Scritto alle 09:18 nella attualità, banalità, domande, Giochi, letture, Libri, persone, Televisione | Permalink | Commenti (38) | TrackBack (0)
Alla Biblioteca Statale di Trieste, aleggia un mistero.
Che spero voi possiate aiutarmi a decifrare.
E' in distribuzione un volantino ufficiale con tanto di indirizzo, numeri di telefono, fax, opac, indirizzo di posta elettronica, istruzioni per prendere in prestito i libri, orario eccetera eccetera eccetera.
L'orario del prestito è (ricopio letteralmente dallo stampato):
LUN. - MAR. - MERC. - GIOV. VEN. - 08.30 -18.00
con prelievo pomeridiano dalle ore 15, 16, 17, 18
Qualcuno sa spiegarmi il senso di quel: "15, 16, 17, 18"?
Grazie.
Scritto alle 22:32 nella attualità, banalità, domande, Giochi, letture, Libri, persone, scuola e università | Permalink | Commenti (27) | TrackBack (0)
29 ottobre 1959: il numero 1 di Pilote pubblica la prima puntata di Asterix il gallico (sceneggiato da Renè Goscinny e disegnato da Albert Uderzo).
Nascono così Asterix, Obelix, Assuranceturix, Panoramix, Giulio Cesare, Cleopatra, Matusalemix, Abraracourcix, Automatix, Barbe Rouge, Guru Kivalah, Treppiedi, Baba, Beniamina, Ordinalfabetix, Beltorax, Grandimais, Caius Bonus, Ielosubmarine, Olaf Grandibaf, Pepe, Salsa Di Peperon Y Monton, i Pirati, i cinghiali.
E lei! Falbalà.
E lui! Idefix.
Se vi va, lasciate il ricordo di un vostro incontro con questi deliziosi galli celti (così diversi dai fessi nostrani della pseudo-Padania) nel loro piccolo buffo villaggio dell'Armorica.
Dan Brown (il tizio che ha scritto Il codice Da Vinci vendendo milionate di copie) mi ricorda quegli sventurati che vincono una cifra pazzesca alla lotteria però, non essendo troppo intelligenti, sperperano tutto in quattro e quattr'otto.
Brown è uno scrittore dall'imbarazzante assenza di talento.
Basta leggere le orribili prime pagine del suo nuovo romanzo, Il simbolo perduto: le trovate sul sito della Mondadori (http://www.librimondadori.it/web/mondadori/mediabox/sfoglialibro?_SfogliaLibro_WAR_SfogliaLibro_idScheda=ISBN_978880459674).
I critici che l'hanno letto ne sono rimasti sconvolti (e non per la sua bellezza o per la sua precisione storica).
Ancora ancora ancora, Il codice Da Vinci non era malissimo: certo che rimasticava un'idea vecchia come il cucco dato che il presunto sconvolgentissimo scandalo che avrebbe dovuto far tremare dalla fondamenta la cristianità era uno pseudo-segreto noto (e accantonato perchè ridicolo) fin dai primi secoli dopo Gesù, certo che sparava delle fesserie grandi e grosse, ma almeno almeno almeno il romanzo partiva benino e le 100/150 pagine iniziali erano abbastanza divertenti anche se poi il libro andava alla deriva.
Ma gli altri romanzi...Angeli e demoni è un (noioso) crescendo di comicità involontaria e Crypto non sta nè in cielo nè in terra.
Eppure Dan Brown, senza un filo di autoironia, si fa fotografare così:
Un paio di giorni fa (il 23 ottobre) su Repubblica è uscita, a firma di Angelo Aquaro, una lunghissima intervista con Dan Genius Brown.
Se non l'avete letta, cercate di procurarvela: sono due paginone memorabili. Perchè è davvero difficile trovare uno scrittore così vacuo, banale e evasivo, capace di dare risposte tanto balorde e insulse.
Ve cito solo un paio.
Domanda: Obama le piace?
Risposta: Un tipo smart con una missione impossibile.
Domanda: Le interessa Berlusconi?
Risposta: Non so molto dei suoi guai giudiziari e penso che a ogni persona che guida un paese va dato il beneficio del dubbio: è un mondo difficile ed è un lavoro difficile.
Scritto alle 21:31 nella attualità, banalità, letture, persone, Sistema mediatico | Permalink | Commenti (63) | TrackBack (0)
Ieri sera ho cominciato a leggere The dome di Stephen King, uscito un paio di giorni fa.
C'è poco da fare: per King ho un debole, lo seguo dalla fine degli anni Settanta, quando Sonzogno tradusse in Italia Carrie e Una splendida festa di morte (Shining).
Da allora me lo sono letto tutto, tra alti (It), altissimi (Stand by me), bassi (Cose preziose) e bassissimi (certe raccolte di racconti).
Certo, molte volte ha buttato giù storie dai brutti finali (la deludente conclusione di It rovina uno splendido romanzo e grida ancora vendetta), spesso si lascia prendere la mano dal truculento a tutti i costri. Ma, nel bene e nel male, King è una forza della natura, uno scrittore poderoso, uno di quelli che fanno far notte fonda per girar pagina dopo pagina perchè si vuol sapere cosa accadrà ai personaggi, uno che mette in scena il mondo dei nostri tempi e racconta come pochi i tumulti dell'adolescenza, gli abomini della provincia americana e le paure della vita.
Questo The dome supera le mille pagine e (dalle dichiarazioni di intenti di Stephen) sembra essere una storia epica, sulla scia di Stand-L'ombra dello scorpione e It.
Le prime venti pagine lette ieri sera sono ottime.
Tradotte bene da Tullio Dobner.
Scritto alle 07:42 nella letture, Libri, persone | Permalink | Commenti (26) | TrackBack (0)
"Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia perchè saranno saziati" (Vangelo di Matteo, 5,6)
Almeno una merenda ogni tanto:
alle 18.06 di oggi la Corte Costituzionale ha giudicato illegittimo il Lodo Alfano e finalmente ricominciano i processi a Silvio Berlusconi.
Scritto alle 19:24 nella attualità, Auto-lezioni, cucina e cibarie, diritti, letture, politica, Religione | Permalink | Commenti (33) | TrackBack (0)
C'è un sito satirico-religioso (valdese) che a me garba assai: si chiama peccato.org.
Le fonti di ispirazione sono (esplicitamente) Il male, i Monty Python, Douglas Adams e la sua saga della Guida galattica per autostoppisti, i disegnatori iconoclasti francesi Reiser e Wolinski. E ovviamente Gesù Cristo.
Ecco il link al sito:
http://www.peccato.org/
Ed ecco quello alla gustosissima sezione video:
http://www.peccato.org/video/video.php
Ma intanto due minuscoli assaggi:
Servizio da caffè "papa per 4" con piatto per dolci
da oggi con "PAPA PER 4"
non sarà più un peccato di gola bersi una tazzina di caffè in più...
Rendi evidente la tua ammirazione ed il tuo rispetto per la fede cattolica acquistando questo bellissimo servizio in vera porcellana finemente decorata che riporta le effigi degli ultimi 4 pontefici...
Bevi con Paolo VI per il gusto degli anni '60.
Un sorso veloce con l'effimero papa Luciani.
Un caffè forte nella tazza di Woytila ed una tazzona di caffe lungo alla tedesca con Ratzinger.
Si raccomanda di usare marche di caffè che pubblicizzino scene paradisiache.
Cod. 914-134 662 - € 24,90
Dal catalogo D-Mail autunno 2006 - Idee utili e introvabili
AGGIORNAMENTO TEOLOGICO/POLITICO Esclusivo: IL PECCATO rivela i piani del Governo per l'adozione di un altro simbolo universale della cultura italiana da appendere accanto al crocifisso nelle scuole pubbliche:
LE CORNA!
Perchè rinunciare alla nostra cultura?
Sarebbero infondate le voci che vorrebbero, sempre nella stessa proposta di legge, l'obbligatorietà dell'ostensione del crocifisso appeso allo specchietto retrovisore delle automobili.
L'emendamento sembra essere stato fatto annullare dalla lobbie dell'Arbremagique timorosa di un calo delle vendite del suo deodorante.
Ecco alcune frasi, estrapolate dal contesto, di religiosi e uomini politici di tutti gli schieramenti sul SIMBOLO DELLE CORNA:
Card. Ersilio Tonini: "è il simbolo dei valori di fondo del nostro paese".
Giuseppe Pisanu: "è l'espressione più alta di 2000 anni di civiltà, che appartengono interamente anche al popolo italiano".
Roberto Maroni : "rappresenta millenni di storia".
Luca Volontè : "è il simbolo dei valori civili del nostro paese".
Luisa Santolini: "sono simboli delle nostre radici e della nostra storia".
Livia Turco: "non si può dimenticare la peculiare storia del nostro Paese e l'influenza che ha nella cultura e nel sentimento diffuso..."
Scritto alle 09:12 nella cinema, letture, Religione, Web/Tecnologia | Permalink | Commenti (20) | TrackBack (0)
Scritto alle 16:34 nella attualità, diritti, letture, persone, politica, storia | Permalink | Commenti (61) | TrackBack (0)
Lalla, la conosco dal 1973, le voglio un mondo di bene e mi fa molto ridere.
Ci scriviamo spesso.
Ieri mi ha mandato l'annuncio della sua discesa in campo.
L'Italia è il paese che amo, in cui sono nata e dove ho messo al mondo e (con gioia e sacrifici) cresciuto i miei figli e figlie.
Però da qualche tempo mi sono rotta le scatole e non sopporto quasi più nessuna delle facce pubbliche: come cittadina, mi sento offesa e tradita.
Mi vedo dunque costretta a scendere in campo in prima persona. Il nome del partito sarà senza ombra di dubbio PpL (Partito per Lalla).
Sono aperte le iscrizioni per diventare direttamente ministri e sottosegretari.
