho l'aria di giustificarmi - provo un leggero imbarazzo a scrivere questo libro."
Degli scrittori di questi anni, il sessantenne Murakami Haruki (i giapponesi mettono prima il cognome e dopo il nome) è tra quelli che preferisco.
In particolare il suo "Kafka sulla spiaggia" ha affascinato non solo me, ma anche mia moglie Tatjana e la nostra amica Patrizia (due donne che quando sentono nominare gli autori made in Japan preferiscono rileggersi per la decima volta un qualsiasi Maigret conosciuto a memoria).
Le storie di Murakami vivono e pulsano sempre al confine: tra realtà e sogno, Oriente e Occidente, tradizione e modernità, dolore e gioia, rassegnazione e impegno, realismo e fantastico, erotismo e candore, Ombra e Luce.
Chi legge le sue opere narrative entra in luoghi strani e nello stesso tempo familiari, percorrendo storie avvincenti.
Però Murakami si è dedicato anche alla scrittura di "saggistica": il poderoso Underground, splendida inchiesta sullo spaventoso attentato col gas alla metropolitana di Tokio.
E adesso questa Arte di correre: il suo rapporto con la maratona, la salute, il corpo, gli anni che passano, i luoghi delle gare sportive.
Non vedo l'ora di leggerlo.
In attesa del romanzone sulle mille pagine 1Q84.
Uscito nel mondo qualche mese fa: se ne dice un gran bene e in Italia dovrebbe uscire il prossimo anno.
Scritto alle 09:53 nella letture, Libri, persone, salute, Sport, Viagg | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Ieri sera io e Tatjana abbiamo visto un emozionante documentario che sembra un misterioso film giallo.
Ma prima serve una premessa.
(Se volete, saltatela)
Torno spesso a Bob Kennedy.
Assieme a Martin Luther King, Robert Francis Kennedy fu l'eroe laico della mia adolescenza, di quando (quattordicenne) seguivo in televisione e sui giornali e nelle conversazioni di mio papà e mio nonno la sua campagna elettorale delle primarie democratiche del 1968.
Ricordo che piansi di dolore e di rabbia quando lo ammazzarono il 6 giugno di quell'anno.
Per me, il riformismo ha sempre avuto quella forte radicalità.
E ogni volta che rileggo i discorsi, le interviste di Bob, trovo l'attualità profetica delle sue parole, della sua politica, del suo linguaggio.
Sentite questo frammento di un discorso sulla libertà di stampa a Cape Town nel Sud Africa ancora oppresso dal segregazionismo razziale (un intervento che creò forte disagio nei governanti bianchi ma accese speranze nei neri):
”Al cuore della libertà individuale sta la libertà di parola, il diritto di esprimere e comunicare le idee, di differenziarsi dai rozzi animali della foresta, il diritto di richiamare i governanti ai loro doveri e obblighi. E soprattutto il diritto di affermare la nostra appartenenza a un corpo politico, la società, fatta dalle persone che condividono la nostra terra, le nostre tradizioni e il futuro dei nostri figli.
Alla pari con la libertà di parola sta il diritto di essere ascoltati, di avere voce nelle decisioni dei governi che determinano la vita degli uomini. Tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta, la famiglia, il lavoro, l’educazione, un luogo in cui allevare i figli e riposare la mente, tutto ciò dipende dalle decisioni dei governi, e tutto ciò può essere spazzato via in un attimo da un governo che non dia ascolto alle richieste della sua gente. E io parlo di tutta la gente.
I diritti fondamentali dell’uomo possono essere protetti e preservati solo dove c'è un governo che risponde non solo ai ricchi, non solo a quelli di una certa religione, non solo a quelli di una certa razza, ma a tutti gli uomini della società".
6 giugno 1966
O le dure e chiare parole con cui Bob parlava del ritiro dal Viet-Nam:
"La guerra in Vietnam ci pone delle importanti questioni di ordine morale. Che diritto abbiamo, noi in America, di andare ad uccidere decine di migliaia di persone, di rendere milioni di persone dei senzatetto, di uccidere donne e bambini come stiamo facendo?
Ogni anno nel Vietnam del Sud rimangono senza gambe e senza braccia 35.000 persone, e altri 50.000 civili perdono la vita. Migliaia di bambini vengono uccisi in seguito alle nostre azioni militari. Che diritto abbiamo, negli Stati Uniti, di compiere queste azioni, solo perché vorremmo proteggerci, o per evitare un problema maggiore per noi?
Io mi domando seriamente se abbiamo o meno quel diritto. Dovremmo poterlo sentire, qui negli Stati Uniti, cosa avviene quando lanciamo il napalm, un villaggio viene distrutto, e i civili vengono uccisi"
5 giugno 1968, pochi minuti prima di venir colpito a morte
Insomma, con Bob Kennedy siamo anni luce dai balbettii di troppi politici della sinistra e centrosinistra e sinistracentro italiana, infingardi, timidi, ipocriti, esitanti, oscuri, nè di qua nè di là, eterni mediatori al ribasso.
Ieri sera io e Tatjana abbiamo visto L'altra Dallas (un ottimo film documentario che ricostruisce in modo convincente, con ricchi materiali inediti l'assassinio di Bob, smontando punto per punto la ridicola tesi del killer matto e solitario Shiran Shiran. E indicando la verità).
Il libro a cui è allegato aggancia la tragedia a quella dell'omicidio di Dallas, in cui venne ucciso John Kennedy. Anche per quel delitto, si fornisce una versione che demolisce del tutto la grottesca ipotesi di Lee Harvey Oswald unico assassino).
In più, i delitti JFK e RFK vengono inseriti in un quadro molto fosco, le cui radici affondano nella storia e nella politica americana.
Malgrado qualche forzatura (alcuni accenni all'11 settembre), il lavoro di Massimo Mazzucco e dei suoi collaboratori è encomiabile.
Ma (come per i misteri che si rispettano) non voglio svelarvi troppo.
Sabato e domenica, al Festival della Letteratura di Mantova, volevo comprare qualche libro.
Ma il centro della città è infestato dalle librerie delle catene del surgelato Feltrinelli-Giunti-Mondadori: banchetti e scaffali uguali in ogni città, attenzione per i piccoli editori praticamente nulla, amore per i libri pari a zero, dipendenti dalla competenza (non è solo colpa loro) modestisima, insomma quei negozi di surgelati potrebbero vendere schiuma da barba o tanga, filo interdentale oppure vasi da notte e sarebbe la stessa cosa.
Una tristezza.
Però, fruga fruga nelle backstreets (ah...Bruce Springsteen...se non ci fossi tu...a raccontarci delle strade secondarie!) e domanda a qualcuno (tra l'altro al mio amico Andrea Valente, ho scoperto due posti.
Le bancarelle dell'usato in piazza non ricordo come si chiama (dove ho fatto dei bei colpi a prezzi onesti).
E una libreria degna di questo nome, la Coop Nautilus in piazza Ottantesimo Fanteria 19.
Riflettendoci poi con una signora emiliana incontrata per strada e con cui ho chiacchierato a lungo, pensavamo che la strada (o una delle strade) di sopravvivenza per le librerie "tradizionali e vere" è forse questa:
per reggere alla violenta invasione del surgelato (che, per attirare vasta clientela, è in grado di fare scontacci su libracci di grande consumo) dovrebbero riuscire a diventare "protettorati". Entrando in un qualche modo a far parte di grossi gruppi (ad esempio le Coop, come nel caso della Nautilus di Mantova). Mantenendo l'intera autonomia culturale e gestionale, tutta la personalità che la rende unica e insostituibile.
Quel guizzo di vita e di follia che ce lo fa capire immediatamente, al primo colpo d'occhio: quella libreria e quella persona non sono surgelate ma vive e libere.
Scritto alle 09:22 nella domande, letture, Libri | Permalink | Commenti (16) | TrackBack (0)
In Inghilterra la presentano come una clamorosa e geniale novità:
leggere in vasca da bagno.
E dunque hanno stampato dei libri appositi e impermeabili che, anche se cascano in acqua e si bagnano, non si rovinano.
Ovviamente (secondo le stupidissime leggi del mercato) si tratta di romanzetti "per donne" scritti da Katie Letty (autrice di narrativa rosa).
E l'intera operazione pubblicitaria è sponsorizzata da una marca di bagnoschiuma femminile. (Notate l'effetto completamente fasullo della libreria sullo sfondo)
Come se i piaceri del bagno fossero riservati solo alle donne.
Come se solo le donne leggessero.
Come se in vasca da bagno si dovesse leggere solo brutta roba e non si potessero assaporare bellissimi libri.
Scritto alle 08:35 nella Auto-lezioni, banalità, letture, Libri, salute, Sistema mediatico | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
La prima volta che provai a leggerlo, avevo diciotto o diciannove anni ed ero incuriosito dai libri che si portava a scuola la splendida compagna di classe (sezione C del liceo Petrarca) Manuela Tognacchini.
Forse la ragazza più carina che ho mai incontrato nella mia vita. E per cinque anni (ginnasio e liceo, dall'ottobre 1968 al giugno 1973) era (irraggiungibile come un delicato sogno) a uno o due metri da me, dal me molto sfigatello di quel periodo.
Da alcuni mesi la vedevo immersa nella lettura di uno di quei sette volumi Oscar dalla copertina bianca con la silhouette della faccia baffuta di Marcel Proust.
Alla ricerca del tempo perduto si chiamava quella saga.
Così, mi comprai anch'io il cofanetto Mondadori.
Una sera, iniziai a leggere.
Non so dire quanto lo stile di Proust e la sua sottigliezza conquistarono il Luciano dei primi anni Settanta.
Però devo pure confessare che, dopo qualche giorno, quello stile e quella sottigliezza cominciarono a tediarmi, misi da parte la ricerca del tempo perduto e tornai agli autori che m'erano più congeniali.
Qualche anno dopo, durante un mio amore complicato, lessi Un amore di Swann (la seconda parte del primo romanzo del ciclo proustiano) e mi piacque tantissimo.
Riprovai dunque ad affrontare da cima a fondo l'intero continente della Recherche: lo abbandonai dopo un po'.
