La mia foto

Contatore Shynistat

  • Contatore
Blog powered by TypePad
Iscritto da 07/2007

Lettura quotidiana della Bibbia

  • • Da "Giacomo, 1,22": "mettete in pratica la parola e non ascoltatela soltanto, illudendo voi stessi"
  • Lettura quotidiana della Bibbia

« Manifestazione Fiom a Roma: tra lombo-sciatalgia, Maroni e profezie che (spero) non si autoavverano | Principale | I falsificatori: che brutto il romanzo di Bello »

16/10/2010

TrackBack

URL per il TrackBack a questo post:
http://www.typepad.com/services/trackback/6a00e3981d8c1588330134883e2ce7970c

I link elencati qui sotto sono quelli che rimandano a La manifestazione di Roma della Fiom e il PD (Potevamo Deludervi):

Commenti

Feed Puoi seguire questa conversazione iscrivendoti al feed dei commenti a questo post.

Che occasione s'è perso il PD... anche questa volta.

Bastava prendere appunti mentre parlavano gli operai, i precari della scuola, gli studenti medi... ed avrebbero avuto un canovaccio di programma sensato, comprensibile ed efficace da portare in questa lunghissima campagna elettorale alle porte.
Altro che escort-papi, case a montecarlo e controriforme della giustizia!

perdonami Luciano, ma mia figlia è appena arrivata a casa e non mi ha dato tregua, ma qual è stata la ragione di questa manifestazione della Fiom, ma le sono persa ...

...stavano scocciati.
questi operai, ogni scusa è buona per non lavorare, anche il sabato.

Qual'è stata la ragione della manifestazione?
Direi l'Italia.
Lo slogan principale ("sì ai diritti, no ai ricatti") riassumeva il tema: rimettere al centro dell'azione politica il lavoro e le persone, la giustizia sociale, l'equità fiscale, la scuola pubblica, la redistribuzione del reddito, la moralità dei governanti.

Se non sbaglio, FIOM significa Federazione Italiana Operai Metallurgici.
In altre parole un SINDACATO degli operai metallurgici. Un SINDACATO dovrebbe fare il SINDACATO e non il PARTITO.
" Rimettere al centro dell'azione politica il lavoro e le persone, la giustizia sociale, l'equità fiscale, la scuola pubblica, la redistribuzione del reddito, la moralità dei governanti" non è compito di un SINDACATO ma di un PARTITO POLITICO.
E anche in mancanza di un partito che rivendichi le summenzionate scemenze da fine anni '70, il sindacato deve continuare a fare il sindacato.
Agire in difesa dei lavoratori METALLURGICI (e solo di essi) in contrapposizione ai datori di lavoro METALLURGICI: punto.
Questo farsi i "cazzi degli altri" sarà la pietra tombale di un sindacato che si sta isolando dall'Europa e anche dai propri iscritti: tra l'altro vertiginosamente in calo.
Vadano avanti così. Non solo la FIAT, l'OMSA, la SAME, la Lamborghini porteranno i propri stabilimenti in Serbia quando va bene o in India, Vietnam nel peggiore dei casi ma spingeranno anche le piccole imprese a delocalizzarsi a causa dei ricatti che le grandi imprese fanno allo Stato per accontentare quattro coglioni che vanno in piazza a reclamare.
Bravissimi !!

Auguroni Giorgio! A te e a tua moglie, ovviamente.

No: FIOM vuol dire Federazione Impiegati Operai Metatallurgici.
Ma il punto è un altro: c'è una differenza fondamentale tra il sindacato confederale (come la CGIL, la CISL o la UIL) e il sindacati corporativi. Mentre i secondi si occupano solo degli interessi dei propri iscritti (senza tener presente il contesto complessivo dell'intera società), i confederali hanno presente l'interesse dell'intero Paese. Ecco allora che i temi elencati da me nel commento delle 21.14 fanno parte della strategia di un sindacato confederale, chiamato infatti "parte sociale".
Che poi qualcuno ci chiami "quattro coglioni" che "si fanno i cazzi degli altri" per rincorrere "le scemenze degli anni Sessanta", appartiene alla logica dialettica della lotta di classe.

caro Tep, ti applico la stessa raffinata silloge:
sei lavoratore dipendente? sei persona sensibile al tema sociale del ricatto "scegli lavoro o diritti"?
No?
Allora vatti a fare i cazzi tuoi sui siti per evasori fiscali.