Si accettano tutti a parte alcuni: no a puttanieri e fa’n tubo, a chi ha un'altezza
inferiore al metro e sessanta e chi si tinge i capelli, a chi porta
parrucchini e chi ha subito trapianti del cervello, a chi fa finta di
avere trent'anni ma ne ha sessantacinque e mezzo, a chi simula di avere
sessantacinque e mezzo ma ne ha diciannove, a chi bofonchia invece di
parlare, a chi si mette il rialzo nelle scarpe, a chi allunga le mani
sulle belle signore, a chi dice fregnacce, a chi scrive su giornali
scandalistici, a chi dice "ai miei tempi sì che era bello", a chi cita
le opinioni altrui ma non ha mai un'opinione sua, a chi di professione farebbe il
comico ma è molto più remunerativo buttarsi in politica, a chi di suo
sarebbe l'attrice/attore ma ha sentito dentro di sè che doveva fare
qualcosa per "laggente", a chi urlacchia scaldalizzato se nel bagno trova
Vladimir Luxuria, a chi fa la spia, a chi ricatta, a chi ha ampi e circostanziati motivi per essere ricattato.
Astenersi perditempo.
Detto questo, una bella fetta di coglioni ce la siamo levati dalle scatole e possiamo andare avanti seriamente.
Lalla dixit.
Scritto alle 07:35 nella attualità, donne, letture, persone, politica | Permalink | Commenti (64) | TrackBack (0)
1) Chi vince stavolta?
2) Per chi fate il tifo?
Alla prima domanda, non dovrei azzardarmi a rispondere, visto che le scelte dei giurati sono spesso assurde (esempio: i Nobel della Letteratura a Dario Fo o a Jean-Marie Gustave Le Clezio mi paiono insensatezze, tanto più se affiancate ai mancati riconoscimenti ad autori come Greene, Borges, Nabokov, Proust, Cortazar, Simenon).
Alla seconda domanda, dico rispondo così:
a parte gli amici (Alberto Ongaro e Boris Pahor), incrocio le dita per Philip Roth, Mario Vargas Llosa, Murakami Haruki, Abraham Yehoshua, Amos Oz, John Irving.
Ma (conoscendo un po' l'Accademia di Stoccolma) mi azzardo a fare una serie di previsioni:
- a Roth manco morto, visto che parla troppo di sesso, è ebreo, non è politically correct, non si "schiera dalla parte degli oppressi dando dignità alle culture minoritarie ignorate dal resto del mondo" (conditio sine qua non per cuccarsi er Nobbel),
- a Vargas Llosa idem perchè parla troppo di sesso, politicamente è un liberale, detesta il castrismo, un giorno prese a cazzotti Gabriel Garcia Marquez,
- Yehoshua e Oz vivono in un territorio incandescente e soprattutto non sono palestinesi (perchè, se lo fossero, il premio l'avrebbero gà preso),
- Irving parla troppo di sesso,
- Murakami no perchè un altro giapponese (Kenzabuto Oe) ha vinto solo 15 anni fa, nel 1994.
E dunque mi butto:
vincerà un poeta sconosciuto di una mini-repubblica dell'ex-Urss.
Scritto alle 09:48 nella attualità, banalità, domande, Giochi, letture, Libri | Permalink | Commenti (75) | TrackBack (0)
L'arte di correre l'ho comprato ieri sera.
E dunque non l'ho ancora letto.
Solo le prime righe:
"Prefazione
Una sofferenza opzionale
La regola vuole che un vero gentiluomo non parli delle sue ex-fidanzate, nè delle tasse che paga. No, tutto falso. Scusatemi, me lo sono inventato in questo momento. ma se questa regola esistesse, forse imporrebbe anche di non parlare di ciò che si fa per mantenersi in buona salute. Perchè un vero gentiluomo difficilmente in una conversazione si dilungherebbe su un argomento del genere. Per lo meno a mio parere. Io però, come tutti sanno, non sono un gentiluomo, quindi del galateo me ne infischio. Tuttavia- perdonate se ho l'aria di giustificarmi - provo un leggero imbarazzo a scrivere questo libro."
Degli scrittori di questi anni, il sessantenne Murakami Haruki (i giapponesi mettono prima il cognome e dopo il nome) è tra quelli che preferisco.
In particolare il suo "Kafka sulla spiaggia" ha affascinato non solo me, ma anche mia moglie Tatjana e la nostra amica Patrizia (due donne che quando sentono nominare gli autori made in Japan preferiscono rileggersi per la decima volta un qualsiasi Maigret conosciuto a memoria).
Le storie di Murakami vivono e pulsano sempre al confine: tra realtà e sogno, Oriente e Occidente, tradizione e modernità, dolore e gioia, rassegnazione e impegno, realismo e fantastico, erotismo e candore, Ombra e Luce.
Chi legge le sue opere narrative entra in luoghi strani e nello stesso tempo familiari, percorrendo storie avvincenti.
Però Murakami si è dedicato anche alla scrittura di "saggistica": il poderoso Underground, splendida inchiesta sullo spaventoso attentato col gas alla metropolitana di Tokio.
E adesso questa Arte di correre: il suo rapporto con la maratona, la salute, il corpo, gli anni che passano, i luoghi delle gare sportive.
Non vedo l'ora di leggerlo.
In attesa del romanzone sulle mille pagine 1Q84.
Uscito nel mondo qualche mese fa: se ne dice un gran bene e in Italia dovrebbe uscire il prossimo anno.
Scritto alle 09:53 nella letture, Libri, persone, salute, Sport, Viagg | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Benedetto XVI ha dichiarato: "I divorzi e le separazioni rendono infelici i figli".
Io sono cristiano (non cattolico ma valdese) e vorrei ricordare a Papa Ratzinger il quarto capitolo della Genesi (versetti 1-10):
dalla famiglia tradizionale, non divorziata nè separata, di Adamo ed Eva nacquero due figli, Caino e Abele.
Il primo accoppò il secondo.
Scritto alle 12:11 nella attualità, coppia, letture, persone, Religione | Permalink | Commenti (41) | TrackBack (0)
Domani arriva in edicola Il fatto quotidiano.
Giornale d'assalto a sedici pagine, non uscirà il lunedì, diretto da Antonio Padellaro, ci scriveranno tra gli altri Marco Travaglio, Furio Colombo, Peter Gomez, Oliviero Beha.
Augurissimi.
E mi sono abbonato.
Dal 23 settembre, 85mila copie de Il Fatto Quotidiano saranno distribuite in circa 15mila edicole sul territorio nazionale.
1 Regione Località Distribuzione Note
2 Abruzzo L'AQUILA Città
3 Abruzzo PESCARA Città
4 Abruzzo CHIETI Città
5 Abruzzo Francavilla Città
6 Abruzzo Montesilvano Città
7 Basilicata POTENZA Città
8 Campania NAPOLI Città
9 Campania SALERNO Città
10 Lazio Tutta la provincia di Roma tranne: Frosinone Rieti e Viterbo
11 Lazio LADISPOLI Provincia RM
12 Lazio Civitavecchia Provincia RM
13 Lazio GAETA Provincia RM
14 Lazio VALMONTONE Provincia RM
15 Lazio APRILIA Provincia RM
16 Lazio LATINA Città
17 Lazio ROMA Città + tutta la Provincia
18 Lazio CAMPAGNANO ROMA Provincia RM
19 Lazio MONTEROTONDO SCALO Provincia RM
20 Marche ANCONA Città
21 Marche FERMO Città
22 Marche MACERATA Città
23 Marche PORTO S.GIORGIO Città
24 Marche PESARO Città
25 Puglia BARI Città
26 Puglia FOGGIA Città
27 Puglia LECCE Città
28 Molise ISERNIA Città
29 Molise CAMPOBASSO Città
30 Sardegna CAGLIARI Città
31 Sicilia CATANIA Città
32 Sicilia PALERMO Città
33 Toscana TUTTA
47 Umbria TUTTA
51 Emilia Romagna TUTTA
63 Liguria GENOVA Città NO Chiavari, Sestri levante, Portofino e Camogli
64 Liguria SESTRI PONENTE Città
65 Liguria GENOVA PEGLI Città
66 Lombardia VARESE Città + Provincia tutta
67 Lombardia PAVIA Città
68 Lombardia LECCO Città
69 Lombardia SARONNO Città
70 Lombardia BERGAMO Città
71 Lombardia MILANO Città + Provincia tranne – Mantova, Sondrio e Cremona
72 Lombardia LODI Città
73 Lombardia BRESCIA Città
74 Lombardia COMO Città
75 Piemonte CUNEO Città
76 Piemonte IVREA Città + Aeroporto Caselle
77 Piemonte TORINO Città
78 Piemonte NOVARA Città
79 Piemonte ASTI Città
80 Piemonte ALESSANDRIA Città
81 Trentino Alto Adige TRENTO Città
82 Friuli UDINE Città
83 Friuli TRIESTE Città
84 Veneto PADOVA Città
85 Veneto VENEZIA Città
86 Veneto MESTRE Città
87 Veneto TREVISO Città
88 Veneto VERONA Città
89 Veneto VICENZA Città
Scritto alle 09:31 nella attualità, auguri, letture, politica, Sistema mediatico | Permalink | Commenti (12) | TrackBack (0)
Ieri sera io e Tatjana abbiamo visto un emozionante documentario che sembra un misterioso film giallo.
Ma prima serve una premessa.
(Se volete, saltatela)
Torno spesso a Bob Kennedy.
Assieme a Martin Luther King, Robert Francis Kennedy fu l'eroe laico della mia adolescenza, di quando (quattordicenne) seguivo in televisione e sui giornali e nelle conversazioni di mio papà e mio nonno la sua campagna elettorale delle primarie democratiche del 1968.
Ricordo che piansi di dolore e di rabbia quando lo ammazzarono il 6 giugno di quell'anno.
Per me, il riformismo ha sempre avuto quella forte radicalità.
E ogni volta che rileggo i discorsi, le interviste di Bob, trovo l'attualità profetica delle sue parole, della sua politica, del suo linguaggio.
Sentite questo frammento di un discorso sulla libertà di stampa a Cape Town nel Sud Africa ancora oppresso dal segregazionismo razziale (un intervento che creò forte disagio nei governanti bianchi ma accese speranze nei neri):
”Al cuore della libertà individuale sta la libertà di parola, il diritto di esprimere e comunicare le idee, di differenziarsi dai rozzi animali della foresta, il diritto di richiamare i governanti ai loro doveri e obblighi. E soprattutto il diritto di affermare la nostra appartenenza a un corpo politico, la società, fatta dalle persone che condividono la nostra terra, le nostre tradizioni e il futuro dei nostri figli.