Così accadde ancora e ancora.
Finchè, nell'autunno/inverno dell'84-85 (se ricordo bene), lo lessi da cima a fondo.
E poi ci sono ritornato (a bocconi varie volte, nella bellissima edizione Meridiani Mondadori tradotta da Giovanni Raboni, con un eccezionale apparato di note).
E di Proust amo due aspetti:
l'umorista sottilissimo e geniale (pochi autori sanno usare lo humour con tanta perfidia),
l'impavido e lucidissimo analista dei nostri cuori e delle nostre menti (quando Marcel si mette a scavare dentro di noi, sa estrarre tesori che fanno impallidire le riflessioni di Freud psicanalisti filosofi sociologi critici satirici eccetera).
Però quando (e gli capita con una certa frequenza) Proust si mette a sproloquiare della natura, dei gigli, delle statue, delle presunte qualità letterarie del personaggio Bergotte (uno scrittore pomposo e vuoto di imbarazzante vacuità), di siepi, di biancospini. O quando ci fa assistere a lunghissimissimissime conversazioni salottiere. O quando si mette a far l'esteta.
Insomma: Proust annoia in modo micidiale quando si dimentica di essere l'immenso scrittore comico/filosofico che è.
Quando invece se ne ricorda, quando mette insieme humour & analisi, quando racconta il dolore delle persone, quando mette in scena uomini e donne, è gigantesco
Tutta questa premessa per dire che, dopo quasi un quarto di secolo, ho voglia di tornare nel mondo della Recherche, per fami leggere da Proust e vedere quanto e come sono cambiato.
Scritto alle 14:28 nella letture, Libri | Permalink | Commenti (11) | TrackBack (0)
Qui in vacanza sulle Langhe andiamo a dormire tardi, più tardi del solito. Di giorno girovaghiamo tra un paese e l'altro, su e giù per le colline e lungo le valli.
Così il tempo per leggere è poco.
A letto, apro il volume che (oltre alla Bibbia) mi sono portato dietro da Trieste: tutti i racconti di M. R. James.
Studioso inglese nato il 1º agosto 1862 e morto il 12 giugno 1936, scrisse una trentina di storie fantastiche, ambientate nella tranquilla e sonnacchiosa Inghilterra, tra polverose biblioteche, vecchi manieri, ville nobiliari e pacifiche cittadine.
I protagonisti sono in genere uomini grigi e colti, bibliotecari, studiosi, collezionisti.
Lo stile della narrativa jamesiana è pacato, solido, affidabile come un mobile antico e ben conservato.
I "mostri" ci attendono nei luoghi, fisici e mentali, più imprevedibili.
Prendo a esempio le dieci paginette di "Mezzatinta": un piccolo quadro con una scena notturna, una grande casa illuminata dalla luna, il giardino vuoto. Ma ogni volta che lo si guarda li quadro (disegnato a mezzatinta) presenta un elemento nuovo: una figura che compare nel prato, una finestra si apre, la figura si avvicina alla porta...
Un forte senso di minaccia per gli abitanti della casa.
Il possessore del quadro se ne rende conto e vorrebbe intervenire.
Ma come fare?
Un racconto bellissimo e inquietante, straordinariamente cinematografico.
Che resta annidato per anni (io l'ho letto per la prima volta non so quando, in non so quale antologia) nella mente di chi ha visto/letto quel dipinto.
E tutta la narrativa di M. R. James è così: nessun effettacio, ma atmosfere suggestive e sinistre.
Scritto alle 11:15 nella letture, Libri | Permalink | Commenti (3) | TrackBack (0)
Se affermo che Alberto Ongaro è il mio scrittore italiano preferito, non è perchè sono abbagliato dall'amicizia personale.
Se dico che nel secondo Novecento italiano sono usciti pochissimi romanzi all'altezza della sua Taverna del doge Loredan, non è perchè dal 1980 l'ho letto sette volte, con gioia crescente.
Nato il 22 agosto 1925 a Venezia, oggi Alberto compie gli anni e un giorno.
Se non l'avete mai letto, avvicinatevi ai suoi libri.
Stasera vi consiglio uno di quelli che amo di più: La strategia del caso (uscito nel 2004 da Aragno).
Partito poco più che ventenne per l’America del Sud in compagnia di Hugo Pratt e altri amici appassionati di fumetti, Ongaro girò in lungo e in largo il mondo come inviato speciale dell’Europeo e pian piano divenne un romanziere affermato, riconosciuto da molti autori giovani come un maestro della suspense.
Negli ultimi anni ha accelerato il ritmo della sua produzione: in particolare il bellissimo noir sudamericano Rumba (2004) era il degno erede dei grandi testi ongariani, Un romanzo d’avventura, La taverna del doge Loredan, La partita, Il segreto dei Sègonzac.
Sempre del 2004 è La strategia del caso (pagine 235, euro 13) dove, senza toni gridati ma in modo indiretto e nel contesto di una storia che apparentemente racconta altro, Ongaro dice con forza la sua opinione sui più angosciosi temi del momento.
Un giovane di cui non si dice il nome va a trovare l’insopportabile e bisbetico zio ricoverato in una casa di riposo per anziani sulle rive del Brenta e nel parco incontra un vecchio e affascinante signore che forse vuole parlargli.
Dopo alcuni giorni il giovane ritorna e il vecchio gentiluomo gli affida un bizzarro incarico: trovare un uomo che non vede da più di cinquant’anni, un uomo con cui aveva scambiato solo poche parole ma che ora deve assolutamente rintracciare. Di lui sa solo che si chiamava Franco e che mezzo secolo prima, dopo quel fatale colloquio, era partito per il Brasile. Il giovane intuisce che nei pochi minuti di quel lontanissimo incontro tra i due deve essere successo qualcosa di decisivo, qualcosa di cui il vecchio non vuol parlare. Sulla base delle inconsistenti tracce il protagonista attraverserà l’Oceano alla scoperta del Sudamerica, vivrà insolite avventure e apprenderà molte cose su quel vecchio signore ma anche su sé stesso. In questo percorso, Ongaro regala come sempre al lettore sequenze di grande fascino e tensione narrativa: restano indimenticabili la misteriosa e malvagia ferita al piede che colpisce il protagonista, l’incontro con l’attrice argentina e soprattutto la proiezione del vecchio filmato della festa svoltasi cinquant’anni prima in un palazzo di Venezia, le sequenze cinematografiche dalle quali si comincia a intuire la spiegazione dell’enigma.
Sì, perché La strategia del caso è a tutti gli effetti un giallo, ma un giallo dove il delitto, il mistero e la soluzione finale non appartengono alla sfera del crimine quanto a quella della morale. In Ongaro resta intatta la solita abilità nell’orchestrare una partitura narrativa fatta di suspense e di attesa, inquietanti segnali e rivelatrici coincidenze, colpi di scena e sfuggenti personaggi. Ma sullo scrittore veneziano sembrano scesi i contorni di un’ombra dolente, i lembi di una malinconia esistenziale: saranno questi anni berlusconiani, intrisi di delusione e cialtroneria, di volgarità e bassezza intellettuale. Sarà che Alberto Ongaro, uomo vicino ai rigori etici e intellettuali del Partito d’Azione, in quest’epoca di disarmo morale si sente come un orgoglioso pesce fuor d’acqua e allora si tuffa nelle pozze ancora rimaste limpide. Ecco apparire sullo sfondo del romanzo la Resistenza italiana contro il nazi-fascismo, ecco le madri argentine di Plaza de Mayo che si ostinano a pretendere la verità per la sorte di figli e mariti fatti sparire dalla dittatura militare, ecco la fedeltà a sé stessi e ai propri valori.
Forse più vicino all’esordio del Complice che alle travolgenti avventure cui il suo nome è legato, è senza dubbio il romanzo più segreto e struggente di Ongaro. E se nel finale traboccano un senso di civile rabbia e di orgogliosa commozione, è proprio questo che La strategia del caso vuole raccontare.
Tanti auguri, Alberto.
Scritto alle 20:56 nella auguri, letture, Libri, persone | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Ieri si parlava di volumi da restituire ("insoddisfatti e rimoborsati") al libraio.
Di sera, col caldo che faceva malgrado il ventilatore, finito di leggere l'Espresso (tutta la mia solidarietà politica e umana a Giorgio Bocca, attaccato dalla destra e non difeso dalla sinistra dopo il suo articolo di una settimana fa su Totò Riina), mi è venuta voglia di qualcosa di tosto.
E così ho preso giù dalla libreria il volume dei Meridiani con le Opere di Dashiell Hammett.
Uno per cui vado pazzo.
Ho i suoi libri nelle edizioni più svariate, dal vecchio Tutto (ma non era vero) Hammett della Longanesi agli Oscar, ai rilegati Leonardo ai tascabili Longanesi ai Sellerio alle ristampe, più le biografie a lui dedicate e i romanzi con lui protagonista.
Lo dico?
Tra Hammett ed Hemingway preferisco il primo.
Entrambi sbevazzavano oltre ogni limite, entrambi stavano a sinistra (Dashiell finì pure in galera per non aver fatto il nome di chi aveva contribuito a un fondo di solidarietà per gli imputati a un processo contro gli iscritti al Partito Comunista americano), a entrambi piacevano le donne (Hammett viveva con la scrittrice e commediografa Lilian Hellman), ma dopo tanti anni mi pare che su Hemingway gravi di più il peso del tempo.
Ieri sera ho ricominciato a leggere il possente Red Harvest (Raccolto rosso), romanzo del 1929. Faccio un accenno alla trama, così avrete un'idea dell'attualità di Hammett. Il protagonista io narrante è Continental Op (agente dell'agenzia Pinkerton, per la quale aveva lavorato anche Dashiell). Viene mandato in una città mineraria in preda alla corruzione: per stroncare le rivendicazioni sindacali, i proprietari delle fabbriche avevano assoldato dei gangster che hanno represso con la violenza gli operai. Ma ora non vogliono mollare il potere e il denaro.
Continental Op dovrà nuotare in una torbida palude di sangue e di malaffare politico.
Roba di ottant'anni fa?
Giallettini usa e getta?
E lo stile di Hammett?