Sentire ancora la balla che il problema del sistema italia è il costo del lavoro è opinione da bignami del qualunquismo.
equivale all'opinione che gli imprenditori che delocalizzano (non solo in serbia caro, ma anche in svizzera) sono solo dei bottegai che lucrano e pensano solo al profitto.

Se non si riconosce che la crisi è strutturale, politica, di mancata capacità di ri-progettare una politica economica (perchè troppo impegnati a parare le chiappe al tuo padrone) non ne usciremo.
E non esiste che i costi della crisi li continui a pagare solo la parte dei lavoratori.

E se la produzione si sposta in Serbia, vorrei vedere chi alimenta il mercato interno e le casse del fisco...

ps @Giorgio: auguri per la pupetta!

Che cosa significa per voi "mettere al centro il lavoro"? O meglio, a cosa pensate quando dite "lavoro"?

"Mettere al centro il lavoro" significa questo:
far contare di più i lavoratori che il capitale.

Io direi innanzitutto fotografare una dinamica che ha visto spostamento di potere e ricchezza ad esclusivo favore della parte datoriale negli ultimi 30 anni (in particolare gli utlimi 20).
Nello specifico denunciare l'incapacità dell'attuale classe politica di leggere le dinamiche e ripensare progetti di sviluppo economico equo.

E interrogarsi tutti (paese, istituzioni, media, corpi intermedi, soggetti economici e politici) sul senso e le conseguenze di questo spostamento e sulla necessità di invertire questa dinamica per molteplici motivi che hanno come punto di equilibrio assoluto non solo gli interessi si una parte, ma il bene comune nella sua interezza, per come siamo abituati ad identificarlo in una società pacifica, ricca, inclusiva e democratica.

Il trend che si osserva ci trasporta invece su una nuova dimensione, post XX secolo, di neofeudalesimo post-industriale, dove l'unico soggetto planetario è il capitale e le conquiste dei diritti universali vengono smembrate e passano in subordine a logiche di profitto particolare senza sviluppo.

Senti un pò gli economisti alla Paperon de' Paperoni.
Come se questi fantomatici "accumulatori di capitali" avessero in qualche sperduto luogo dell'orbe terracqueo dei forzieri in cui depositano tutti questi loro "profitti" ottenuti a scapito dei poveri lavoratori italiani che con il sudore della loro fronte hanno creato plusvalori dei quali sono stati privati con una violenza medievale da "ius primae noctis".
Qualche nozione di analisi comparata tra le teorie economico-sociali di Marx, Keynes e Hayek è troppo difficile da apprendere prima di sparare a caso ?
Mai sentito parlare di "massa monetaria circolante" ?
Mai sentito parlare di WTO ?
Come se il "bene comune" fosse qualcosa di astratto, disponibile all'infinito e di diritto pubblico.
El_Nino: datti una regolata culturale anzichè perderti in letture da Mao-Ze-Dong in giù.

""Mettere al centro il lavoro" significa questo:
far contare di più i lavoratori che il capitale. "

Ah ok. Non è il lavoro allora al centro, ma i lavoratori.

Offender: nel mio commento pre-precedente avevo infatti scritto "rimettere al centro dell'azione politica il lavoro e le persone"

Teppista, appunto perchè il bene comune non è un'astrazione, per me coincide con valori e qualità della vita associata, col benessere diffuso delle persone.
Con eguali diritti e con più potenti strumenti per liberare l'uomo, tutti gli uomini, dal bisogno.

A te interessano di più le monete? fai pure.

E se vuoi dare lezioni di economia, non mi dispiacerebbe ascoltarti, ma per favore argomenta un pò, che a lanciare dei flash o leggere dei sommari sono buoni tutti.

ps confesso che sono molto asciutto su questo Mao che citi sempre, ce ne vuoi parlare un pò?

Anche a me diverte moltissimo venir accusato di essere un maoista in giù.

Io però ho 4 gatti e sono dunque un maggiore indiziato di maoismo rispetto a te...