Alla pari con la libertà di parola sta il diritto di essere ascoltati, di avere voce nelle decisioni dei governi che determinano la vita degli uomini. Tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta, la famiglia, il lavoro, l’educazione, un luogo in cui allevare i figli e riposare la mente, tutto ciò dipende dalle decisioni dei governi, e tutto ciò può essere spazzato via in un attimo da un governo che non dia ascolto alle richieste della sua gente. E io parlo di tutta la gente.
I diritti fondamentali dell’uomo possono essere protetti e preservati solo dove c'è un governo che risponde non solo ai ricchi, non solo a quelli di una certa religione, non solo a quelli di una certa razza, ma a tutti gli uomini della società".
6 giugno 1966
O le dure e chiare parole con cui Bob parlava del ritiro dal Viet-Nam:
"La guerra in Vietnam ci pone delle importanti questioni di ordine morale. Che diritto abbiamo, noi in America, di andare ad uccidere decine di migliaia di persone, di rendere milioni di persone dei senzatetto, di uccidere donne e bambini come stiamo facendo?
Ogni anno nel Vietnam del Sud rimangono senza gambe e senza braccia 35.000 persone, e altri 50.000 civili perdono la vita. Migliaia di bambini vengono uccisi in seguito alle nostre azioni militari. Che diritto abbiamo, negli Stati Uniti, di compiere queste azioni, solo perché vorremmo proteggerci, o per evitare un problema maggiore per noi?
Io mi domando seriamente se abbiamo o meno quel diritto. Dovremmo poterlo sentire, qui negli Stati Uniti, cosa avviene quando lanciamo il napalm, un villaggio viene distrutto, e i civili vengono uccisi"
5 giugno 1968, pochi minuti prima di venir colpito a morte
Insomma, con Bob Kennedy siamo anni luce dai balbettii di troppi politici della sinistra e centrosinistra e sinistracentro italiana, infingardi, timidi, ipocriti, esitanti, oscuri, nè di qua nè di là, eterni mediatori al ribasso.
Ieri sera io e Tatjana abbiamo visto L'altra Dallas (un ottimo film documentario che ricostruisce in modo convincente, con ricchi materiali inediti l'assassinio di Bob, smontando punto per punto la ridicola tesi del killer matto e solitario Shiran Shiran. E indicando la verità).
Il libro a cui è allegato aggancia la tragedia a quella dell'omicidio di Dallas, in cui venne ucciso John Kennedy. Anche per quel delitto, si fornisce una versione che demolisce del tutto la grottesca ipotesi di Lee Harvey Oswald unico assassino).
In più, i delitti JFK e RFK vengono inseriti in un quadro molto fosco, le cui radici affondano nella storia e nella politica americana.
Malgrado qualche forzatura (alcuni accenni all'11 settembre), il lavoro di Massimo Mazzucco e dei suoi collaboratori è encomiabile.
Ma (come per i misteri che si rispettano) non voglio svelarvi troppo.
Chi lo ha inventato è un genio:
http://metilparaben.blogspot.com/2009/09/generatore-automatico-di-proclami-di.html
Scritto alle 14:30 nella attualità, banalità, Giochi, letture, persone, politica, Sistema mediatico, Web/Tecnologia | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
Sabato e domenica, al Festival della Letteratura di Mantova, volevo comprare qualche libro.
Ma il centro della città è infestato dalle librerie delle catene del surgelato Feltrinelli-Giunti-Mondadori: banchetti e scaffali uguali in ogni città, attenzione per i piccoli editori praticamente nulla, amore per i libri pari a zero, dipendenti dalla competenza (non è solo colpa loro) modestisima, insomma quei negozi di surgelati potrebbero vendere schiuma da barba o tanga, filo interdentale oppure vasi da notte e sarebbe la stessa cosa.
Una tristezza.
Però, fruga fruga nelle backstreets (ah...Bruce Springsteen...se non ci fossi tu...a raccontarci delle strade secondarie!) e domanda a qualcuno (tra l'altro al mio amico Andrea Valente, ho scoperto due posti.
Le bancarelle dell'usato in piazza non ricordo come si chiama (dove ho fatto dei bei colpi a prezzi onesti).
E una libreria degna di questo nome, la Coop Nautilus in piazza Ottantesimo Fanteria 19.
Riflettendoci poi con una signora emiliana incontrata per strada e con cui ho chiacchierato a lungo, pensavamo che la strada (o una delle strade) di sopravvivenza per le librerie "tradizionali e vere" è forse questa:
per reggere alla violenta invasione del surgelato (che, per attirare vasta clientela, è in grado di fare scontacci su libracci di grande consumo) dovrebbero riuscire a diventare "protettorati". Entrando in un qualche modo a far parte di grossi gruppi (ad esempio le Coop, come nel caso della Nautilus di Mantova). Mantenendo l'intera autonomia culturale e gestionale, tutta la personalità che la rende unica e insostituibile.
Quel guizzo di vita e di follia che ce lo fa capire immediatamente, al primo colpo d'occhio: quella libreria e quella persona non sono surgelate ma vive e libere.
Scritto alle 09:22 nella domande, letture, Libri | Permalink | Commenti (16) | TrackBack (0)
Il titolo è pomposo. Il testo (come vedrete) per nulla.
Vi trascrivo subito gli articoli, lasciandoli esattamente così come sono nati.
Da dove saltano fuori, ve lo racconterò alla fine.
Però faccio subito una premessa:
io e Anna abbiamo avuto a disposizione circa un'ora e un quarto, bambini che andavano da tre a dieci anni e che vedevamo per la prima volta, senza nessunissimo lavoro preparatorio. In più io e Anna Sarfatti non volevamo in alcun modo prevaricare le voci dei piccoli imponendo la nostra volontà o le nostre decisioni. Ecco perchè la "Carta dei diritti e dei doveri" presta il fianco e tutte le altre parti del corpo a mille e altre diecimila critiche.
Ma vedere decine di bambini che parlavano liberamente (e tutto sommato saggiamente) di diritti e doveri (senza mai tirare in ballo i capricci) ci ha dato una botta di speranza.
CARTA DI MANTOVA DEI DIRITTI E DOVERI DEI BAMBINI E DEI GENITORI
DIRITTI
Mangiare gli asparagi
Scacciare Luciano
Avere diritti
Lavorare (solo per gli adulti)
Guidare l’auto (solo per gli adulti)
Non guidare l’auto (solo per gli adulti)
Andare a letto quando si vuole
Riposarsi
Scegliere cosa vedere alla tivù
Leggere un libro
Non leggere un libro
Giocare da soli o in compagnia
Imparare per tutta la vita
Ai passatempo
Fare gli stupidi (non sempre)
Avere una casa
Discutere
Parlare senza essere interrotti
Spegnere la tivù (Tac! Zfssssssss….)
DOVERI
Non alzare la voce con i bambini (solo per gli adulti)
Rispettare se stessi
Rispettare gli altri
Lasciare i bagni puliti
Non mettere i piedi sul tavolo
Avere doveri
Lavorare (se si può)
Rispettare i bambini (solo per gli adulti)
Mettere la pasta nella pentola
Non rompere i quadri
Prendersi cura dei bambini (solo per gli adulti)
Non essere violenti
Stare attenti ai pericoli
Non dare tutti i torti ai bambini (solo per gli adulti)
Insegnare ai bambini (solo per gli adulti)
Proteggere i bambini (solo per gli adulti)
Accontentare di più i bambini (solo per gli adulti)
Andare a prendere a scuola i bambini (solo per gli adulti)
La Carta è nata al Festival della Letteratura di Mantova 2009, nell’incontro di domenica 13 settembre al Palazzo del Mago, 15.45, un gran caldo.
Sul palco io e Anna Sarfatti, una bella maestra spiritosa che scrive libri pieni di intelligenza civile (uno l’ha fatto assieme al giudice Gherardo Colombo per raccontare la Costituzione ai più piccoli). Davanti a noi c’erano un centinaio di bambini, ragazzini e adulti.
Con Anna ci conoscevamo solo via email, via telefono e (da due ore) a pranzo. Ma sul palco il gioco è stato abbastanza facile: lei interpretava il ruolo della persona seria e affidabile mentre io entravo nella parte del cretino. Così, Anna s’è messa a scrivere sui fogli e a tenere le fila della discussione ragionevole, intanto che io facevo lo stupido (“e non ti viene difficile” direbbe mia figlia Francesca).
La Sarfatti era bravissima a cogliere, da tutti gli interventi dei bambini che volevano dir la loro su diritti e doveri, la sintesi (rispettosa non solo del loro senso ma anche della loro forma). E’ in questo modo che son venute fuori bizzarrie come il “dovere di non rompere i quadri”.
Io intanto mettevo in scena delle piccole gag.
Da una è nato il “diritto di cacciare Luciano”.
Subito, appena iniziato l’incontro, sono sceso dal palco per sedermi provocatoriamente sulle ginocchia di un bambino che stava in prima fila. Lui sorpresissimo mi spinge via, mentre Anna (che aveva capito al volo le mie intenzioni) mi rimproverava nel microfono: “Ma Luciano!! Cosa fai?!”
Torno sul palco.
Dopo qualche minuto, di nuovo cerco di cacciare il bambino dalla sua sedia. Lui difende il suo posto.
Al mio terzo tentativo, simuliamo una specie di esagerata collutazione, finendo entrambi per terra.
E da questo, parte il discorso sui diritti: quel posto spettava al bambino oppure a me? Conclusione: il “diritto di scacciare Luciano”.
Invece, per rappresentare il “diritto di fare gli stupidi (non sempre)”, saltellavo sul palco goffamente (non mi occorre simularla, la goffaggine), poi son corso dentro e fuori dal teatrino, comparendo e scomparendo dalle tendine del sipario, finchè Anna (che brava e sobria partner!) ha invocato l’aiuto dei bambini: “Fermatelo!”. E una decina mi sono saltati addosso per sbloccarmi, urlanti e ridenti.
Cosa mi faceva sorridere tantissimo?
Vedere tra gli spettatori il viso altrettanto sorridente del simpatico compagno di Anna, Francesco.
Due piccoli misteri che ci incuriosivano:
quali storie vere stanno dietro al "non rompere i quadri" e al "mettere la pasta nella pentola"?