Un linguaggio tutto sostanza, personaggi rappresentati attraverso le loro azioni, scene rapide e dense, dialoghi sulfurei, una messa in scena dell'America anni Venti e Trenta violenta e moralistica (chi parla di un Hammett cinico è fuori strada: il grande giallo hard boiled ha un'anima fortemente etica).
Se non lo conoscete, ve lo suggerisco caldamente: Hammett è un grande. Non solo della narrativa poliziesca.
Roba come Il falcone maltese, La chiave di vetro o i bellissimi racconti merita di essere letta e riletta. Non solo per il gusto di voltar pagina dopo pagina per scoprire cosa succederà nella prossima riga, ma per assaporare uno stile che ha fatto scuola.
Anche gente insospettabile, come Carver, è figlia di Hammett.
Scritto alle 09:26 nella letture, Libri, persone | Permalink | Commenti (5) | TrackBack (0)
In Francia lo fanno sul serio:
alcune librerie accettano il "soddisfatti o rimborsati".
Si riportano libro e scontrino, si descrivono sinteticamente i motivi del proprio scontento e in cambio si ottiene un buono.
In Italia non lo fa ancora nessuno.
Se qualche libreria lo applicasse, io cosa avrei restituito?
I primi titoli che mi vengono in mente (con le relative e brevissime motivazioni):
La versione di Barney (ma perchè mai devo farmi fregare da Giuliano Ferrara?)
Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno (perchè leggere questo presuntuoso e mal riuscito Philip Roth de noantri?)
Le uova del drago di Pierangelo Buttafuoco (se devo leggere un nazista, preferisco le opere di Julius Evola)
Firmino di non ricordo chi (un romanzo deprimentissimo)
Il secondo Faletti (il primo, Io uccido, non era male anche grazie al grosso lavoro degli editor ma questo è scritto in un modo abominevole, con uno stile dalla goffaggine imbarazzante, gravata da seconda-licealismo in terzo banco)
Il Paulo Coelho che mi hanno regalato (grazie alla mia alimentazione ricca di fibre, non ho necessità di quel tipo)
Una Banana Yoshimoto che comprai e non ricordo quale (er nulla)
I tre romanzi di Fred Vargas che ho cominciato (supponenti e molesti, fasulli e noiosi)
Il romanzo di Thomas Pynchon che mi regalarono (me pensavo che le pagggine ereno incollate a caso e co' le righe tutte mescolizzate come li cockteil de li merekani mbriachi)
E voi?
Cos'avreste riportato in libreria?
Scritto alle 08:45 nella attualità, banalità, diritti, Giochi, letture, Libri, Musica | Permalink | Commenti (93) | TrackBack (0)
Eppure ieri sera Tatjana me l'aveva detto.
Appena finito I racconti del maresciallo (di Mario Soldati) m'aveva caldamente consigliato di leggerlo io.
Le era piaciuto in particolare l'ultimo racconto, il più lungo (La fine di Flok): "sui cani e sugli umani dice molte delle cose che diciamo noi".
Ma io avevo disdegnato il suo invito: troppo sonno.
E così il volume della collana Narratori Italiani Mondadori (luglio 1968) con la sua bella copertina di cartone rigido è rimasto sul bracciolo della poltrona, in salotto.
Il problema è che adesso, a casa, i cani sono quattro: ai nostri Nick e Charlie si sono provvisoriamente aggiunti i due del figlio di Tatjana e della di lui ragazza: Kylo (una specie di ibrido piccolotto,dal muso vagamente pitbullesco) e la semibassotta adolescente Sally (sorella di Meggy, la esuberante cagnetta che qualche mese fa morì sotto l'auto).
Stamattina, in salotto, ho ritrovato il volume di Mario Soldati con la copertina semidivorata.
E non serviva un'indagine del maresciallo Gigi Arnaudi per scoprire chi è il (anzi la) colpevole.
Scritto alle 07:18 nella adolescenti, animali, Auto-lezioni, Libri | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
Al Festival della Letteratura di Mantova 2009, farò due incontri.
Sabato 12 settembre alle 17.15, con Anne Fine (che tra l'altro ha scritto Mrs Doubtfire) parleremo (spero facendo anche ridere) su "Perchè leggere?".
Domenica 13 alle 15.45 con Anna Sarfatti (che con Gherardo Colombo ha scritto un libro sulla Costituzione spiegata ai bambini) cercheremo di raccontare ai piccoli (e non solo a loro) cosa sono la pubblicità, le prepotenze, le minacce alla libertà, i doveri, i diritti. Il titolo è "Sono libero davvero?"
L'ingresso costa tre euro.
Se qualcuno di voi riesce a venire a Mantova, mi farebbe piacerissimo incontrarvi.
(Anche se ci diamo appuntamento fuori e non pagate i tre euri)
Scritto alle 17:37 nella adolescenti, attualità, diritti, Giochi, letture, Libri, politica | Permalink | Commenti (18) | TrackBack (0)
Da un mesetto, sto vivendo con grandissimo gusto narrativo nei Sette Regni, il mondo inventato da George R. R. Martin.
Dico subito che è fantasy. Però non c'entra nulla con maghi e draghetti, elfi e streghine, maghetti e fate, spade miracolose e anelli del potere eccetera eccetera.
Siamo piuttosto dalle parti di un'immensa tragedia elisabettiana, con intrighi di potere e famiglie dilaniate da amori e odii, sesso e ambizione. Intanto, a Nord, oltre la gigantesca Barriera di ghiaccio, sta arrivando il Grande Inverno con tutte le sue oscure minacce.
Ormai, dopo un mese di convivenza, provo grande affetto (o viscerale antipatia) per i personaggi principali (almeno una ventina) e per i comprimari (tantissimi).
Ben scritto, solido, dal ritmo lento dei romanzi classici (anche se ogni tanto accelera in sequenze drammatiche), niente a che fare con certo fantasy per semianalfabeti.
L'autore è George R. R. Martin, americano sessantunenne, democratico, sovrappeso.
Di lui conoscevo già la produzione fantascientifica (molto, molto buona, consacrata da premi come l’Hugo e il Nebula) ma ignoravo questa fantasy.
Questo immenso ciclo si chiama CRONACHE DEL GHIACCIO E DEL FUOCO ed è il lavorazione dal 1996.
Nulla ha a che vedere con i maghetti alla Harry Potter, i signori degli anelli, gli elfi o le spadine del potere. Siamo in una specie di fosco medioevo in cui vivono (e muoiono) decine di personaggi che lottano per il comando e per l’amore, l’ambizione e il denaro, la sopravvivenza e la vendetta. Volta per volta, a capitoli alternati, i romanzi presentano il punto di vista di uno dei protagonisti (uomini, donne, bambini, vecchi, adolescenti) e così gli avvenimenti diventano tridimensionali: perchè noi lettori non siamo mai appiattiti sulle opinioni di un solo personaggio. Ecco allora che un “cattivo” diventerà pian piano “meno” cattivo, perchè prenderà profondità e spessore. E analogamente accadrà agli “eroi” che diventeranno “meno” eroi.
Ad esempio il nano Tyrion (splendidi i suoi dialoghi, carichi di corrosivo humour) è simpatico o detestabile?
E lord Eddard è onesto oppure troppo rigido?
Ma gli stessi fatti acquisteranno molte sorprendenti angolazioni e noi li vedremo evolversi da prospettive differenti, a volte radicalmente differenti.
Martin scrive in modo solidissimo, dando vita a un mondo credibile, realistico e ricco di particolari vividi e importanti, che diverranno essenziali magari trecento pagine più avanti, in una fittissima rete di rimandi che garantisce ampia tenuta all’insieme. E gli elementi tipicamente “fantasy” non solo si inseriscono con fluida intelligenza nel contesto ma si contano sulla punta delle dita di una mano.
Dopo poche decine di pagine i personaggi cominciano a entrare nelle nostra pelle, ad alcuni ci affezioniamo, di altri diffidiamo, per altri ancora proviamo disgusto, altri ci sfuggono, ma di tutti ci interessa la sorte. Come ci accade nelle tragedie di Skakespeare.
(Finora, Martin ha scritto quattro ciclopici romanzi, il quinto dovrebbe essere imminente. E poi con il sesto e il settimo la saga finirà.
Purtroppo Mondadori, che li pubblica in Italia, ha fatto uno scempio: ottime le traduzioni di Sergio Altieri ma demente la scelta editoriale di smembrare i quattro volumi originali in nove tomi, modificando i titoli e senza nessuna indicazione dell’ordine cronologico.
Non è la prima volta, e nemmeno la seconda o la terza o la ventesima, che Mondadori commette simili nefandezze.
In ogni caso, ecco i titoli originali dei romanzi originali:
- Il gioco del trono
- Lo scontro dei re
- Tempesta di spade
- Il banchetto dei corvi
E quello degli Oscar:
• Il Trono di Spade
• Il Grande Inverno
• Il Regno dei Lupi
• La Regina dei Draghi
• Tempesta di Spade
• I Fiumi della Guerra
• Il Portale delle Tenebre
• Il Dominio della Regina
• L'Ombra della Profezia
Scritto alle 17:03 nella letture, Libri | Permalink | Commenti (10) | TrackBack (0)
Martedì 14 luglio, alle 19,
nell´atrio della Stazione di Campo Marzio (via Giulio Cesare 1) a Trieste,
Paolo Rumiz presenterà il suo ultimo libro, "L´Italia in seconda classe".
Si tratta del racconto - apparso a puntate su "Repubblica" e ristampato da Feltrinelli - di un viaggio nello Stivale, Sardegna e Sicilia, fatto da Rumiz in compagnia di un amico misterioso (in realtà assai noto, che tenta - invano - di viaggiare in incognito), utilizzando quasi esclusivamente ferrovie "secondarie". Quasi 8.000 chilometri, attraverso un´Italia "minore", i suoi personaggi, la sua storia e la sua realtà attuale, cogliendo i segnali inquietanti del futuro che ci attende. Il volume è arricchito dalle tavole a fumetti di Altan.