El_Nino, o ci sei o ci fai.
Se parli di "dinamica che ha visto spostamento di potere e ricchezza ad esclusivo favore della parte datoriale..... denunciare l'incapacità dell'attuale classe politica di leggere le dinamiche e ripensare progetti di sviluppo economico equo. E interrogarsi tutti.... sul senso e le conseguenze di questo spostamento......in una società pacifica, ricca, inclusiva e democratica. Il trend che si osserva ci trasporta.... a un neofeudalesimo post-industriale, dove l'unico soggetto planetario è il capitale ..... in subordine a logiche di profitto particolare senza sviluppo"
Ti sei reso conto della massa di stronzate che sei riuscito ad accumulare in tre-quattro periodi?
E con uno che ragiona come te si può mai pretendere di impartire lezioni di macro-economia elementare?
Fai ragionamenti autarchici: quasi che l'Italia fosse un Paese a se in cui le politiche economiche sono decise "sic et simpliciter" dal primo governante che passa per Palazzo Chigi.
Non si tratta di essere dei monetaristi friedmaniani o dei socialisti immateriali; si tratta di dare semplicemente un valore alle cose che, nella struttura globale del XXI secolo, non hanno più impedimenti fisici alla circolazione e di conseguenza a diversi criteri di valorizzazione.
A livello di asilo ti faccio un semplice esempio.
Tutto ciò che non è materia prima direttamente usufruibile (petrolio, cemento, acqua, etc.) richiede un apporto di opera umana (manuale e cerebrale) che oscilla tra il 70 e il 95% del valore dell'opera stessa; ciò significa che in un'area del globo ove l'opera umana vale 100 il prodotto varrà poco più di 100 (veramente poco più) mentre in aree ove l'opera umana vale 1000 varrà poco più di 1000 (molto molto poco più di 1000). Ciò significa che, acquistando (e non uso il termine comperando per svincolarmi da una singola moneta) lo stesso prodotto in area 100 e riallocandolo in area 1000, "qualcuno" trarrà un utile (e non un profitto) di 900 nell'area in cui il prodotto verrà ceduto all'utente finale.
Che fine fanno questi 900 relativi? In una società occidentale e in assenza di azioni delinquenziali, e tra queste comprendo anche l'evasione ma non l'elusione fiscale, 450 finiscono nelle mani dello Stato sotto forma di imposta diretta (IRPEF per intenderci) e circa 250 finiscono sempre nelle mani dello Stato sotto forma di imposta indiretta (IVA applicata almeno due volte). I rimanenti 200, sempre in assenza di azioni delinquenziali, vengono investiti dal/dai fruitori generando almeno 40 di imposta indiretta.
In soldoni, produrre in Italia o produrre in Cina non provoca nessun tipo di ammanco per lo Stato. Anzi, nel caso elementare portato ad esempio, l'introito per lo Stato nella produzione in Cina ammonta a circa 740 mentre stime riferite a una produzione totale in Italia lo riducono a circa 600.
Rebus sic stantibus, dove mette questi introiti lo Stato? Nel terziario che serve solamente al mantenimento dello status quo senza provocare nessuna "rivincita attiva" nei confronti degli Stati emergenti con costo umano più basso. Un terziario che, con l'automazione e l'informatizzazione galoppanti, andrà sempre più scemando provocando gigantesche fuoriuscite dal mondo del lavoro "garantito".
Si realizzerà così il sogno "comunista"; da Marx a Engels, da Lenin a Stalin fino al tanto osannato Mao-Ze-Dong: tutti ai minimi termini senza speranza, senza ambizioni e senza illusioni: e sicuramente con meno libertà di ora. La meteora consumistica a basso costo prodotta dagli scellerati accordi WTO finirà entro pochi anni e tutti saranno con le pezze al culo: comprese la Cina, l'India e il Brasile. Altro che Club di Roma. Ci ripensino i grandi del mondo: oltre a preoccuparsi del miliardo di persone che soffrono di fame, pensino agli altri due miliardi (soliti Cina, India e Brasile) che stanno sperperando le risorse del pianeta per cercare di scimmiottare gli Stati occidentali. Si rialzino le barriere commerciali (soprattutto da parte della banda di delinquenti residenti a Bruxelles) e si regolino gli interscambi controllando la crescita interna di ogni Stato emergente: facendoci i "cazzi loro" (che sono poi anche i nostri). L'Italia, in questo, vale meno del due di picche e una politica sindacal-socio-comunista di tipo autarchico (leggi FIOM) ci farebbe solo soffocare nella più completa solitudine.

El_Nino, dimenticavo: questo blog non è una fabbrica dove invece il sindacato dovrebbe fare il suo mestiere. E nel titolo del blog non c'è nemmeno scritto: qui si parla solo di cose di sinistra.
E ti rammento che l'unica persona che può intimarmi (con le buone o le cattive) di togliere il disturbo è il conduttore responsabile.