Scritto alle 11:43 nella adolescenti, attualità, diritti, donne, Giochi, letture, persone, politica | Permalink | Commenti (19) | TrackBack (0)
In Inghilterra la presentano come una clamorosa e geniale novità:
leggere in vasca da bagno.
E dunque hanno stampato dei libri appositi e impermeabili che, anche se cascano in acqua e si bagnano, non si rovinano.
Ovviamente (secondo le stupidissime leggi del mercato) si tratta di romanzetti "per donne" scritti da Katie Letty (autrice di narrativa rosa).
E l'intera operazione pubblicitaria è sponsorizzata da una marca di bagnoschiuma femminile. (Notate l'effetto completamente fasullo della libreria sullo sfondo)
Come se i piaceri del bagno fossero riservati solo alle donne.
Come se solo le donne leggessero.
Come se in vasca da bagno si dovesse leggere solo brutta roba e non si potessero assaporare bellissimi libri.
Scritto alle 08:35 nella Auto-lezioni, banalità, letture, Libri, salute, Sistema mediatico | Permalink | Commenti (8) | TrackBack (0)
La prima volta che provai a leggerlo, avevo diciotto o diciannove anni ed ero incuriosito dai libri che si portava a scuola la splendida compagna di classe (sezione C del liceo Petrarca) Manuela Tognacchini.
Forse la ragazza più carina che ho mai incontrato nella mia vita. E per cinque anni (ginnasio e liceo, dall'ottobre 1968 al giugno 1973) era (irraggiungibile come un delicato sogno) a uno o due metri da me, dal me molto sfigatello di quel periodo.
Da alcuni mesi la vedevo immersa nella lettura di uno di quei sette volumi Oscar dalla copertina bianca con la silhouette della faccia baffuta di Marcel Proust.
Alla ricerca del tempo perduto si chiamava quella saga.
Così, mi comprai anch'io il cofanetto Mondadori.
Una sera, iniziai a leggere.
Non so dire quanto lo stile di Proust e la sua sottigliezza conquistarono il Luciano dei primi anni Settanta.
Però devo pure confessare che, dopo qualche giorno, quello stile e quella sottigliezza cominciarono a tediarmi, misi da parte la ricerca del tempo perduto e tornai agli autori che m'erano più congeniali.
Qualche anno dopo, durante un mio amore complicato, lessi Un amore di Swann (la seconda parte del primo romanzo del ciclo proustiano) e mi piacque tantissimo.
Riprovai dunque ad affrontare da cima a fondo l'intero continente della Recherche: lo abbandonai dopo un po'.
Così accadde ancora e ancora.
Finchè, nell'autunno/inverno dell'84-85 (se ricordo bene), lo lessi da cima a fondo.
E poi ci sono ritornato (a bocconi varie volte, nella bellissima edizione Meridiani Mondadori tradotta da Giovanni Raboni, con un eccezionale apparato di note).
E di Proust amo due aspetti:
l'umorista sottilissimo e geniale (pochi autori sanno usare lo humour con tanta perfidia),
l'impavido e lucidissimo analista dei nostri cuori e delle nostre menti (quando Marcel si mette a scavare dentro di noi, sa estrarre tesori che fanno impallidire le riflessioni di Freud psicanalisti filosofi sociologi critici satirici eccetera).
Però quando (e gli capita con una certa frequenza) Proust si mette a sproloquiare della natura, dei gigli, delle statue, delle presunte qualità letterarie del personaggio Bergotte (uno scrittore pomposo e vuoto di imbarazzante vacuità), di siepi, di biancospini. O quando ci fa assistere a lunghissimissimissime conversazioni salottiere. O quando si mette a far l'esteta.
Insomma: Proust annoia in modo micidiale quando si dimentica di essere l'immenso scrittore comico/filosofico che è.
Quando invece se ne ricorda, quando mette insieme humour & analisi, quando racconta il dolore delle persone, quando mette in scena uomini e donne, è gigantesco
Tutta questa premessa per dire che, dopo quasi un quarto di secolo, ho voglia di tornare nel mondo della Recherche, per fami leggere da Proust e vedere quanto e come sono cambiato.
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Qui in vacanza sulle Langhe andiamo a dormire tardi, più tardi del solito. Di giorno girovaghiamo tra un paese e l'altro, su e giù per le colline e lungo le valli.
Così il tempo per leggere è poco.
A letto, apro il volume che (oltre alla Bibbia) mi sono portato dietro da Trieste: tutti i racconti di M. R. James.
Studioso inglese nato il 1º agosto 1862 e morto il 12 giugno 1936, scrisse una trentina di storie fantastiche, ambientate nella tranquilla e sonnacchiosa Inghilterra, tra polverose biblioteche, vecchi manieri, ville nobiliari e pacifiche cittadine.
I protagonisti sono in genere uomini grigi e colti, bibliotecari, studiosi, collezionisti.
Lo stile della narrativa jamesiana è pacato, solido, affidabile come un mobile antico e ben conservato.
I "mostri" ci attendono nei luoghi, fisici e mentali, più imprevedibili.
Prendo a esempio le dieci paginette di "Mezzatinta": un piccolo quadro con una scena notturna, una grande casa illuminata dalla luna, il giardino vuoto. Ma ogni volta che lo si guarda li quadro (disegnato a mezzatinta) presenta un elemento nuovo: una figura che compare nel prato, una finestra si apre, la figura si avvicina alla porta...
Un forte senso di minaccia per gli abitanti della casa.
Il possessore del quadro se ne rende conto e vorrebbe intervenire.
Ma come fare?
Un racconto bellissimo e inquietante, straordinariamente cinematografico.
Che resta annidato per anni (io l'ho letto per la prima volta non so quando, in non so quale antologia) nella mente di chi ha visto/letto quel dipinto.
E tutta la narrativa di M. R. James è così: nessun effettacio, ma atmosfere suggestive e sinistre.
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Se affermo che Alberto Ongaro è il mio scrittore italiano preferito, non è perchè sono abbagliato dall'amicizia personale.
Se dico che nel secondo Novecento italiano sono usciti pochissimi romanzi all'altezza della sua Taverna del doge Loredan, non è perchè dal 1980 l'ho letto sette volte, con gioia crescente.
Nato il 22 agosto 1925 a Venezia, oggi Alberto compie gli anni e un giorno.
Se non l'avete mai letto, avvicinatevi ai suoi libri.
Stasera vi consiglio uno di quelli che amo di più: La strategia del caso (uscito nel 2004 da Aragno).
Partito poco più che ventenne per l’America del Sud in compagnia di Hugo Pratt e altri amici appassionati di fumetti, Ongaro girò in lungo e in largo il mondo come inviato speciale dell’Europeo e pian piano divenne un romanziere affermato, riconosciuto da molti autori giovani come un maestro della suspense.
Negli ultimi anni ha accelerato il ritmo della sua produzione: in particolare il bellissimo noir sudamericano Rumba (2004) era il degno erede dei grandi testi ongariani, Un romanzo d’avventura, La taverna del doge Loredan, La partita, Il segreto dei Sègonzac.
Sempre del 2004 è La strategia del caso (pagine 235, euro 13) dove, senza toni gridati ma in modo indiretto e nel contesto di una storia che apparentemente racconta altro, Ongaro dice con forza la sua opinione sui più angosciosi temi del momento.
Un giovane di cui non si dice il nome va a trovare l’insopportabile e bisbetico zio ricoverato in una casa di riposo per anziani sulle rive del Brenta e nel parco incontra un vecchio e affascinante signore che forse vuole parlargli.
Dopo alcuni giorni il giovane ritorna e il vecchio gentiluomo gli affida un bizzarro incarico: trovare un uomo che non vede da più di cinquant’anni, un uomo con cui aveva scambiato solo poche parole ma che ora deve assolutamente rintracciare. Di lui sa solo che si chiamava Franco e che mezzo secolo prima, dopo quel fatale colloquio, era partito per il Brasile. Il giovane intuisce che nei pochi minuti di quel lontanissimo incontro tra i due deve essere successo qualcosa di decisivo, qualcosa di cui il vecchio non vuol parlare. Sulla base delle inconsistenti tracce il protagonista attraverserà l’Oceano alla scoperta del Sudamerica, vivrà insolite avventure e apprenderà molte cose su quel vecchio signore ma anche su sé stesso. In questo percorso, Ongaro regala come sempre al lettore sequenze di grande fascino e tensione narrativa: restano indimenticabili la misteriosa e malvagia ferita al piede che colpisce il protagonista, l’incontro con l’attrice argentina e soprattutto la proiezione del vecchio filmato della festa svoltasi cinquant’anni prima in un palazzo di Venezia, le sequenze cinematografiche dalle quali si comincia a intuire la spiegazione dell’enigma.
Sì, perché La strategia del caso è a tutti gli effetti un giallo, ma un giallo dove il delitto, il mistero e la soluzione finale non appartengono alla sfera del crimine quanto a quella della morale. In Ongaro resta intatta la solita abilità nell’orchestrare una partitura narrativa fatta di suspense e di attesa, inquietanti segnali e rivelatrici coincidenze, colpi di scena e sfuggenti personaggi. Ma sullo scrittore veneziano sembrano scesi i contorni di un’ombra dolente, i lembi di una malinconia esistenziale: saranno questi anni berlusconiani, intrisi di delusione e cialtroneria, di volgarità e bassezza intellettuale. Sarà che Alberto Ongaro, uomo vicino ai rigori etici e intellettuali del Partito d’Azione, in quest’epoca di disarmo morale si sente come un orgoglioso pesce fuor d’acqua e allora si tuffa nelle pozze ancora rimaste limpide. Ecco apparire sullo sfondo del romanzo la Resistenza italiana contro il nazi-fascismo, ecco le madri argentine di Plaza de Mayo che si ostinano a pretendere la verità per la sorte di figli e mariti fatti sparire dalla dittatura militare, ecco la fedeltà a sé stessi e ai propri valori.
Forse più vicino all’esordio del Complice che alle travolgenti avventure cui il suo nome è legato, è senza dubbio il romanzo più segreto e struggente di Ongaro. E se nel finale traboccano un senso di civile rabbia e di orgogliosa commozione, è proprio questo che La strategia del caso vuole raccontare.
Tanti auguri, Alberto.
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Ieri si parlava di volumi da restituire ("insoddisfatti e rimoborsati") al libraio.