Rumiz a Campo Marzio dialogherà col pubblico su TAV, decrescita e viaggiatori diventati "clienti", in un sistema ferroviario che un tempo era servizio pubblico e principale tessuto connettivo del Paese, mentre oggi sembra un´azienda come tante altre (anche mal gestita dai suoi dirigenti e da tanti Governi): condannata alla marginalità rispetto alla dittatura del trasporto su gomma e su asfalto.
L´iniziativa è promossa dal mensile "Konrad", in collaborazione con l´Associazione Dopolavoro Ferroviario, il Museo Ferroviario di Campo Marzio e la Libreria Minerva.
Scritto alle 09:06 nella attualità, domande, letture, Libri, persone, politica, Viagg | Permalink | Commenti (21) | TrackBack (0)
Stanotte ho finito di leggere un piccolo libretto (poco più di cento pagine che corrono via chiare e veloci)
Il titolo è Psicologia del male.
L'ha scritto il trentasettenne Piero Bocchiaro, ricercatore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, autore di articoli scientifici e di Introduzione alla psicologia sociale , docente all´Università di Palermo.
La tesi da cui parte il libro è molto semplice:
la malvagità non appartiene solo a individui devianti e tutti noi, in particolari circostanze, potremmo infierire contro un altro essere umano. Un'ipotesi teorica e campata in aria?
Proprio no, perchè la psicologia sociale nasce da migliaia di studi, esperimenti, ricerche.
La classica (e troppo semplicistica) dicotomia tra Bene e Male ci è congeniale perchè ci permette un comodo orientamento nella foresta della morale e ci fa identificare immediatamente i cattivi: sarebbero sempre e solo loro i responsabili di crimini e di violenze. Noi invece saremmo buoni, incorruttibili, schierati a favore della moralità.
Ma le cose non stanno così: la psicologia sociale ci mette davanti a un´altra storia, quella in cui ciascuno di noi è un potenziale carnefice.
Non siamo totalmente virtuosi, altruisti e sensibili.
Ma nemmeno interamente disonesti, egoisti e distaccati.
Essendo uomini e donne, siamo un impasto di caratteristiche contraddittorie che il principio di coerenza cerca di mantenere in cassettini accuratamente separati.
In più, i ritmi ripetitivi della vita tendono a lasciare noi e i nostri conoscenti in contesti abituali, dove a interagire sono i ruoli sociali.
I nostri comportamenti sono dunque molto prevedibili e, generalmente, in linea con le aspettative.
Ma tutto ciò esplode e va in pezzi quando ci troviamo di fronte a condizioni nuove, impreviste e drammatiche. Diventa allora impossibile pronosticare ciò che sarà di noi e degli altri, ciò che faremo.
Durante il nazismo saremmo stati esecutori degli ordini superiori? Oppure avremmo cercato di ribellarci? O (ancora) avremmo fatto finta di nulla, celati in una plumbea zona grigia?
Fondato com'è su episodi concreti (Adolf Eichmann e la Shoah, la strage dello stadio Heysel, un omicidio svoltosi davanti a decine di testimoni che non mossero un dito, uno stupro in strada a Bologna mentre i passanti non reagirono...), il libro è a suo modo agghiacciante.
Difficile e duro da accettare.
Ma sapere che tutti noi siamo una miscela di contraddizioni ci rende più vigili nei confronti delle forze esterne, accrescendo le probabilità di contrastarle.
In fondo, i quattro punti cardinali a cui ancorarsi per opporsi alla malvagità e all'indifferenza sono:
consapevolezza e senso critico,
autostima,
forte senso della giustizia,
empatia.
Scritto alle 09:48 nella domande, letture, Libri, persone, Scienza | Permalink | Commenti (57) | TrackBack (0)
Ci sono scrittori che semplicemente si leggono, altri che si leggono e poi si rileggono.
Nel reame dell'horror, Stephen King lo leggo ma poi non mi riavvicino più ai suoi libri.
Invece alle opere di Clive Barker torno e ritorno.
Prendiamo In collina le città: uscito nel 1984 nel primo volume dei Books of blood (in italiano tradotto demenzialmente con Infernalia), l'ho letto e riletto non so quante volte e credo sia uno dei più possenti racconti dell'intero Novecento. In trenta pagine mette in scena una originalissima metafora del totalitarismo: anni prima della disintegrazione nazionalistica della ex-Jugoslavia, Barker con profetica genialità medianica ambienta il suo racconto in Bosnia. E mescolando la condanna della passività degli intellettuali ed echi della pittura di Arcimboldo, fantasia scatenata e lucidità narrativa, fa deflagrare una novella sconvolgente e indimenticabile.
Mia moglie (che detesta l'horror) l'ha letta una quindicina di anni fa e non se l'è più scordata.
Perchè Barker crea horror e fantasy (libri, quadri, testi teatrali, film) distanti anni luce dai canoni tradizionali.
Comicissimo ma anche capace di fantasie davvero perverse, realistico ma visionario come il miglior Salvador Dalì, non ha nulla a che fare con Stephen King (a cui lo accostano spesso giornalisti pigri e incompetenti): l'americano del Maine continua a raccontare storie sul Bene e sul Male, mentre all'inglese di Liverpool non gliene importa nulla, del Male e del Bene. E si occupa invece della Carne, dal punto di vista erotico, simbolico, metafisico, orrorifico, sentimentale e mistico.
Due titoli come esempio.
Il micidiale racconto Paura in cui uno studente fa esperimenti psicologici su amici e conoscenti. Sottoponendo le vittime a torture psichiche incentrate sulle fobie di ognuna di esse. Non per sadismo bensì per capire la paura degli altri e quindi vincere il proprio incubo più profondo. Un giorno, prende di mira una ragazza vegetariana...
Il romanzo Sacrament: dopo anni spesi all’inseguimento delle proprie segrete ossessioni cercando di esorcizzarle attraverso reportages su animali in estinzione, discariche e indizi della fine del mondo, un fotografo gay ha un incidente e finisce in coma. Riemergono così i suoi ricordi più nascosti che si allacciano alla Creazione e ai lontani miti dell'umanità.
Ieri sera ho ricominciato Il canyon delle ombre, un thrilling sulla mitologia del cinema, su Hollywood, sull'amore (la parte dedicata al cane è struggente), sulla possessione, sulla brama di immortalità.
E poi tornerò ai due (sui quattro progettati) libri di Arabat, fantasy per ragazzi di sfrenata inventiva, arricchiti da meravigliose ad acquarello (sempre di Barker). Aspettando che si decida a far uscire il terzo e il quarto volume.
Scritto alle 13:23 nella cinema, letture, Libri, persone | Permalink | Commenti (18) | TrackBack (0)
Uno dei principi cardine del liberalismo (quello vero, non la versione papi di Berlusconi Pera Battista Bondi Gasparri Bonaiuti Fede & C): il dissenso non va "tollerato" ma fomentato.
Scriveva John Stuart Mill nel SAGGIO SULLA LIBERTA':
"Le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate...
Se una verità fondamentale non trova oppositori è indispensabile inventarli...
Se di due opinioni ve n'è una che ha maggior diritto non solo a essere tollerata ma a venire incoraggiata e favorita, è quella che in un dato momento e luogo è in minoranza"
Roba del 1859: mica questi autoproclamatisi libbbberali fasulli che impestano l'Italia.
Scritto alle 10:40 nella attualità, letture, Libri, persone, politica | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
Scrive il New York Times di oggi:
"Gran parte del successo di Berlusconi nasce dalla sua abilità di leggere gli umori del Paese. Ora molti si chiedono se finalmente non abbia fatto un calcolo sbagliato e non stia spingendo troppo in là i tolleranti italiani, e se la sua reputazione di fine carriera non somigli sempre più alla decadenza imperiale del Satyricon di Fellini"
Condivido.
Solo poco, però: il pelo sullo stomaco degli italiani è foltissimo e non è dovuto a tolleranza ma a cinica amoralità.
Però mi faccio anche un'altra domanda: il NYT sa che il film di Fellini fu tratto da un romanzo del Primo secolo d.C.?
E purtroppo il libro del grandissimo Petronio Arbitro ci è arrivato incompleto.
Stasera me lo riprendo (non in latino, che dai tempi del liceo non sono più in grado di leggere, ma nella versione di Piero Chiara).
Dove, durante la famosa cena, il ricco e ignorantissimo Trimalcione (soprannominato Silvius...deduzione mia
) dice: "Vi racconterò qualcosa da non credersi, come la storia dell'asino che vola. Sono stato anch'io ciò che siete voi, ma per mio merito sono arrivato qua dove sono...tutto ciò che toccavo cresceva come un favo...Tu poi non fare la gelosa: sappiamo come siete voi signore. Da giovane non ero forse solito sbattere la mia padrona a tal punto da insospettirne il marito? Ma taci, lingua mia, che è meglio"
E il protagonista io narrante Encolpio commenta: "C'è da vergognarsi, a raccontare quel che seguì"
Scritto alle 18:58 nella attualità, cinema, domande, Libri, persone, storia | Permalink | Commenti (21) | TrackBack (0)
Ieri sera ho finito di leggere un avvincente librone (910 pagine, 750 di testo, 160 di note e riferimenti bibliografici).
Patria (scritto da Enrico Deaglio che fu direttore del settimanale Diario) è il racconto dell'Italia dal 1978 (rapimento di Moro) al 2008 (ritorno al governo di Berlusconi).
Utilizzando materiali eterogenei (sentenze giudiziarie, articoli di giornale, testimonianze, video su You Tube, forum sul Web, canzoni, film, altri libri, romanzi, interviste...), Deaglio corre (e chi legge con lui) attraverso tre decenni italiani. E li allinea in presa diretta, con capitoli brevi e compatti che sembrano microracconti e non danno mai nulla per scontato. Perciò, anche il lettore più giovane, anche chi non visse quel periodo personalmente, non si perde.
La trama di fondo del saggio è molto semplice: come siamo finiti in questo disastro politico, culturale, etico e antropologico? La criminalità organizzata è veramente andata al governo del paese?