Teppista: El_Nino (se vorrà) replicherà lui.
Io replico per me. Non ho mai spacciato competenze in campo economico. Ciò che dico è completamente diverso: è malato e sciagurato un sistema in cui l'Economia è diventata (da strumento) fine, è da distruggere un sistema in cui al centro non vi sono le persone ma gli schei. Il problema è come distruggerlo.
Accusami pure di essere un ignorante: non ho nessun problema a dirti "sì, certo, è vero". Voglio solo che la mia posizione sia chiara.

Luciano, qua non si tratta di essere savi o essere ignoranti: si tratta solo di essere consci.
E' dissennato fare politiche sociali a prescindere dal valore dell'opera dell'uomo e dal valore finale delle cose.
Solo politiche autarchiche, isolazionistiche e in presenza di una totale autonomia di una comunità si può pensare di creare Utòpia e di instaurare un regime del bengodi dove tutti possano esprimere le proprie inclinazioni senza badare al 27.
E sai bene che così non è, non può e non potrà mai essere.
Come d'altronde FIOM e CGIL, e in particolare Epifani, sanno benissimo. Il Governo italiano non può far nulla di sociale che non si confronti e si scontri con l'economia interna e in particolare con quella dei sistemi superiori quali la UE, l'ONU e infine, e per conseguenza, il WTO.
Anche a me piacerebbe avere una Ferrari rossa, una gialla e una nera ma non me le posso permettere.
Anche a me piacerebbe vivere in un mondo senza denaro, o meglio dove il denaro sia un semplice mezzo, ma non si può: pensarla diversamente significa essere lontani anni luce dalla realtà dei fatti.

Il tuo intervento dimostra(in modo garbato e civilissimo, te ne do atto) la differenza di fondo che c'è tra due modi di vedere il mondo:
tu dici che ti piacerebbe avere tre Ferrari ma non te lo puoi permettere.
Io dico che, a me, non me importerebbe nulla non solo di avere tre Ferrari, ma nemmeno di averne una.

Credo che Teppista, per una volta, non abbia tutti i torti: il suo modo di vedere è fortemente realistico, per chi si accontenta di rimanere ancorato alla realtà. Luciano ha ragione quando rivendica il diritto di aspirare ad una realtà diversa. Utopistica? Forse. Ma ritengo meno di quello che si crede. Un mondo “globalizzato” (termine che non mi piace, ma famo a capisse) impone d’altro canto un diverso modo di pensare. Un riequilibrio delle economie a mio parere impone una diversa distribuzione della ricchezza: i paesi fino ad oggi sfruttati, per diventare “consumatori” ed ampliare così il mercato debbono garantire una diversa distribuzione interna della ricchezza, in modo da diminuire la forbice tra mercati a”valore 100” e quelli a “valore 1000” (riprendo il discorso di Teppista. Ma questa diversa distribuzione, perché il mondo occidentale (quello da 1000) possa approfittarne, riacquistando competitività deve anche ridurre il suo “tenore di vita” (anche la redistribuzione in un mercato “globale” deve diventare “globale”) ed è questo il passo più difficile. Diciamo che bisognerebbe trovare un punto di incontro nel quale la competizione si svolga su posizioni più vicine: se 100 deve diventare 300,o 500, il 1000 deve calare a 800, forse anche a 700. Ma riducendo i consumi (e con essi il costo della vita, non i salari o il potere di acquisto). E mi rendo conto che è difficile da digerire nel mondo occidentale, che dovrà rinunciare a diversi privilegi. Ma questo è il solo “cambiamento” che intravedo nel futuro. Io vedo una moderna divisione tra “destra “ e “sinistra” oggi francamente fondamentalmente in questo. La destra è la resistenza a questa perdita di privilegi (attuabile solo con una chiusura dei mercati attraverso posizioni protezionistiche, e che non a caso cita anche Teppista, che se anche fossero attuate sarebbero un ritorno a posizioni inattuali ed antistoriche: e la storia difficilmente torna sui suoi passi). Una sinistra moderna dovrebbe invece partire dal presupposto che bisogna fare i conti con questo e cercare di adattarvisi, ed evitare uno scontro che risulterebbe (alla lunga) perdente. Difficile farlo digerire, ma a mio parere inevitabile.
Detto questo (e attendendomi gli sberleffi di Teppista, e forse neanche solo da lui, ma chissenefrega), citare Marx, Engles, e financo Mao (Tse Tung, Ze Dong, o Zì Cazz) mi pare solo folklore. Lasciamolo fare a chi continua a vedere la realtà con gli occhiali dei secoli scorsi.