Di sera, col caldo che faceva malgrado il ventilatore, finito di leggere l'Espresso (tutta la mia solidarietà politica e umana a Giorgio Bocca, attaccato dalla destra e non difeso dalla sinistra dopo il suo articolo di una settimana fa su Totò Riina), mi è venuta voglia di qualcosa di tosto.
E così ho preso giù dalla libreria il volume dei Meridiani con le Opere di Dashiell Hammett.
Uno per cui vado pazzo.
Ho i suoi libri nelle edizioni più svariate, dal vecchio Tutto (ma non era vero) Hammett della Longanesi agli Oscar, ai rilegati Leonardo ai tascabili Longanesi ai Sellerio alle ristampe, più le biografie a lui dedicate e i romanzi con lui protagonista.
Lo dico?
Tra Hammett ed Hemingway preferisco il primo.
Entrambi sbevazzavano oltre ogni limite, entrambi stavano a sinistra (Dashiell finì pure in galera per non aver fatto il nome di chi aveva contribuito a un fondo di solidarietà per gli imputati a un processo contro gli iscritti al Partito Comunista americano), a entrambi piacevano le donne (Hammett viveva con la scrittrice e commediografa Lilian Hellman), ma dopo tanti anni mi pare che su Hemingway gravi di più il peso del tempo.
Ieri sera ho ricominciato a leggere il possente Red Harvest (Raccolto rosso), romanzo del 1929. Faccio un accenno alla trama, così avrete un'idea dell'attualità di Hammett. Il protagonista io narrante è Continental Op (agente dell'agenzia Pinkerton, per la quale aveva lavorato anche Dashiell). Viene mandato in una città mineraria in preda alla corruzione: per stroncare le rivendicazioni sindacali, i proprietari delle fabbriche avevano assoldato dei gangster che hanno represso con la violenza gli operai. Ma ora non vogliono mollare il potere e il denaro.
Continental Op dovrà nuotare in una torbida palude di sangue e di malaffare politico.
Roba di ottant'anni fa?
Giallettini usa e getta?
E lo stile di Hammett?
Un linguaggio tutto sostanza, personaggi rappresentati attraverso le loro azioni, scene rapide e dense, dialoghi sulfurei, una messa in scena dell'America anni Venti e Trenta violenta e moralistica (chi parla di un Hammett cinico è fuori strada: il grande giallo hard boiled ha un'anima fortemente etica).
Se non lo conoscete, ve lo suggerisco caldamente: Hammett è un grande. Non solo della narrativa poliziesca.
Roba come Il falcone maltese, La chiave di vetro o i bellissimi racconti merita di essere letta e riletta. Non solo per il gusto di voltar pagina dopo pagina per scoprire cosa succederà nella prossima riga, ma per assaporare uno stile che ha fatto scuola.
Anche gente insospettabile, come Carver, è figlia di Hammett.
Scritto alle 09:26 nella letture, Libri, persone | Permalink | Commenti (5) | TrackBack (0)
In Francia lo fanno sul serio:
alcune librerie accettano il "soddisfatti o rimborsati".
Si riportano libro e scontrino, si descrivono sinteticamente i motivi del proprio scontento e in cambio si ottiene un buono.
In Italia non lo fa ancora nessuno.
Se qualche libreria lo applicasse, io cosa avrei restituito?
I primi titoli che mi vengono in mente (con le relative e brevissime motivazioni):
La versione di Barney (ma perchè mai devo farmi fregare da Giuliano Ferrara?)
Con le peggiori intenzioni di Alessandro Piperno (perchè leggere questo presuntuoso e mal riuscito Philip Roth de noantri?)
Le uova del drago di Pierangelo Buttafuoco (se devo leggere un nazista, preferisco le opere di Julius Evola)
Firmino di non ricordo chi (un romanzo deprimentissimo)
Il secondo Faletti (il primo, Io uccido, non era male anche grazie al grosso lavoro degli editor ma questo è scritto in un modo abominevole, con uno stile dalla goffaggine imbarazzante, gravata da seconda-licealismo in terzo banco)
Il Paulo Coelho che mi hanno regalato (grazie alla mia alimentazione ricca di fibre, non ho necessità di quel tipo)
Una Banana Yoshimoto che comprai e non ricordo quale (er nulla)
I tre romanzi di Fred Vargas che ho cominciato (supponenti e molesti, fasulli e noiosi)
Il romanzo di Thomas Pynchon che mi regalarono (me pensavo che le pagggine ereno incollate a caso e co' le righe tutte mescolizzate come li cockteil de li merekani mbriachi)
E voi?
Cos'avreste riportato in libreria?
Scritto alle 08:45 nella attualità, banalità, diritti, Giochi, letture, Libri, Musica | Permalink | Commenti (93) | TrackBack (0)
Quando Silvio Berlusconi gioca in casa e concede interviste al settimanale Chi, è sempre una festa.
Perchè arrivano cose strabilianti, affermazioni sensazionali, da far sobbalzare e rabbrividire anche chi sonnecchia con questa canicola.
Dal prossimo numero, in uscita tra pochi giorni, estraggo due perle.
La prima:
"Vorrei passare alla storia come il presidente del consiglio che ha sconfitto la mafia"
Quando vi siete ripresi, potete passare alla seconda dichiarazione.
Vi raccomando di soffermarvi sul meraviglioso e sapiente utilizzo che Berlusconi fa dell'avverbio "consapevolmente":
"Non ho mai invitato consapevolmente a casa mia persone poco serie"
Scritto alle 08:51 nella attualità, auguri, banalità, letture, persone, politica, storia | Permalink | Commenti (11) | TrackBack (0)
L'ho appena saputo.
E' morto Tullio Kezich, critico, scrittore, triestino, antifascista, antinazionalista.
Con i suoi libri e soprattutto le sue recensioni cinematografiche (spesso non ero per nulla d'accordo, e anche a distanza di anni mi capita di arrabbiarmi per molti suoi giudizi) sono cresciuto: le leggevo e rileggevo avidamente, prima sui giornali e poi raccolte in volume.
Non l'ho mai conosciuto di persona ma gli volevo bene come a un vecchio zio.
Scritto alle 15:03 nella cinema, Film, letture, persone | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
Prima l'addio rock a un grande novantaquattrenne.
Ieri è morto Lester Willia Polfuss (più noto come Les Paul), l'uomo che diede suono alla stupenda chitarra elettrica Gibson Les Paul, strumento dal suono eccezionale e dalla meravigliosa silhouette.
Suonata da gente come Jimmy Page dei Led Zeppelin, John Fogerty dei Creedence, David Gilmour dei Pink Floyd, Pat Metheny e il mio amatissimo Neil Young.
Poi lo sberleffo a tale Giovanni Cattaneo.
Di cui scopro oggi l'esistenza.
Costui è il portavoce (immagino pagato con robuste dosi di denaro pubblico) della Regione Lombardia.
Questo coraggioso (su Repubblica di oggi, pagina 32, rubrica delle Lettere) non ha alcun timore di scrivere e firmare pubblicamente il seguente incomprensibilissimo testo.
A suo modo un capolavoro dadaista.
Eccolo riprodotto integralmente:
"Premesso che il Presidente Roberto Formigoni sta svolgendo ora il suo terzo mandato e intende presentarsi ai cittadini il prossimo marzo per un quarto mandato, premesso anche che nessuna legge in Italia può essere retroattiva e premesso che lo stesso Presidente del Consiglio regionale lombardo (leghista) ha smentito la ricostruzione di cui ha scritto Repubblica in data 11 agosto a pagina 10 e a pagina II del dorso milanese, la proposta - ove mai fosse trasformata in legge- avrebbe valore dopo ulteriori due mandati, se mai il Presidente Formigoni avesse nel 2020 l'intenzione di ricandidarsi"
Chi fosse in grado di spiegarmene il senso, è pregato di farlo.
Grazie.
Scritto alle 09:05 nella attualità, domande, letture, Musica, persone, politica, Sistema mediatico, storia | Permalink | Commenti (17) | TrackBack (0)
Scritto alle 17:11 nella attualità, banalità, letture, persone, politica | Permalink | Commenti (9) | TrackBack (0)
Oggi Benedetto XVI ha detto: quella cultura che esalta la libertà individuale e rifiuta la sacralità della vita, è commisurabile alla follia hitleriana.
Agli anziani, il troppo caldo può far male.
Scritto alle 14:01 nella attualità, letture, persone, Religione, salute | Permalink | Commenti (89) | TrackBack (0)
Al Festival della Letteratura di Mantova 2009, farò due incontri.
Sabato 12 settembre alle 17.15, con Anne Fine (che tra l'altro ha scritto Mrs Doubtfire) parleremo (spero facendo anche ridere) su "Perchè leggere?".
Domenica 13 alle 15.45 con Anna Sarfatti (che con Gherardo Colombo ha scritto un libro sulla Costituzione spiegata ai bambini) cercheremo di raccontare ai piccoli (e non solo a loro) cosa sono la pubblicità, le prepotenze, le minacce alla libertà, i doveri, i diritti. Il titolo è "Sono libero davvero?"
L'ingresso costa tre euro.
Se qualcuno di voi riesce a venire a Mantova, mi farebbe piacerissimo incontrarvi.
(Anche se ci diamo appuntamento fuori e non pagate i tre euri)
Scritto alle 17:37 nella adolescenti, attualità, diritti, Giochi, letture, Libri, politica | Permalink | Commenti (18) | TrackBack (0)
Vi ricordate quando c'era il governo Prodi?
E quando i Comunisti Italiani o i Rifondaroli "remavano contro"?
Ricordate come salivano in cattedra gli accigliati professoroni e professorini del Corrierino della sera?
E quanto i vari Galli della Loggia, Romano, Battista, Ostellino e compagnia starnazzante alzavano i rugosi ditini per annunciare all'intero mondo terracqueo che in Italia il centrosinistra (con o senza trattino) era (e sarebbe rimasto per secula seculorum in aeterno amen) inadatto und incapace a governare?
Ve le ricordate quelle menate e smarronate sulla litigiosità, sulla conflittualità, sui ministri inaffidabili, sul governo ondivago, sulla coalizione tenuta insieme solo con la sputacchia?