Ma (come in tutte le storie che si rispettino) formicolano molte altre sottotrame: la crescente diffusione della droga, le grandi tragedie e i piccoli eroismi dell'immigrazione, l'economia sempre più controllata dalla mafia, come scappare alla giustizia, la televisione che crea la percezione della realtà, la vicenda politica e umana di Bossi, il ruolo di Prodi, lo sport, magistrati e poliziotti e cittadini coraggiosi e tanto ancora.
Centinaia di frammenti (dalla morte di Pantani al G8 di Genova, dal Mondiale di calcio 1982 all'elezione di Ratzinger, dalla notte dei misteri elettorali del 2006 ai Pitura Freska col papa nero, dalla loggia massonica P2 alla sentenza Andreotti, dalla crisi della Fiat negli anni Novanta alla fantomatica terapia anticancro di Di Bella, dalle statue di madonnine piangenti sangue all'indulto) compongono un mosaico impressionante. Che, osservato bene, fa capire molte, molte cose.
Scritto alle 08:51 nella Libri, politica, storia | Permalink | Commenti (6) | TrackBack (0)
Detesto intrupparmi nella corrente di una moda. Casomai, per bagnarmici dentro, attendo che passi la piena.
E così, anche quella volta ero molto molto diffidente.
Poi, nel 2000, letto il primo volume della saga scritta da J.K. Rowling, non avevo trovato nessun interesse o voglia di proseguire. E la dilagante moda harrypotteriana mi allontanava ulteriormente e irresistibilmente da quei libri. Mentre mi parevano assai più affascinanti altri romanzi fantasy per bambini-ragazzi-adolescenti (tre titoli su tutti: il ciclo cristiano di Narnia di C.S. Lewis, quello anticristiano dell' Oscura Materia di Philip Pullman e la bizzarra Serie di Sfortunati Eventi di Lemony Snicket).
Ma adesso (spinto dalla passione per H.P. nutrita da varie persone che conosco e che stimo: Petra, Mauro, la blogger Yodosky...tutte a garantire che la saga cresce di puntata in puntata) mi sono rimesso a leggere l'episodio iniziale (Harry Potter e la pietra filosofale).
E confesso che mi sta piacendo molto: spigliato, fantasioso, divertente.
Scritto alle 08:39 nella adolescenti, Auto-lezioni, letture, Libri | Permalink | Commenti (18) | TrackBack (0)
Ho appena saputo che è morto James Graham Ballard.
Uno dei grandi della fantascienza.
Aveva 78 anni.
Ho letto molte cose, di lui. Romanzi sulle catastrofi (Il vento dal nulla, Terra bruciata, Foresta di cristallo, Condominium, Crash...), storie autobiografiche (L'impero del sole) e altri libri strani.
E poi i racconti, tanti, splendidi e inquietanti.
Con Philip Dick, è stato un geniale interprete dell'angoscia contemporanea. Uno scrittore che dimostrava una cosa: si può essere immensi autori anche navigando nel mare della letteratura di genere.
Scritto alle 23:35 nella letture, Libri, persone | Permalink | Commenti (9) | TrackBack (0)
Lo sto rileggendo con un gusto sfrenato.
La prima volta, lo divorai quattro anni fa e poi lo consigliai in giro, quando uscì in Italia per Rizzoli (un disastroso fiasco di vendite e il silenzio mediatico).
Piacque anche a chi si fidò di me: alla fin fine, solo mia moglie Tatjana e l'amico e scrittore Alberto Ongaro.
La congiura delle ombre è un romanzo sul cinema, il fascino e l'amore per il cinema, l'occulto potere che promana dalle sue immagini in movimento.
Venne scritto nel 1991 da Theodore Roszak, storico della cultura e docente universitario della California State University, teorico della ecopsicologia (studia i rapporti tra essere umano e ambiente. Nata dalla constatazione del crescente disagio psicologico individuale e collettivo, personale e sociale, lo mette in correlazione con il corrispondente aumento del degrado ambientale).
Affine per certi temi allo sciattissimo Codice Da Vinci, il romanzo di Roszak è tante cose insieme: un complesso racconto del mistero (quali segreti si nascondono dentro i film del regista tedesco Max Castle? Cos'è l'Oculus Dei? Perchè Welles non portò a compimento il progetto di Cuore di tenebra?), una documentata e appassionata ricostruzione dell'ambiente cinematografico degli anni Trenta-Cinquanta (mettendo in scena Orson Welles, Fritz Lang, Jean-Paul Sartre e tanti altri personaggi autentici), una storia di attrazione erotica, un'avventura nei profondi sotterranei dell'inconscio, una competente serie di teorie sul cinema, uno sconcertante svelamento dell'autentica fascinazione dei film, un incalzante e inquietante thrilling, la rivelazione di un enigma sepolto per secoli.
Io che amo smodatamente il cinema, sono rimasto elettrizzato dalla Congiura delle ombre.
Se lo leggerete, spero piaccia anche a voi.
Scritto alle 23:13 nella cinema, letture, Libri | Permalink | Commenti (7) | TrackBack (0)
Sto finendo di leggere il libro-dialogo tra l'ateo Augias e il cattolico Mancuso. Uscito venerdì per Mondadori, "Disputa su Dio e dintorni" è l'appassionato confronto tra due persone (un giornalista non credente e un teologo) che partono da posizioni assai distanti e discutono senza ipocrisie sull'origine e il senso della vita, creazione ed evoluzione, scienza e fede, etica, ingerenze vaticane nella politica italiana, la malattia, l'handycap, Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro, il testamento biologico, bene e male, l'importanza dell'arte, i dogmi cattolici, il ruolo della DC, gli atei devoti, l'ebraismo, la Shoah, l'attendibilità dei Vangeli...
Attraverso una fitta rete di reciproche domande e risposte, incalzanti osservazioni e contro-osservazioni, attacchi e obiezioni, Augias si conferma un eccellente neo-illuminista e Mancuso un teologo di valore lontanissimo dalle gerarchie vaticane.
Dalle avvincenti (davvero le sto divorando come un thrilling) trecento pagine del volume emergono con lucida chiarezza e potente umanità sia le ragioni dell'ateismo serio che quelle dell'altrettanto seria e profonda fede cristiana.
Io, non essendo cattolico ma valdese e laico, sono totalmente d'accordo con Augias nelle dure e radicali critiche al Vaticano e al suo integralismo.
Ma anche, essendo cristiano, mi trovo molto spesso in calda sintonia con Mancuso quando la sua teologia vola alta, veramente alta, e dà un senso al mondo e alla vita.
Un gran bel libro.
In cui chiunque (credente oppure agnostico, cattolico oppure mangiapreti, appassionato di argomenti teologici e filosofici oppure disinteressato) troverà pane per i propri denti e temi di palpitante rilevanza per ciascuno di noi.
Scritto alle 22:24 nella coppia, letture, Libri, persone, Religione | Permalink | Commenti (45) | TrackBack (0)
Sempre più mi sto convincendo: il federalismo è, per l'Italia, una sciagura.
Certamente esistono grandi nazioni a struttura federale (per dirne due, USA e Germania), ma per il nostro paese non è così:
l'Italia è nata fragile e sviluppatasi gracile, con una identità nazionale incerta, minacciata da gravi disparità geo-economiche e socio-politiche, insidiata dalla criminalità organizzata, corrosa dall'analfabetismo di ritorno (secondo una recente ricerca di Tullio De Mauro, il 78% della popolazione non è in grado di comprendere bene un testo scritto), assediata da uno stato estero sempre più prepotente (il Vaticano), mal gestita da una classe politica di basso livello, gravata da un debito pubblico pesantissimo.
Il federalismo (l'aggettivo "solidale" è un'ipocrisia che fa ridere i polli) sarebbe il colpo di grazia.
Lo vuole la separatista Lega, con la complicità di Forza Italia (che nome sarcastico...), la dissennata acquiescenza della sinistra e di An (che in teoria dovrebbero avere a cuore gli interessi statali e nazionali), il passivo disinteresse della stragrande maggioranza dei cittadini.
Alcune conseguenze sono leggi dementi come le ronde, le armi alle polizie municipali, le tassazioni iper-differenziate e la arlecchinesca babele dei contraddittori poteri ai sindaci per cui a Pirlonia di sotto è proibito ciò che è obbligatorio a Pirlonia di sopra.
Ieri, in treno,tornando da una mattinata di incontri con i ragazzi delle scuole di Prata di Pordenone. ho letto un libretto (cento paginette) di Domenico Fisichella (uomo di destra ma contrarissimo al separatismo):
La questione nazionale - Per una critica del federalismo
(pubblicato dall'Editoriale Pantheon, sette euro ben spesi)
Scritto alle 12:33 nella Libri, politica | Permalink | Commenti (14) | TrackBack (0)
Alcuni giorni fa ho deciso: da adesso in poi comprerò molti ma molti meno libri.
Non è tanto una questione economica (io non fumo, non bevo, non spendo quasi nulla in vestire...gli abiti che ho mi bastano...e in fondo un libro non costa poi molto). Le motivazioni sono altre:
1) tra casa mia e di Tatjana e appartamento dei miei genitori, saremo ormai sui sei/sette mila volumi, pian piano ne ho dati via (regalati o venduti almeno il doppio) ma gli spazi sono ormai saturi,
2) nel 2008 ho letto 64 libri,
3) sto per compiere 55 anni e (ben benissimo che vada) me ne restano una quarantina,
4) ipotizzando una media di 60 libri per ognuno dei 40 (ottimistici) anni, e senza nemmeno prendere in considerazione ulteriori cali della vista, grave offuscamento delle capacità cognitive eccetera, potrò leggere ancora 2400 libri,
DUNQUE
già allo stato attuale e senza acquistare nulla di nuovo, non riuscirò a leggere i libri che già possiedo e e di autori che ancora non ho letto (oppure solo parzialmente). E parlo anche di roba bellissima come Shakespeare, Cechov, Byron, Pirandello, Joseph Roth, Henry James, Simenon, Goethe, Edgar Rice Burroughs, Graham Greene, Parise, Bianciardi, Gogol, Tanizaki, Barks, Ovidio,..
Nel corso degli anni, con amore e pazienza, ho accumulato (anche nelle bancarelle dell'usato) una quantità di carta letteraria a cui tengo molto ma che non riuscirò a smaltire.