Giunti a questo punto vorrei capire.
Quando vai al supermercato, alla cassa, con cosa paghi ?
Con le tue idee ?
Con le tue buone intenzioni ?
Con i tuoi buoni propositi da cristiano ?
O con moneta sonante che ti viene elargita in cambio della tua opera professionale ?
O magari con un comodo bancomat senza rischi e senza costi ?
Ma per far funzionare i bancomat ci vogliono le banche.
Che per sostenere i costi dei bancomat devono ottenere profitti dal denaro che prestano.
Che............

E di una o tre Ferrari non saprei nemmeno cosa farmene (come al solito sbagli sempre esempio).

No Carloesse, io non sberleffo proprio nessuno. Soprattutto se costoro accettano idee diverse da quelle dominanti da queste parti: e mi pare che in questo caso tu ci abbia messo un pochino di buona volontà.
Sbagli però di grosso quando definisci di destra tutti coloro che restano attaccati ai propri privilegi da mondo occidentale.
Direi, forse, esattamente il contrario: è la sinistra che in Europa rimane aggrappata ai privilegi ottenuti nei recenti decenni. Il welfare al di la delle possibilità (e magari a spese degli extracomunitari in nero); l'apertura dei mercati a cani e porci con il risultato che di roba estremoorientale ne arriva di buona ma anche tanta di cattiva; e via discorrendo.
La destra europea vuole una revisione dei trattati commerciali sulla base dei valori relativi e non valori assoluti.
In pratica, se la Cina mi manda prodotti con un contenuto di 100 ore di opera umana (non manodopera), deve accettare pari prodotti dall'occidente con pari quantità di opera umana: a prescindere dal costo locale della stessa.
La sinistra ha sempre sostenuto l'apertura dei mercati per interessi di classe.
Un'auto dalla Cina per tutti: Agnelli è un ladro (slogan anni '90).
E di esempi se ne potrebbe portare a iosa: solo che a sinistra la memoria è spesso molto corta.

Teppista: ti ripeto che io non sono un economista e dunque non propongo soluzioni alla situazione economica mondiale. Non lo faccio perchè direi delle abissali sciocchezze. Fin qui è chiaro?
Ciò che io dico (e pretendo di venir ascoltato) è diverso. E mi richiamo a Pericle, che nel discorso agli ateniesi (riportato da Tucidide nella Guerra del Peloponneso) disse (cito a memoria): "Sebbene non tutti i cittadini siano in grado di fare politica, tutti i cittadini sono in grado di giudicarne gli effetti".
E allora, in base a questo fondamentale principio della democrazia, io dico: "sebbene io non sia in grado di fare l'economista, sono in grado di giudicare gli effetti dell'economia mondiale. E il mio giudizio è disastroso: povertà diffusisima, ingiustizia estesa, violenza endemica, ricchezze assurde nelle mani di pochi, democrazie sempre più oligarchiche e mediatiche"

Mah, Teppista, il tuo "contrario" non mi convince. Difficile definire "privilegi" i salari che non salgono e il potere di acquisto che scende. Se un salario ce l'hai, e non è precario. Non riesco a considerare "privilegio" l'essere pagati il minimo per sopravvivere, o una tempistica di lavoro che preveda i 5 minuti per pisciare o per lavarsi dopo aver lavorato 8 ore con le mani nella morchia. O il diritto di sciopero, o di riunirsi in assemblea. Non è la rinuncia a diritti elementari quello che io intendo per rinuncia ai privilegi. Privilegi continuo a vedere nei livelli manageriali remunerate sempre di più (il divario tra il loro reddito e quello di operai ed impiegati è sempre più alto, una forbice spaventosa rispetto a quella del passato) e che sperperano nel superfluo, magari evadendo pure le tasse. E' quindi il reale potere di acquisto, a mio parere, la chiave di volta su cui giocare per non impoverire i consumi senza dover innalzare i salari (e perdere ulteriormente competitività). Punti di vista. Comunque grazie per avere mantenuto la discussione su toni civili.
Saluti.