Perchè adesso quei cacciaballe nomati Galli della Loggia, Romano, Battista, Ostellino et compagnia cantante se sunt fitcati uno tappo in bucca et uno guanto ferrigno (cum cancellatore incurporato) su li polpastrelli de le dita cum cui battono cuntra tastiera de lo computer?
Da un mesetto, sto vivendo con grandissimo gusto narrativo nei Sette Regni, il mondo inventato da George R. R. Martin.
Dico subito che è fantasy. Però non c'entra nulla con maghi e draghetti, elfi e streghine, maghetti e fate, spade miracolose e anelli del potere eccetera eccetera.
Siamo piuttosto dalle parti di un'immensa tragedia elisabettiana, con intrighi di potere e famiglie dilaniate da amori e odii, sesso e ambizione. Intanto, a Nord, oltre la gigantesca Barriera di ghiaccio, sta arrivando il Grande Inverno con tutte le sue oscure minacce.
Ormai, dopo un mese di convivenza, provo grande affetto (o viscerale antipatia) per i personaggi principali (almeno una ventina) e per i comprimari (tantissimi).
Ben scritto, solido, dal ritmo lento dei romanzi classici (anche se ogni tanto accelera in sequenze drammatiche), niente a che fare con certo fantasy per semianalfabeti.
L'autore è George R. R. Martin, americano sessantunenne, democratico, sovrappeso.
Di lui conoscevo già la produzione fantascientifica (molto, molto buona, consacrata da premi come l’Hugo e il Nebula) ma ignoravo questa fantasy.
Questo immenso ciclo si chiama CRONACHE DEL GHIACCIO E DEL FUOCO ed è il lavorazione dal 1996.
Nulla ha a che vedere con i maghetti alla Harry Potter, i signori degli anelli, gli elfi o le spadine del potere. Siamo in una specie di fosco medioevo in cui vivono (e muoiono) decine di personaggi che lottano per il comando e per l’amore, l’ambizione e il denaro, la sopravvivenza e la vendetta. Volta per volta, a capitoli alternati, i romanzi presentano il punto di vista di uno dei protagonisti (uomini, donne, bambini, vecchi, adolescenti) e così gli avvenimenti diventano tridimensionali: perchè noi lettori non siamo mai appiattiti sulle opinioni di un solo personaggio. Ecco allora che un “cattivo” diventerà pian piano “meno” cattivo, perchè prenderà profondità e spessore. E analogamente accadrà agli “eroi” che diventeranno “meno” eroi.
Ad esempio il nano Tyrion (splendidi i suoi dialoghi, carichi di corrosivo humour) è simpatico o detestabile?
E lord Eddard è onesto oppure troppo rigido?
Ma gli stessi fatti acquisteranno molte sorprendenti angolazioni e noi li vedremo evolversi da prospettive differenti, a volte radicalmente differenti.
Martin scrive in modo solidissimo, dando vita a un mondo credibile, realistico e ricco di particolari vividi e importanti, che diverranno essenziali magari trecento pagine più avanti, in una fittissima rete di rimandi che garantisce ampia tenuta all’insieme. E gli elementi tipicamente “fantasy” non solo si inseriscono con fluida intelligenza nel contesto ma si contano sulla punta delle dita di una mano.
Dopo poche decine di pagine i personaggi cominciano a entrare nelle nostra pelle, ad alcuni ci affezioniamo, di altri diffidiamo, per altri ancora proviamo disgusto, altri ci sfuggono, ma di tutti ci interessa la sorte. Come ci accade nelle tragedie di Skakespeare.
(Finora, Martin ha scritto quattro ciclopici romanzi, il quinto dovrebbe essere imminente. E poi con il sesto e il settimo la saga finirà.
Purtroppo Mondadori, che li pubblica in Italia, ha fatto uno scempio: ottime le traduzioni di Sergio Altieri ma demente la scelta editoriale di smembrare i quattro volumi originali in nove tomi, modificando i titoli e senza nessuna indicazione dell’ordine cronologico.
Non è la prima volta, e nemmeno la seconda o la terza o la ventesima, che Mondadori commette simili nefandezze.
In ogni caso, ecco i titoli originali dei romanzi originali:
- Il gioco del trono
- Lo scontro dei re
- Tempesta di spade
- Il banchetto dei corvi
E quello degli Oscar:
• Il Trono di Spade
• Il Grande Inverno
• Il Regno dei Lupi
• La Regina dei Draghi
• Tempesta di Spade
• I Fiumi della Guerra
• Il Portale delle Tenebre
• Il Dominio della Regina
• L'Ombra della Profezia
Scritto alle 17:03 nella letture, Libri | Permalink | Commenti (10) | TrackBack (0)
Come scrisse il grande Ennio Flaiano circa mezzo secolo fa: erano un pugno d'uomini indecisi a tutto.
Sentite qua l'intervista al senatore del PD Stefano Passigli, apparsa sull'Unità di ieri, domenica 19 luglio 2009.
Sono sorpreso per un tema rimesso all'ordine del giorno anche da chi per anni lo ha sottovalutato»
Senatore Stefano Passigli, cosa accadde tra il '96 e il 2001 con i governi del centrosinistra?
Nel '94, con Berlusconi in campo, presentai una proposta di legge, approvata nel '95 dal Senato, che sanciva l'impossibilità per chi detiene la proprietà di mezzi di comunicazione di massa di avere incarichi di governo. Quel testo andò poi alla Camera ma, alla vigilia del voto '96, si preferì evitare che Berlusconi potesse fare la vittima (Nota di Idefix: garantisco, è scritto proprio così).
Poi vinse l'Ulivo e si insediò il governo Prodi...
Tra il '96-2001 avevamo la maggioranza. La posizione di D'Alema, con la quale concordavo, era quella di affrontare il tema all'interno della Bicamerale. Poi, nel '98, Berlusconi mandò a monte la commissione parlamentare per le riforme. Già con Prodi si era convenuto, tuttavia, che il conflitto d'interessi avrebbe dovuto essere un tema di iniziativa parlamentare e non di governo. La stessa linea si tenne con D'Alema che, debbo sottolinearlo, non ha mai frenato una legge ad hoc. Anzi, io, e Franceschini alle riforme, come sottosegretari alla presidenza del Consiglio, dovevamo dare impulso anche al conflitto d'interessi.
E lei che tipo di iniziativa mise in campo?
Io sollecitai tutti. Dal segretario del Pds, Veltroni, ai capigruppo al Senato e alla Camera, Salvi e Mussi, a Franceschini, al ministro per le riforme, Maccanico. Sollecitazioni che non ebbero molto successo, però.
Alla Camera, poi, passò la proposta Frattini...
Esatto. Apparentemente creava il blind trust, ma conteneva norme molto favorevoli a Berlusconi. Riuscimmo a fermare quel testo al Senato e varammo una legge tampone. Eravamo ormai alla vigilia delle elezioni 2001.
Nel centrosinistra molte titubanze, quindi...
Io ritengo che tra ds e popolari c'era la preoccupazione di non ripetere l'esperienza del referendum perduto sulla pubblicità televisiva. Si temeva che Berlusconi avrebbe potuto trarre vantaggi elettorali.
Veltroni lavora a un nuovo testo...
Basterebbe riprendere la mia proposta del '94, aggiornata nel 2001 su incarico di Rutelli e Fassino. Venne depositata in Parlamento con le loro prime firme. Basta stabilire che non si può stare al governo e possedere, contemporaneamente, reti di comunicazione di massa.
Ninni Andriolo
Sergio Romano è un serioso e accigliato commentatore che, certo di aver sempre e comunque ragione su ogni argomento dello scibile umano, elargisce con accigliata sicumera il proprio verbo, del tutto privo di qualsiasi humour.
Le inviolabbbbili maiestatis e ipsedicsitatis derivano a Romano dal passato (docente universitario, ambasciatore a Mosca) e dal presente (scrive sul Corriere della Sera).
Eppure è uno che spesso e volentieri spara cazzate degne dell'ignoranza di un leghista.
Solo, le dice in italiano corretto, senza mettersi le dita nel naso e anzi rispettando sintassi, congiuntivi e consecutio.
Prendiamo l'articolo di ieri, dedicato al PD: http://www.corriere.it/editoriali/09_luglio_16/sergio_romano_la_sorte_del_pd_riguarda_tutti_4c615f86-71c5-11de-87a4-00144f02aabc.shtml.
Al di là delle valutazioni, opinabili come tutte le valutazioni, c'è (come quasi sempre nelle LEZZZZZZZZZIONI di Romano) la fesseria.
Eccola.
Accenna il Maestro, dalle cui sapienti e corrucciate labbra e dalla cui geniale e pensosa penna pendono, quali umili e deferenti allievi, molti dirigggenti nazionali e locali del Piddì:
"alle due grandi famiglie storiche della sinistra italiana: quella dei nipoti del marxismo e quella dei cristiano-sociali".
Ma questa è semplicemente la vulgata di chi, da decenni, vorrebbe far passare la sinistra italiana (tutta la sinistra italiana) per un'assemblaggio di cattocomunisti.
Ignorando completamente i liberali, gli azionisti, i socialisti (che non sono stati necessariamente tutti marxisti), i repubblicani, i radicali, gli anarchici, i protestanti (basti pensare a Giorgio Spini)...
Ma quella di Sergiuzzo Romano non è solo ignoranza: è l'ennesimo truffaldino tentativo (tipico della destra e della nomenklatura ex Margherita ed ex-DS) di far restare il PD soltanto la sommatoria di ex-democristiani ed ex-comunisti.
Scritto alle 09:17 nella attualità, banalità, domande, letture, persone, politica, Sistema mediatico, storia | Permalink | Commenti (48) | TrackBack (0)
Martedì 14 luglio, alle 19,
nell´atrio della Stazione di Campo Marzio (via Giulio Cesare 1) a Trieste,
Paolo Rumiz presenterà il suo ultimo libro, "L´Italia in seconda classe".
Si tratta del racconto - apparso a puntate su "Repubblica" e ristampato da Feltrinelli - di un viaggio nello Stivale, Sardegna e Sicilia, fatto da Rumiz in compagnia di un amico misterioso (in realtà assai noto, che tenta - invano - di viaggiare in incognito), utilizzando quasi esclusivamente ferrovie "secondarie". Quasi 8.000 chilometri, attraverso un´Italia "minore", i suoi personaggi, la sua storia e la sua realtà attuale, cogliendo i segnali inquietanti del futuro che ci attende. Il volume è arricchito dalle tavole a fumetti di Altan.