E dunque ho deciso: in futuro comprerò poco poco pochissimo pochissimo.
Scritto alle 16:08 nella Libri | Permalink | Commenti (57) | TrackBack (0)
Sto leggendo Cane e padrone di Thomas Mann.
Un autore che, per un motivo o per l'altro, avevo sempre scansato considerandolo obsoleto e antiquato.
Poi, circa un anno fa, sono incappato in un articolo di Baricco. Che esaltava i "nuovi barbari", portatori di velocità e modernità. Invece uno come Mann...diceva Baricco...chi ha tempo da perdere a leggere uno così sorpassato?
E allora, dato che Baricco non lo sopporto più (da quando fece un'entusiastica recensione di Isabella Santacroce e poi cominciò a scrivere libri sempre più pomposi e brutti), mi è venuta voglia di conoscere Thomas Mann.
Intanto, mi sono imbattuto in un Primo Levi entusiasta del ciclo di Giuseppe e i suoi fratelli. E dato che stimo enormemente Levi e la sua opera, ho provato a leggere quella saga. Ma dopo qualche pagina facevo difficoltà.
E così sono passato alla Montagna incantata.
Ma anche qui, dopo una sessantina di pagine, la noia si sposava alla fatica.
Che avesse ragione Baricco e torto Levi?
Mi pareva strano. E dunque ho insistito.
Finchè ho scoperto l'acqua calda: la densa bellezza di Mario e il mago, Morte a Venezia, adesso Cane e padrone.
Questo è un romanzo breve sul rapporto vero tra Thomas Mann e un cane. Non succede praticamente nulla di eclatante, ma ogni frase è carica di affetto per Bauschan, di gioia di narrare la sua presenza e la sua caninità.
Insomma, aveva ragione Primo Levi: Mann è un grande e i nuovi barbari possono aspettare fuori dalle mura.
Scritto alle 13:46 nella Libri | Permalink | Commenti (16) | TrackBack (0)
In un'intervista, lo scrittore tedesco (ma da molti anni vive a Trieste) ha detto che la classe politica triestina di dstra e di sinistra è la peggiore d'Italia.
Giorni fa, il consiglio comunale (a maggioranza di destra) ha approvato una ridicola e autoritaria mozione di censura contro Heinichen e le sue dichiarazioni. I consiglieri del PD si sono astenuti e solo uno ha votato contro.
A onor del vero, Roberto Cosolini (segretario provinciale del Partito Democratico) ha difeso il diritto di Heinichen (e di chiunque altro) a esprimere la propria opinione.
Scritto alle 13:30 nella domande, Libri, Musica, politica | Permalink | Commenti (15) | TrackBack (0)
Ieri ho letto Mario e il mago, romanzo breve (o racconto lungo?) di Thomas Mann.
E' di ottanta anni fa, pubblicato nel 1929, eppure la sua attualità è impressionante.
Una coppia di tedeschi colti e benestanti trascorrono le vacanze assieme ai due figlioletti in Italia, l'Italia del ventennio fascista, tronfia e ridicola, prepotente e chiusa.
Una sera vanno allo spettacolo del Cavalier Cipolla, orrendo prestigiatore e ipnotizzatore: come un plebeo branco di servi, il pubblico perde la libertà e si lascia soggiogare e manipolare dall'imbonitore. Chi prova a opporsi lo fa in modo fiacco e viene travolto anche lui.
Finchè...
Nell'Italia del 2008 (2009 tra poche ore), il berlusconismo sta sempre più capovolgendo la realtà. E i cittadini-servi-spettatori assistono senza tirare sul palco catodico uova e pomodori.
Adesso, la principale emergenza dell'intero paese sarebbero le intercettazioni, i nemici del bene pubblico i giudici e il problema non i ladri ma chi li scopre e processa.
E anche su giornali nazionali e "autorevoli", turpi commentatori danno ragione a queste crimonogene e totalitarie fesserie.
Intanto, il Partito Democratico sta sempre più accodandosi alle pretese di Berlusconi.
(Ad esempio denunciando i presunti abusi dell'inchiesta giudiziaria di Pescara che avrebbe ingiustamente abbattuto la giunta comunale di centro-sinistra. Eppure, basta leggere qualche passaggio dell'ordinanza di revoca degli arresti domiciliari al sindaco D'Alfonso. Si vedrebbe subito, con chiarezza, che l'impianto accusatorio che aveva portato al suo arresto non è per nulla caduto o attenuato. Ma per dare addosso ai giudici e per tendere la mano a Berlusconi, tutto va bene)
Gruppo dirigente del Pd: a casa, dovete andare, a casa.
Scritto alle 10:17 nella Libri | Permalink | Commenti (15) | TrackBack (0)
In America uscirono con grandissimo successo nel 1957, in Italia li pubblicò Feltrinelli (traduzione di Attilio Veraldi) nel 1965. Poi, dopo una serie di ristampe, sparirono dalla circolazione. E nemmeno il (celebre ma bruttissimo) film "Drum, l'ultimo mandingo" li riportò alla notorietà.
Io li ho trovati in ottime condizioni in una libreria dell'usato di Trieste e, tra tutti e due (Mandingo e Drum) li ho pagati quattro euro.
L'autore era l'allora ottantottenne Kyle Onstott, nato negli USA nel 1869. Allevatore di razze pregiate di cani, fino a quel momento aveva scritto unicamente un manuale ("L'arte di allevare bei cani"). Un aneddoto racconta che Onstott fumava tantissimo e che, nelle sigarette che si preparava da solo, mescolava marijuana al tabacco.
Poi, nel '57, ecco che sulla soglia dei novant'anni si mette a pubblicare un'ampia trilogia: prima Mandingo, poi Drum e infine Il barone di Falconhurst.
Lo scrittore nero Richard Wright scrisse in un articolo: "Mandingo è l'unico libro vero sulla schiavitù dei negri in America. Bisogna farlo conoscere ad ogni costo"
Finora ne ho lette una ventina di pagine e mi pare un romanzo assai assai insolito e riuscito.
E' ambientato in Alabama, attorno al 1835. In una proprietà terriera, i due padroni (un vecchio e suo figlio) hanno molti schiavi e tutto sommato li trattano benino. Non per umanità ma per asettico interesse economico (se la merce si deteriora, ne subirebbero un danno). Nessuno (nè i bianchi nè i neri) mette minimamente in discussione questo sistema, tutti lo accettano come un qualcosa di immodificabile. Non so cosa accadrà più avanti, se non che i due masters Maxwell acquistano un mandingo (tipo di nero particolarmente pregiato) per essere gli unici a possederlo in America. Questa decisione avvierà la complessa tragedia.
Fin dalle prime sequenze, il libro è solido come un romanzo dell'Ottocento, stile limpido e preciso, ritmo ampio e classico, personaggi e ambientazione corposi e convincenti,
Uno di quei libri nei quali il lettore entra, e vive, come in una realtà parallela.
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A volte è bello anche scoprire l'acqua calda, arrivando tardi a conoscere un artista. Oltretutto, è un bagnetto di umiltà.
Questo m'è capitato ieri. La mia amica Pucci (Antonella il nome vero) mi parlava da tempo di Gipi, autore a fumetti che a lei piace moltissimo e di cui ha tutti i libri usciti. Io, di lui, avevo visto solo qualche piccolo disegno sull'Internazionale e confesso che non mi avevano colpito. Quant'ero cieco!
Ma ieri mattina, prima di andare al lavoro, io e la Pucci ci siamo trovati per un caffè al bar e per scambiarci un paio di cose: lei l'ha dato tre volumi gipiani, io il cofanetto del film di Peter Bogdanovich su Tom Petty e quello di Jonathan Demme su Neil Young.
Poi, ieri sera, ho letto il primo Gipi della mia vita: "Ecco la stanza".
Dai tempi di Andrea Pazienza, non trovavo in Italia un autore a fumetti che mi facesse battere il cuore così a fondo. Sbadato io a non accorgermene prima e brava Antonella a seguirlo da anni.
Perchè il libro m'ha entusiasmato?
Come accade con molti grandi fumettari, dal libro si potrebbero togliere i disegni e ne resterebbe un ottimo romanzo. Così come si potrebbero eliminare i dialoghi e ne rimarrebbe un eccellente serie di illustrazioni (tutte ad acquarello). Ma dato che testi e figure stanno insieme, il risultato è superiore alla somma dei componenti.
In scena ci sono quattro ragazzi, uniti dalla passione per la musica. La stanza è uno scalcinato magazzino
che Giuliano riceve in regalo ("temporaneo"!) dal padre e, con gli amici, trasforma in una sala prove. I quattro hanno alle spalle storie diverse e difficili: il batterista neonazista Alex vive con madre e zia, anni prima il tangentaro padre è fuggito nei Caraibi e di tanto in tanto manda soldi al figlio. Il bassista Alberto ha il padre schiantato da una malattia e una madre delusa. Stefano è un ribelle che punta tutto sulla musica, unico modo per scappare a una vita piatta.
Ecco allora che, per i quattro, la stanza diventa il luogo della speranza e della creatività, dell'amicizia e del riscatto.
Ma poco prima di un importante audizione da un produttore discografico, si rompe l’amplificatore del basso, nessuno ha soldi per comprarne un altro. E allora Alex, Alberto, Giuliano e Stefano decidono di rubare l'impianto di un altro gruppo.
Non vado avanti con la trama e non accenno neanche alle tantissime sfumature narrative (l'amore, la violenza, l'estetica neonazista, le nostalgie fasciste, solidarietà e tradimento, ironia, azione,...) del libro. Dico solo che, in cento pagine, Gipi tira fuori uno splendido romanzo grafico.
E oggi mi attendono gli altri due volumi che mi ha prestato la Pucci. E poi, via a comprarmi le opere di Gipi.
Scritto alle 09:19 nella Libri | Permalink | Commenti (18) | TrackBack (0)
Nel 2000, il cileno Roberto Bolano aveva quarantasette anni ed era gravemente malato al fegato.