Immagino sia difficile, per Teppista (che riporta cifre e numeri e dati precisi), confrontarsi con me (che nemmeno fingo di replicare su questo piano. Ma insisto a fare un discorso completamente diverso e ribaltato.
Oggi Vendola ha detto molte cose, a Repubblica, cose che immagino facciano inorridire Teppista (che le troverà un misto di demagogia di sinistra e di incompetenza parolaia). Ha detto delle cose che io (da cittadino) condivido:
"Guardiamo cosa succede in Francia, cosa è moderno, la caccia agli zingari o gli scioperi che in nome del welfare bloccano quel paese? Arcaica è la caccia al rom, arcaico è quando la vita non vale niente. Ma l'idea che guida le proteste popolari in Francia è moderna perchè fondativa di un'altra idea di Europa. L'Europa è la rivoluzione francese e il movimento operaio: due cose che hanno messo in piedi il welfare. Se L'Europa nel nome della crisi e della recessione si indebita per salvare le banche, e poi presenta il conto ai ceti popolari chiedendo che sia il welfare a caricarsi il peso della ripresa, stiamo andando in un altro continente rispetto a quello che abbiamo conosciuto"


io direi che purtroppo siamo in una fase transitoria e che il brutto deve ancora arrivare.
prendiamo per buono il discorso del bene proveniente dall'area 100 e ricollocato in area 1000 e la distribuzione del 900 relativo.
innanzitutto, carolos, è pura utopia pensare che l'area 100 diventi 500 e l'area 1000 diventi settecento. al massimo l'area 100 potrà diventare 200 per stimolare il consumo interno e far rimanere il costo umano competitivo.
il problema però è che l'area 1000 reggerà a 1000 finchè potrà e poi crollerà di schianto perchè a un certo punto il bene proveniente dall'area 100 (o 200) non potrà più essere collocato nè a 1000 nè a 500 ma nemmeno a 200 in una area dove il potere d'acquisto del consumatore sarà azzerato. (leggi delocalizzazioni, fallimenti, ecc).
che questo venga dagli accordi wto è indubbio, ma che gli accordi wto siano il frutto di un'esigenza occidentale di allargare il mercato è un altro dato certo.
la nike da anni fa cucire le scarpe in aree 100 e non si è mai sognata di abbassare il prezzo in relazione al costo, e lo potrà fare finchè il potere d'acquisto del consumatore dell'area 1000 reggerà. già oggi il cassintegrato ha dovuto rinunciare, e suo figlio se vuole le nike, se le deve trovare su un banco del mercato che le ha trovate nello stock di un negozio fallito. ma ovviamente questo circuito non può andare avanti a lungo.
addebitare alla destra o alla sinistra le responsabilità di una situazione di questo tipo è esercizio inutile, quando non si intravvede da nessuna parte un'idea che possa tracciare una strada nuova. da nessuna parte non è riferito certamente all'italia. basta guardare la germania dove le cose sembra che vadano un po' meglio, per capire che anche i tedeschi hanno solo trovato una soluzione temporanea riservandosi la produzione dei beni a maggior valore aggiunto o a tecnologia più alta.
cinesi, indiani e brasiliani se non sono già arrivati, ci arriveranno molto velocemente,

CAri amici, scusate il ritardo, ma stasera avevo un paio di impegni davvero importanti.

Comunque. Può essere mai che vi lascio qualche oretta e vi fate intortare tutti dalla SUPERCAZZOLA fotonica di teppista, stile imitazione di guzzanti-bertinotti?

Ma che diamine! davvero ci vorrebbe - ta-dah - Antiteppista, il supereroe che combatte il cazzaro ovunque si manifesti...
Antitep, proietto il pipistrello sulle nuvole, dove sei?

Vabbè, provvedo subito.

aro Tep - devo ripagarti con la stessa moneta - ma ci sei o ci fai?
Non c'è mica bisogno di attingere allo stagflazionismo chantilloniano condito in salsa kaeynesiana per arrivare a discernere le minchiate che hai mescolato nel tuo insipido minestrone reazionario.

E liberati per una buona volta dalla paranoia sulla sinistra e i comunisti anni '70 visto che per tua stessa mano addebiti quel trionfo del comunismo (che per te sarebbe pezze al culo per tutti) ai brillanti teorici neo-liberisti selvaggi del wto i danni infiniti che ci verranno dalla globalizzazione.
Insomma il capo del trionfo comunista sul benessere occidentale sarebbe reagan?
Bene.