Rumiz a Campo Marzio dialogherà col pubblico su TAV, decrescita e viaggiatori diventati "clienti", in un sistema ferroviario che un tempo era servizio pubblico e principale tessuto connettivo del Paese, mentre oggi sembra un´azienda come tante altre (anche mal gestita dai suoi dirigenti e da tanti Governi): condannata alla marginalità rispetto alla dittatura del trasporto su gomma e su asfalto.
L´iniziativa è promossa dal mensile "Konrad", in collaborazione con l´Associazione Dopolavoro Ferroviario, il Museo Ferroviario di Campo Marzio e la Libreria Minerva.
Scritto alle 09:06 nella attualità, domande, letture, Libri, persone, politica, Viagg | Permalink | Commenti (21) | TrackBack (0)
Un paio di giorni fa è uscito il nuovo numero di Micromega.
Come sempre, c'è un sacco di roba da leggere (Zygmunt Bauman sul welfare planetario, Marco D'Eramo sulle ipocrisie della sinistra riguardanti l'immigrazione, Guido Caldiron sui rapporti tra Putin e gruppi neonazisti, Pierre Hadot sulla saggezza nell'antichità greca e latina, Marco Travaglio sui magistrati inginocchiati a destra, Andrea Scanzi sui grotteschi orrori dei politici in tivù...).
Ma stamattina, in autobus, ho letto l'articolo (purtroppo solo tredici pagine) di Raffaele Simone.
Docente di linguistica a Roma, autore di vari libri (ricordo Il mostro mite - Perchè l'Occidente non va a sinistra e Il paese del pressappoco - Illazioni sull'Italia che non va), intelligenza lucida e penna ironica.
In questo piccolo e prezioso articolo (Maxima immoralia), Simone illustra una tesi molto semplice: l'Italia è in macerie anche perchè ha perduto (o buttato via?) la moralità, la decenza, la serietà, le virtù.
E indica alcuni responsabili e complici.
Tra i primi, una classe politica pessima sotto ogni aspetto, l'orrendo modello dato dalla televisione italiota soprattutto riguardo alla volgarità e all'aggressività che impazzano.
Tra i secondi, il silenzio delle elites (intellettuali, scuola, politici) che dovrebbero, ma non lo fanno più, proporre un diverso modello e "alfabetizzare" i cittadini. E la Chiesa, prontissima a metter lingua sul testamento biologico e sui diritti delle copie di fatto ma silente davanti al degrado morale.
Gli esempi descritti da Simone sono tragicamente esilaranti, le sue descrizioni di come avvengono i dibattiti in televisione fanno ridere e comunicano angoscia, la sua denuncia dell'abominevole uso della nudità femminile in tv (nessuna televisione al mondo ha così tante tette e culi e così tanti discorsi del Papa) fa riflettere.
La domanda che aleggia è:
se quindici anni di berlusconismo sono stati anche (e forse soprattutto) una incivile devastazione morale e culturale, quanto tempo e quante energie e quanto coraggio e quanta intelligenza e quanti sacrifici saranno necessari per ricostruire un paese civile?
E ci riusciremo mai?
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Marziale fu un grande poeta satirico latino, feroce e divertentissimo, osceno e sarcastico, del primo secolo dopo Cristo.
La lettura dei suoi versi è sempre attuale: i vizi e i difetti degli italioti (soprattutto dei potenti) non sono cambiati.
Ecco un piccolo esempio: l'epigramma 57 del Primo libro (la traduzione è mia).
Ogni riferimento alle escort-accompagnatrici a pagamento è cercato e voluto.
Qualem, Flacce, velim quaeris nolimve puellam?
Nolo nimis facilem difficilemque nimis.
Illud quod medium est atque inter utrumque probamus:
Nec volo quod cruciat, nec volo quod satiat.
Tu mi domandi, o Flacco,
che ragazza mi piace.
Nè troppo facile
nè troppo difficile.
Va bene qualcosa di mezzo:
che non mi metta in croce
e nemmeno mi sazi subito.
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Sul Giornale di oggi, c'è questa lettera di Sandro Bondi, ministro dei Beni e attività culturali.
Egregio direttore,
sono costretto per la seconda volta in pochi giorni a difendermi dal tentativo di Repubblica di denigrarmi, sia usando il ‘bastone’, cercando di colpirmi negli affetti più cari, sia ricorrendo, come ha fatto Eugenio Scalfari in un articolo pubblicato ieri, a deliberate quanto provocatorie insinuazioni.
Nel corso di un dibattito con Eugenio Scalfari svoltosi a Cortina lo scorso anno, dissi apertamente al fondatore di La Repubblica che il suo viscerale antiberlusconismo avrebbe portato la sinistra in un vicolo cieco e alla sua sconfitta definitiva. Avevo visto bene. Non avevo previsto, tuttavia, che il quotidiano che Scalfari dirige avrebbe condotto la sinistra allo snaturamento della propria identità. E ancor meno avevo previsto che l’attacco nei confronti del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sarebbe stato portato al livello di questi ultimi giorni, fino al punto cioè di mettere a repentaglio gli stessi interessi generali del nostro Paese.
Al pari dei giacobini, il ristabilimento della virtù impone qualsiasi sacrificio, qualsiasi ostacolo deve essere rimosso e ogni strumento può essere utilizzato per il raggiungimento di un fine dichiarato necessario e buono. Il quotidiano La Repubblica è l’erede principale di questa cultura ed è divenuto nello stesso tempo una specie di ‘superpartito’, che concentra in sé la dimensione politica, quella economica, quella culturale e perfino quella giudiziaria.
La mia opinione è che l’azione di questo ‘superpartito’ costituisca da tempo l’insidia più grande per la nostra democrazia. Eugenio Scalfari cerca di dipingere il quadro politico e l’atmosfera di questi giorni come se ci trovassimo nuovamente alla vigilia della caduta di un regime, con il corollario di servi, gerarchi e cortigiani, fra i quali vengo annoverato maliziosamente anch’io, in procinto di tradire e di abbandonare la nave.
La maestria di Scalfari, bisogna ammetterlo, consiste da sempre nella capacità di divulgare e accreditare nell’opinione pubblica una visione storiografica, politica e culturale che è esattamente agli antipodi della realtà.
Quello che sta avvenendo in questi giorni è la conferma più clamorosa di quanto sostengo. Scalfari è abile nel descrivere un regime corrotto e morente, contro il quale il suo quotidiano ha lanciato l’offensiva finale, trascinando con sé anche il Corriere della Sera e ciò che resta della sinistra, mentre la realtà è che un governo democraticamente eletto subisce un’aggressione sistematica da parte di un centro di potere economico e politico, che non può vantare alcuna legittimità democratica né morale, sulla base di una campagna scandalistica paragonabile alla pesca con lo strascico.
Alle porte non vi è la caduta di un regime, come ritiene Eugenio Scalfari, né la fuga di gerarchi felloni, ma vi sarebbe, nell’ipotesi abbia successo il progetto destabilizzante di Repubblica, l’indebolimento della nostra democrazia e la rovina dell’Italia. Io non dimentico mai che, se Berlusconi non avesse avuto il coraggio di impedire nel 1994 alla gioiosa macchina da guerra della sinistra capitanata da Achille Occhetto di conquistare il potere, l’Italia sarebbe stata governata da una torbida alleanza formata dalla sinistra comunista e da tutti quei poteri economici rappresentati da un quotidiano come La Repubblica , che avrebbe dato vita sì a un vero regime politico privo di alternative.
Questo rischio esiste anche oggi, aggravato semmai dalla circostanza che la sinistra rappresenta oggi una larva di soggetto politico, mentre l’influenza di La Repubblica è divenuta dominante. Per tutte queste ragioni, e non soltanto per l’affetto che mi lega a Berlusconi e la considerazione che ho di lui come di un uomo sotto tutti gli aspetti ammirevole, come risulta anche dalle interviste pubblicate dal suo stesso giornale, noi non cederemo mai, mai, di fronte alla campagna di odio e di delegittimazione orchestrata dal gruppo editoriale L’Espresso-La Repubblica, in combutta con una sinistra ormai al traino di tutte le battaglie più misere e sconclusionate. Se sapremo sconfiggere anche quest’ultimo disperato attacco contro il governo e contro Berlusconi, la nostra democrazia sarà più salda, il nostro futuro più sereno. Questo gli italiani lo sanno e hanno la possibilità di testimoniarlo con il loro voto.
Sandro Bondi
Scritto alle 11:51 nella attualità, domande, letture, persone, politica, storia | Permalink | Commenti (50) | TrackBack (0)
Stanotte ho finito di leggere un piccolo libretto (poco più di cento pagine che corrono via chiare e veloci)
Il titolo è Psicologia del male.
L'ha scritto il trentasettenne Piero Bocchiaro, ricercatore alla Vrije Universiteit di Amsterdam, autore di articoli scientifici e di Introduzione alla psicologia sociale , docente all´Università di Palermo.
La tesi da cui parte il libro è molto semplice:
la malvagità non appartiene solo a individui devianti e tutti noi, in particolari circostanze, potremmo infierire contro un altro essere umano. Un'ipotesi teorica e campata in aria?
Proprio no, perchè la psicologia sociale nasce da migliaia di studi, esperimenti, ricerche.
La classica (e troppo semplicistica) dicotomia tra Bene e Male ci è congeniale perchè ci permette un comodo orientamento nella foresta della morale e ci fa identificare immediatamente i cattivi: sarebbero sempre e solo loro i responsabili di crimini e di violenze. Noi invece saremmo buoni, incorruttibili, schierati a favore della moralità.
Ma le cose non stanno così: la psicologia sociale ci mette davanti a un´altra storia, quella in cui ciascuno di noi è un potenziale carnefice.
Non siamo totalmente virtuosi, altruisti e sensibili.
Ma nemmeno interamente disonesti, egoisti e distaccati.
Essendo uomini e donne, siamo un impasto di caratteristiche contraddittorie che il principio di coerenza cerca di mantenere in cassettini accuratamente separati.
In più, i ritmi ripetitivi della vita tendono a lasciare noi e i nostri conoscenti in contesti abituali, dove a interagire sono i ruoli sociali.