Dopo il golpe fascista del 1973, era stato arrestato, rocambolescamente ce l'aveva fatta a scappare e adesso viveva in Spagna. Mille mestieri: commesso, vendemmiatore stagionale, custode in un campeggio. E scriveva, scriveva, scriveva: romanzi, racconti, saggi, articoli, poesie.
Pian piano era riuscito ad affermarsi come uno degli autori più interessanti di fine Novecento: 
La pista di ghiaccio, La letteratura nazista in America, Chiamate telefoniche, Notturno cileno, Puttane assassine, Un romanzetto canaglia, I detective selvaggi sono alcuni dei titoli che hanno costruito la sua leggenda.
Prendete le misteriose geometrie di Borges e le carnali complessità di Cortazar, aggiungete la malinconia dell'esulio e la disperata allegria del tango, unite la furia della politica che sta dalla parte degli ultimi, impastate umorismo e gioia del racconto: avrete un'idea della narrativa di Roberto.
Che nel 2000 sperava in un trapianto per il suo fegato malandato.
E progettò di scrivere un ciclo di cinque romanzi che, uscendo durante la lunga convalescenza, potessero garantire a se e alla famiglia un certo reddito.
Lavorò così a lungo, alle mille e cento pagine di 2666:
La parte dei critici, La parte di Amalfitano, La parte di Fate, La parte dei delitti, la parte di Arcimboldi.
Un'opera che lascia a bocca aperta per la ricchezza di temi e di piani narrativi, per l'intreccio di trame e sottotrame, per la varietà dei personaggi, per la complessità stilistica, per il caleidoscopico ruotare dei punti di vista, per i sottofondi che si aprono di continuo davanti agli occhi del lettore che procede affascinato ma sentendosi sempre più mancare il terreno sotto i piedi, trovando ironia e sgomento, realismo e visionarietà.
Ma cosa racconta 2666?
I principali perni attorno a cui ruota tutta l'immensa struttura sono due: un vecchio scrittore tedesco candidato al Nobel, di cui si sa poco o nulla, che da anni sembra scomparso. E una città messicana al confine con gli Usa, dove è in corso una mostruosa catena di delitti, decine e decine e decine di donne uccise (e questa vicenda è, purtroppo, vera).
Intorno a questi due centri (o periferie?), prendono vita decine di personaggi, alcuni dei quali schizzano fuori dalla pagina con la loro travolgente simpatia o con la loro ipnotica bizzarria.
Un giallo metafisico? Un immenso ritratto del Novecento? Un puzzle che ogni lettore deve ricomporre da solo?
Purtroppo, il 14 luglio 2003 Roberto Bolano morì. Poco dopo aver finito di scrivere 2666. In attesa di quel maledetto trapianto di fegato, che non arrivò in tempo.
Scritto alle 22:03 nella Libri | Permalink | Commenti (31) | TrackBack (0)
Oggi esce con Adelphi il secondo (e purtroppo ultimo) volume di 2666 del cileno Roberto Bolano. Il precedente (che raccoglieva i primi tre romanzi del ciclo) era apparso un anno fa. Ed aveva esacerbato la tristezza, la rabbia e il rimpianto per la morte di Bolano (scomparso cinquantenne nel 2003). Quasi sempre, chi legge uno dei suoi libri (cito solo I detective selvaggi, Puttane assassine, La leltteratura nazista in America, Chiamate telefoniche) corre a procurarsene altri. Bolano era un crogiolo di tanti temi: uno sguardo ironico e dolente sul mondo, un vivo senso dell'avventura e della suspense, l'esilio (lui fuggì dal Cile fascista verso la Spagna), l'erotismo, il ruolo creativo e pericoloso della poesia...
Un grande.
E 2666 (cinque romanzi collegati l'uno all'altro) esce postumo.
Non vedo l'ora di leggere il secondo volume, di vederlo uscire dai pacchi che oggi arriveranno in libreria, di buttarmi nelle sue seicento e passa pagine.
Poi, però, di Bolano non ci sarà mai più nulla di nuovo.
Intanto, leggo Ortodossia di G. K. Chesterton, l'autore (tra l'altro della serie degl splendidi racconti polizieschi con padre Brown).
Questo è invece un saggio sul cristianesimo, uscito in Inghilterra nel 1908.
Un'esplosione di intelligenza, di humour, di geniali paradossi, di torce accese nel buio, di fulminanti battute.
Se pensate che la teologia sia una roba noiosa, provate con questo: vi divertirete un mondo.
Scritto alle 07:40 nella Libri | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
Sabato e domenica ero a Calimera (provincia di Lecce) per ritirare il premio assegnato da un giuria di ragazzi a "Non fare il furbo, Michele Crismani".
Ho dedicato il premio a Roberto Saviano e a Rosaria Capacchione (giornalista del Mattino di Napoli) che da anni deve girare con la scorta. "Questi" ho detto "sono i libri e gli articoli davvero importanti. Non i miei"
Due incontri, in cui abbiamo parlato di libri, legalità, camorra, rock, sghignazzare di se stessi, consumismo, fantasia, Salvo D'Acquisto e la Resistenza, importanza della cultura e dei diritti, fumetti...
Tutto bello ed emozionante (ma tra la levataccia di sabato, i viaggi in aereo, lo sbalzo di temperatura da Trieste alla Puglia, lo scirocco e chissà cos'altro...un mal di testa orribile, come non mi capitava da almeno un anno, iniziato sabato pomeriggio e ancora non risolto)
Al ritorno, mi attendo alcune notizie che mi fanno arrabbiare.
La prima è una frase detta, la seconda è una frase non detta.
La prima:
Antonello Soro (capogruppo alla Camera del PD, già segnalato su questo blog per un'altra bizzarra uscita) attacca Di Pietro e l'Italia dei valori. Il motivo? "Ha fatto di tutto per rendere difficili i rapporti tra maggioranza e opposizione"
La seconda: ieri Papa era in Campania e ha parlato. Non una parola contro la camorra e la criminalità organizzata. Non una parola di sostegno a chi le combatte.
Capite perchè il mal di testa stenta a passare?
Scritto alle 10:42 nella attualità, letture, Libri, politica, salute, Viagg | Permalink | Commenti (25) | TrackBack (0)
Uscito in Italia lunedì, l'ho cominciato ieri sera.
L'io narrante è Nathan Zuckerman (già protagonista di altri sette romanzi rothiani): adesso Nathan ha settantun anni, l'asportazione del tumore alla prostata lo ha lasciato incontinente e impotente, il sesso è sopito, lui vive isolato a scrivere scrivere scrivere, reincontra persone che non vedeva da decenni, pensa alla morte.
E' ovvio che muovendosi su questo terreno narrativo sarebbe facilissimo scivolare nel melenso o nel patetico.
Invece, essendo Philip Roth l'autore, le prime trenta pagine sono una miscela di atroce humour e di soffusa malinconia, di gusto del racconto e di acutissima osservazione della vita.
Insomma, Philip Roth è sempre Philip Roth. 
Per il Nobel della letteratura, sarei incerto tra lui e Mario Vargas Llosa.
Scritto alle 09:22 nella Libri | Permalink | Commenti (33) | TrackBack (0)
Edipo non è colpevole.
Ieri sera ho ripreso, dopo tanti anni, l'Edipo Re di Sofocle.
Gran bella tragedia, piena di suspense e di mistero, di cupi incombenti destini e di potente poesia.
Uno dei testi cardine della cultura e dell'immaginario (anche inconscio) occidentale:
Edipo è il re di Tebe, marito di Giocasta e padre di quattro figli.
Per sconfiggere la pestilenza che soffoca la città, l'oracolo di Delfi ordina di scoprire l'assassino del precedente re Laio (che era lo sposo di Giocasta).
L'indovino cieco Tiresia e alcuni altri personaggi aiutano a svelare l'enigma: anni prima, Laio e Giocasta avevano dato il loro figlio neonato a un pastore affinchè lo uccidesse, per evitare che si compisse una terribile profezia, secondo cui il re sarebbe stato ucciso dal proprio figlio.
Dopo molte drammatiche indagini, Edipo scopre che l'uomo sconosciuto da lui ucciso in una lite di strada era suo padre Laio e dunque Giocasta sua madre.
La donna si suicida ed Edipo si acceca.
Poi si allontana da Tebe, affidando la città e i propri figli a Creonte (fratello di Giocasta).
Questa, la famosissima vicenda.
Però.
Però.
Però.
Leggendo con l'occhio di un lettore di gialli, i fatti non battono per niente. E soprattutto un indizio non torna affatto. Tanto che pare abbastanza evidente l'innocenza (per quanto riguarda l'omicidio di Laio) di Edipo (colpevole invece dell'assassinio dell'uomo sconosciuto).
Chi sia il vero responsabile, per quale motivo, come abbia fatto a incastrare Edipo e come mai Sofocle fosse assolutamente ignaro di tutto ciò, è un altro discorso.
Ma adesso non vi anticipo altro.
Leggete la tragedia, si sta un'oretta scarsa e davvero merita.
Poi casomai ne riparliamo.
Scritto alle 10:53 nella domande, letture, Libri | Permalink | Commenti (22) | TrackBack (0)
Sarah Palin (candidata repubblicana alla vice-presidenza USA) ha dichiarato che bisogna esseri pronti a un'eventuale guerra contro la Russia.
Queste cose dementi le leggevo nei libri di fantascienza di Sheckley, Goulart, Dick, Leiber, Farmer, Lafferty, Sterling, Ruff, Kornbluth, Spinrad, Pohl.
O le vedevo al cinema nel Dottor Stranamore di Stanley Kubrick.


Scritto alle 10:41 nella attualità, donne, letture, Libri, persone, politica, storia | Permalink | Commenti (38) | TrackBack (0)
La casa editrice (Excelsior 1881) è piccolissima, in libreria non si trova e dunque bisogna ordinarlo.
Aspetterete qualche giorno (di più in periodo estivo) ma ne stravale la pena:
per chi ama i romanzi, è una lettura divertentissima.
Come accadde l'anno passato con il gustoso saggio Come parlare di un libro senza averlo mai letto.
O con Il paradosso del bugiardo.
L'autore (il professore universitario Pierre Bayard) è un appassionato di gialli e anche il volume (15,50 euro per duecento pagine) tratta di omicidi e di enigmi.
Ma da una prospettiva decisamente insolita.
Secondo Bayard (io sono d'accordissimo), i personaggi letterari hanno una vita propria, spesso indipendente dalla volontà dell'autore. E accade a volte che lo stesso narratore non sappia non esattezza cosa è veramente successo nel testo che ha scritto.
Come nel famoso Il mastino dei Baskerville di Arthur Conan Doyle, una delle più celebri avventure di Sherlock Holmes: dove (all'insaputa di tutti, compreso il romanziere) il vero colpevole è sfuggito alla giustizia.
Applicando humour e chiarezza, critica letteraria e filosofia del testo, strutturalismo e semiologia, analisi linguistica, critica poliziesca e altri metodi investigativi, Bayard scopre l'identità dell'assassino.
Ma fa anche una splendida lezione sul ruolo del personaggio nell'opera letteraria, sui rapporti tra fantasia e realtà, sull'odio che si può avere per le proprie creazioni, sull'arte del romanzo poliziesco e su tanti altri temi.
Scritto alle 22:17 nella Libri | Permalink | Commenti (40) | TrackBack (0)
Uomo coraggioso, grande scrittore, nemico della retorica, cittadino impegnato, rispettoso della natura:
italiano atipico.
Mi accorgo adesso (con un misto di vergogna e di sorriso) che il dito di Stern pare indicare (quale italiano esemplare) me.
Cosa che era del tutto estranea alle mie intenzioni di fotocompositore.
Lascio comunque la svista, per dimostrare che l'errore e il pressappoco sono sempre in agguato.
Scritto alle 08:00 nella attualità, letture, Libri, persone, politica, storia | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Uno di quei momenti eccitanti: finito di leggere un libro, si deve decidere quale altro iniziare.
Sono incerto tra molti titoli, in particolare "Il capitalismo ha i secoli contati" di Giorgio Ruffolo e "Guerreros" di William Gibson.
Accetto consigli e suggerimenti.
Scritto alle 09:07 nella attualità, banalità, domande, Giochi, letture, Libri, politica | Permalink | Commenti (25) | TrackBack (0)
Costa nove euro e cinquanta e li stravale: 233 pagine che a momenti fanno scompisciare dalle risate (il capitolo sulla "fila") ma per lunghi tratti ci buttano sul banco degli imputati.
Raffaele Simone è un linguista di fama internazionale 
e da un paio d'anni si dedica a cercar di capire chi diavolo siano gli italiani e perchè mai siano fatti così (così male).
Quest'anno è uscito Il Mostro mite - Perchè l'Occidente non va a sinistra (eccellente saggio sull'affermazione della sorridente Neo Destra totalitaria e sulla crisi della inadeguata sinistra). Ma nel 2005 aveva pubblicato questo Il paese del pressappoco - Illazioni sull'Italia che non va.
Passando dal rumore che ci impesta ovunque all'assenza di senso civico, dal traffico che ci paralizza al vuoto culturale, dalla mancanza di rigore al crescente incattivimento nazionale, Simone mette in scena le caratteristiche individuali e collettive del nostro paese. Raccontandone le disfunzioni e analizzandone le cause.
Butto qui sul blog alcuni degli innumerevoli temi sollevati dal denso (e divertentissimo) libro:
- come sostennero in tanti (tra gli altri Leopardi), siamo stati segnati in modo indelebile e disastroso dal cattolicesimo della Controriforma (il disprezzo per la vita materiale, poi convertito nevroticamente nella sua superficiale e consumistica esaltazione),
- le tre gambe della nostra storia sono l'asservimento agli stranieri, l'asservimento ai piccoli poteri locali, l'asservimento ai preti,
- ci vergognamo di farci vedere rispettosi delle leggi, perchè pensiamo che la legalità sia un attentato alla nostra individuale furbizia,
- non possediamo neanche lontanamente il senso dei diritti altrui,
- a differenza di altri grandi e civili paesi, non abbiamo nulla che ci unifichi per davvero: siamo uniti solo dal consumismo sfrenato,
- siamo passati dalla condizione di plebe a quella di borghesia senza mai diventare popolo e dunque senza mai diventare civili,
- lo Stato viene concepito come gendarme ostile e nello stesso tempo come materna mammellona da mungere senza ritegno,
- da secoli non produciamo quasi più nulla,
- siamo leader mondiali nel consumo di telefonini motorini auto (non a caso tutti strumenti di aggressiva intrusione dello spazio altrui)...

Nove euro e cinquanta.
Merita.
Stramerita.
-
Scritto alle 08:17 nella attualità, letture, Libri, persone, politica, storia | Permalink | Commenti (22) | TrackBack (0)
Posso dirlo?
Posso confessarlo?
Posso ammetterlo?
Sono così tanto in minoranza?
Perchè finora ho incrociato solo un impressionante e unanime fuoco di sbarramento mediatico: tutti e tutte a lodare e a sbrodolare il romanzo Firmino di Tom Savage. 
Capolavoro di qua, capolavoro di là, capolavoro di su, capolavoro di giù, capolavoro di là, capolavoro di lì. Grande rivelazione!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Mentre io, appena uscito il libro un mesetto fa, avevo iniziato a leggerlo attirato dal battage pubblicitario avviato già con molto anticipo dalla Einaudi.
Dopo dieci pagine ho chiuso il romanzo e non lo riaprirò mai più: irritante, noioso, deprimente e fasullo.
Possibile che solo a me abbia dato ai nervi?
Scritto alle 10:07 nella diritti, domande, letture, Libri, Sistema mediatico | Permalink | Commenti (19) | TrackBack (0)
Che bello!
Ha pubblicato un nuovo libro di poesie. Lo scoprii due anni fa, con Animali in versi, un delizioso volumetto tenero e profondo, saturo di ironia e di saggezza.
Sentite questo dialogo in Parola di cane:
Hai solo cinque anni, ma penso
di continuo alla tua morte.
Incapace di godere del momento,
lo brucio nell'angustia
di tua futura, definitiva sorte.
Tu, con la tua anima di cane,
proprio non mi capisci. Mi guardi
ebbro d'amore, inclini la tua testa
e ti smarrisci. "Padrone mio, che dici?
Con tutto quello che possiamo fare:
rincorrerci, annusarci, baciarci
con la lingua, giocare con i gatti,
cacciare le lucertole, mangiare.
Dai retta a me, padrone mio,
pensa di meno a te
e asseconda il vento.
Svuotato l'io, sarai pieno di vita:
importa poco se per un anno, dieci o cento".
Poi, dopo aver assaporato Animali in versi, cercai gli altri libri di Franco Marcoaldi 
(tra cui il canzoniere di Amore non Amore). Il nuovo libro l'ho appena preso ma sono pronto a scommettere che mi piacerà.
E stasera leggerò a Tatjana la poesia che sta in copertina:
Che dici? Se ti abbraccio forte
forte, ho qualche chance in più
di scampare dalla morte?
Scritto alle 18:03 nella Libri | Permalink | Commenti (3) | TrackBack (0)
Una mia amica mi ha segnalato questo premio per gialli inediti.
IL FANTE DI PICCHE
I sogni nel cassetto degli aspiranti scrittori sono spesso destinati a rimanere per sempre nascosti là dove sono stati riposti, magari dopo qualche timido tentativo di trovare una strada per la loro pubblicazione.
Se però il vostro sogno è pubblicare un giallo o un noir, una serie di racconti polizieschi o un libro di spionaggio, l'evocazioni di delitti celebri oppure la ricostruzione di famosi od oscuri delitti del "potere", allora c’è una possibilità.

La libreria on line www.ragioncritica.it (che porta direttamente a casa dei lettori il libri scelti dai cataloghi di alcune selezionate e prestigiose case editrici) sta preparando alcuni "scaffali" per mettere in vendita opere prime di autori selezionati da Bietti Media, casa editrice che vende libri solo on-line.
Bietti Media intende dare vita a una nuova collana di libri che rientrino nelle categorie narrative sopra indicate e lancia il concorso "Fante di picche".
Bozza di REGOLAMENTO
1- Il romanzo deve essere di genere noir-giallo-poliziesco-thriller ecc nel senso che l'atmosfera del libro contenga elementi di mistero che lascino comunque il lettore col fiato sospeso fino alla conclusione delle vicende narrate. Non c'è pertanto assoluta necessità di azione drammatica. L'importante è la suspence, il senso di inquieta attesa che coinvolga chi ne scorre le pagine, lo stimolo a intuirne in anticipo gli sviluppi e i ruoli finali dei personaggi.
2- Le opere non devono superare le 180 cartelle formato 35 righe da 55 battute. I romanzi che supereranno questa lunghezza verranno ignorati.
3- Le opere devono essere inedite.
4- Le opere dovranno pervenire alla libreria Ragion Critica in formato Word tramite mail a info@ragioncritica.it e cpc a info@bietti.it. Per il ricevimento, farà testo la mail di risposta. Entro il 30 settembre 2008, sarà comunicata l'accettazione delle opere alla selezione finale di tutti i testi che verranno ritenuti conformi da una apposita commissione, nominata dalla Bietti Media e il cui parere è inappellabile. Tra le opere selezionate, una giuria nominata dalla libreria sceglierà i vincitori per ogni singola categoria letteraria in cui saranno divise le opere pervenute.
5- Il limite di tempo entro cui i testi devono pervenire è il 30 luglio 2008. Tale data ravvicinata è stata espressamente scelta proprio perche le opere devono già essere in possesso degli scrittori: opere appunto nel cassetto, che al massimo necessitano di un’ultima revisione in occasione del nostro concorso.
6- I testi inviati non si restituiscono.
7- I primi tre classificati, per ogni categoria, saranno pubblicati dalla Bietti Media e messi in vendita nella libreria on line www.ragioncritica.it. Agli autori verrà riconosciuto il diritto d'autore nella misura del 7% del prezzo di copertina.
8- Al primo classificato in assoluto, vincitore del premio Fante di Picche, verrà offerto, oltre al contratto per la vendita on-line, un contratto di edizione per la distribuzione in libreria.

Scritto alle 18:58 nella Libri | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
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