I nostri comportamenti sono dunque molto prevedibili e, generalmente, in linea con le aspettative.
Ma tutto ciò esplode e va in pezzi quando ci troviamo di fronte a condizioni nuove, impreviste e drammatiche. Diventa allora impossibile pronosticare ciò che sarà di noi e degli altri, ciò che faremo.
Durante il nazismo saremmo stati esecutori degli ordini superiori? Oppure avremmo cercato di ribellarci? O (ancora) avremmo fatto finta di nulla, celati in una plumbea zona grigia?
Fondato com'è su episodi concreti (Adolf Eichmann e la Shoah, la strage dello stadio Heysel, un omicidio svoltosi davanti a decine di testimoni che non mossero un dito, uno stupro in strada a Bologna mentre i passanti non reagirono...), il libro è a suo modo agghiacciante.
Difficile e duro da accettare.
Ma sapere che tutti noi siamo una miscela di contraddizioni ci rende più vigili nei confronti delle forze esterne, accrescendo le probabilità di contrastarle.
In fondo, i quattro punti cardinali a cui ancorarsi per opporsi alla malvagità e all'indifferenza sono:
consapevolezza e senso critico,
autostima,
forte senso della giustizia,
empatia.
Scritto alle 09:48 nella domande, letture, Libri, persone, Scienza | Permalink | Commenti (57) | TrackBack (0)
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l'animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l'uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l'ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo
(da "Ossi di seppia", 1923)
Scritto alle 08:55 nella attualità, letture, politica | Permalink | Commenti (14) | TrackBack (0)
Caro Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi,
caro governo da Lei presieduto e cara maggioranza parlamentare,
mi chiamo Rodrigo Bravi e sono un delinquente, passato, presente e futuro.
Nel senso che io proprio commetto reati: spaccio droga e commetto rapine, rubo in appartamenti e aggredisco le persone, do una mano a smaltire rifiuti tossici e non disdegno il commercio di organi umani, clono carte di credito e faccio ricatti, più molte altre cose che sarebbe superfluo elencare. Aggiungo solo che, qualche volta, così, tanto per gradire, può capitare pure uno stupro.
Per non portar via troppo tempo alla vostra preziosissima attività legislativa ed esecutiva, vengo al motivo della mia lettera.
Vorrei dunque ringraziarvi di cuore a proposito della nuova legge sulle intercettazioni telefoniche e ambientali.
Io e i miei amici non potevamo sperare meglio.
Un deferente saluto dal sempre vostro
Rodrigo Bravi
Scritto alle 08:31 nella attualità, diritti, letture, persone, politica | Permalink | Commenti (19) | TrackBack (0)
"Il voto di fiducia sulle intercettazioni dimostra che il lupo perde il pelo ma non il vizio e continua a sacrificare le indagini di polizia e magistratura. Nonostante i tanti richiami alla necessità di sicurezza"
Felice Casson, ex magistrato, senatore e capogruppo dei Democratici in commissione Giustizia.
Scritto alle 08:49 nella attualità, diritti, letture, politica, Sistema mediatico | Permalink | Commenti (3) | TrackBack (0)
Scritto alle 08:27 nella attualità, banalità, letture, Sistema mediatico, Televisione, Web/Tecnologia | Permalink | Commenti (9) | TrackBack (0)
Ci sono scrittori che semplicemente si leggono, altri che si leggono e poi si rileggono.
Nel reame dell'horror, Stephen King lo leggo ma poi non mi riavvicino più ai suoi libri.
Invece alle opere di Clive Barker torno e ritorno.
Prendiamo In collina le città: uscito nel 1984 nel primo volume dei Books of blood (in italiano tradotto demenzialmente con Infernalia), l'ho letto e riletto non so quante volte e credo sia uno dei più possenti racconti dell'intero Novecento. In trenta pagine mette in scena una originalissima metafora del totalitarismo: anni prima della disintegrazione nazionalistica della ex-Jugoslavia, Barker con profetica genialità medianica ambienta il suo racconto in Bosnia. E mescolando la condanna della passività degli intellettuali ed echi della pittura di Arcimboldo, fantasia scatenata e lucidità narrativa, fa deflagrare una novella sconvolgente e indimenticabile.
Mia moglie (che detesta l'horror) l'ha letta una quindicina di anni fa e non se l'è più scordata.
Perchè Barker crea horror e fantasy (libri, quadri, testi teatrali, film) distanti anni luce dai canoni tradizionali.
Comicissimo ma anche capace di fantasie davvero perverse, realistico ma visionario come il miglior Salvador Dalì, non ha nulla a che fare con Stephen King (a cui lo accostano spesso giornalisti pigri e incompetenti): l'americano del Maine continua a raccontare storie sul Bene e sul Male, mentre all'inglese di Liverpool non gliene importa nulla, del Male e del Bene. E si occupa invece della Carne, dal punto di vista erotico, simbolico, metafisico, orrorifico, sentimentale e mistico.
Due titoli come esempio.
Il micidiale racconto Paura in cui uno studente fa esperimenti psicologici su amici e conoscenti. Sottoponendo le vittime a torture psichiche incentrate sulle fobie di ognuna di esse. Non per sadismo bensì per capire la paura degli altri e quindi vincere il proprio incubo più profondo. Un giorno, prende di mira una ragazza vegetariana...
Il romanzo Sacrament: dopo anni spesi all’inseguimento delle proprie segrete ossessioni cercando di esorcizzarle attraverso reportages su animali in estinzione, discariche e indizi della fine del mondo, un fotografo gay ha un incidente e finisce in coma. Riemergono così i suoi ricordi più nascosti che si allacciano alla Creazione e ai lontani miti dell'umanità.
Ieri sera ho ricominciato Il canyon delle ombre, un thrilling sulla mitologia del cinema, su Hollywood, sull'amore (la parte dedicata al cane è struggente), sulla possessione, sulla brama di immortalità.
E poi tornerò ai due (sui quattro progettati) libri di Arabat, fantasy per ragazzi di sfrenata inventiva, arricchiti da meravigliose ad acquarello (sempre di Barker). Aspettando che si decida a far uscire il terzo e il quarto volume.
Scritto alle 13:23 nella cinema, letture, Libri, persone | Permalink | Commenti (18) | TrackBack (0)
Una curiosità:
trovate peggiore Libero diretto da Vittorio Littorio Feltri oppure Il Giornale diretto da Mario Giordano?
(Domanda per i commentatori di destra: quale dei due preferite?)
Io ho difficoltà a esprimermi: il quotidiano feltriano è più becero, più aggressivo, più manesco, più estremo, più incontrollabile.
D'altro canto, il quotidiano giordaniano è più telecomandato dal Capo, più scientifico nelle sue operazioni punitive, più subdolamente autodichiaratosi moderato.
Scritto alle 11:08 nella attualità, banalità, domande, letture | Permalink | Commenti (38) | TrackBack (0)
Uno dei principi cardine del liberalismo (quello vero, non la versione papi di Berlusconi Pera Battista Bondi Gasparri Bonaiuti Fede & C): il dissenso non va "tollerato" ma fomentato.
Scriveva John Stuart Mill nel SAGGIO SULLA LIBERTA':
"Le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate...
Se una verità fondamentale non trova oppositori è indispensabile inventarli...
Se di due opinioni ve n'è una che ha maggior diritto non solo a essere tollerata ma a venire incoraggiata e favorita, è quella che in un dato momento e luogo è in minoranza"
Roba del 1859: mica questi autoproclamatisi libbbberali fasulli che impestano l'Italia.
Scritto alle 10:40 nella attualità, letture, Libri, persone, politica | Permalink | Commenti (4) | TrackBack (0)
Ecco il nuovo direttore del TG1, Augusto Minzolini, fortemente voluto da Berlusconi.
C'è però un problema.
Un grosso problema.
Perchè di Minzolini Augusto ne esistono due, somiglianti di faccia e di corpo ma molto molto molto diversi di animus.
Ve li presento attraverso le loro parole.
Quello attuale scrive (Panorama del 14 maggio 2009):
“Alla fine nella sua foga antiberlusconiana la sinistra ha superato un altro limite: si è gettata a capofitto nel litigio tra il Cavaliere e Veronica Lario per utilizzare il caso nella polemica politica. In Italia non era mai successo. Una sinistra giustizialista, che ha il chiodo fisso del Cavaliere, e un’altra disperata, che non riesce a presentarsi come un’alternativa di governo, hanno superato questo confine per contrastare la popolarità del premier. Nella logica idiota e masochista di una sinistra senza bussola quelle accuse hanno fatto il giro del mondo danneggiando non l’immagine del premier, ma quella dell’intero Paese. C’è un litigio tra moglie e marito, ci sono gelosie, rancore, amore. C’è di tutto insomma, meno che la politica. Eppure, su questo coacervo di sentimenti, reazioni viscerali, una sinistra delusa, priva di un progetto e in cerca di un leader, tenta di costruire la sua rivincita. Forse questa volta è stato toccato davvero il fondo”
L'omonimo dichiarava (intervista a Repubblica del 29 ottobre 1994):
"Penso che se noi avessimo raccontato di più la vita privata dei leader politici forse non saremmo arrivati a Tangentopoli, forse li avremmo costretti a cambiare oppure ad andarsene. Non è stato un buon servizio per il paese il nostro fair play: abbiamo semplicemente peccato di ipocrisia...
La distinzione fra pubblico e privato è manichea: ripeto, un politico deve sapere che ogni aspetto della sua vita è pubblico. Se non accetta questa regola rinunci a fare il politico"
Scritto alle 11:25 nella attualità, domande, letture, persone, politica, Sistema mediatico, Televisione | Permalink | Commenti (24) | TrackBack (0)
Ho lasciato a casa gli occhiali da vicino e così, con quelli da lontano, non vedo un tubo nè per leggere, nè per scrivere, nè per usare il computer.
Fino a casa sarebbe un viaggio e così andrò dall'ottico che me li ha fatti: sia per scoprire (me lo sono dimenticato) quante diottrie ho, sia per prendere un paio di occhiali "universali".
Ma si può essere più distratti e sbadati?
Scritto alle 08:54 nella Auto-lezioni, banalità, domande, letture, salute | Permalink | Commenti (9) | TrackBack (0)
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