Inoltre nella tua analisi, pensata per lettori che tu evidentemente ritieni inferiori, manca del tutto un accenno di esame delle politiche monetarie e viene solo abbozzata una larva di politica fiscale dei governi. peccato che nell'èesempio che fai proprio questi elementi siano fondamentali.

Sul problema penso siamo d'accordo in molti. Esiste un sistema asimmetrico in rapida crescita e che si autoalimenta in modo sinergico ed esponenziale.
Paesi a bassi diritti (scarsa democrazia, basso costo del lavoro, scarsa redistribuzione e di conseguenza bassa domanda interna) stanno invadendo da un decennio il mercato globale con le loro merci e si sostituiscono ai sistemi manifatturieri occidentali.

E tu come vorresti risolvere il problema, da bravo liberista?
Con la chiusura dei traffici e dei commerci!
Con un regime di scambi e dogane che arriva in diretta dal XVIII secolo.
Insomma i no-global avevano ragione... e pensare che scajola li voleva massacrare tutti!
Te la sei scampata bene a genova!

Quella che ti sembra la soluzione (e ti riconosco che durante le ultime stagflazioni '95 e 2001, la pensavo anch'io così perchè come te avevo paura di quello che sta succedendo e non vedevo soluzioni razionali) in realtà - penso che ci puoi arrivare - prevede automaticamente un conflitto. E potrebbe essere la guerra mondiale vera, tanto più che i npaesi emergenti come ben sappiamo sono in concorrenza aperta ormai sul fronte dell'approvvigionamento delle materie prime, che nel frattempo ciclicamente subiscono dei cicli di speculazione che le nostre economie a bassa crescita stanno soffrendo in misura maggiore (non mi riferisco solo a petrolio, carbone, acciaio, ma anche e soprattutto alla recente crisi mondiale del silicio e di tutti i metalli coinvolti nella costruzione di manufatti di microelettronica).

Sei pronto dunque ad affrontare la terza guerra mondiale che sarà termonucleare chimica e batteriologica per avere l'isolazionismo autarchico che volevi inizialmente attribuire alla mia analisi?

Forse si può cercare insieme un'altra soluzione, se abbandoni per un attimo i paraocchi ideologici e non vedi mao tze tung ovunque si parli di redistribuzione.

Io credo invece che al centro della spirale di crescita ci sia la DOMANDA.

E infatti quello che serve sarebbe raggiungere un nuovo punto di equilibrio, possibilmente più simmetrico, sia interno che esterno.

Intanto è palese che la sovrapproduzione paradossale dei paesi emergenti non sarebbe possibile in presenza di una dinamica decrescente della domanda, che è infatti il limite di sostenibilità della loro crescita. E i mercati che assorbono tutta quella roba sono i nostri.
Essendo tali mercati in crisi (persino il mega-consumatore americano si è fatto più risparmioso e sta radicalmente cambiando la struttura debito/riserve), Cindia deve riuscire a innescare un controllo che le faccia crescere più lentamente ma più stabilemnte dando agio alla domanda interna di crescere.
E nel frattempo sullo scacchiere internazionale stanno squillando 2 allarmi collegati: uno sulla necessità di rivalutazione delle monete di questi paesi esportatori che stanno consolidando riserve che devono dare presto luogo ad una rinegoziazione del valore delle loro monete, perchè ciò è anche necessario sul fronte della guerra per le materie prime che a breve può esplodere con nuovi blocchi o rallentamenti di produzione (quest'anno è già avvenuto 2 volte in momenti critici per i mercati europei). Inoltre i paesi di Cindia stanno divenendo anche importanti partner commerciali dei paesi del terzo mondo, indebitandoli di nuovo (dopo l'azione di riduzione del debito negoziata dalle potenze occidentali!). Su entrambi i fattori urge un intervento internazionale sulla rivalutazione della loro moneta.
Ma questo è il fronte macro, squisitamente estero e sovranazionale.

Poi c'è un fronte di equilibrio interno che gli stati europei devono riaggiustare in termini di misure di politica economica e di investimenti sui settori nei quali si può ancora competere e addirittura esportare in quei paesi.

Marcob citava la germania, che non solo se la cava meglio, ma è divenuto il principale esportatore manifatturiero in Cina e che regge anche come ritmi di produzione e di crescita nell'area euro.
E come è possibile?
L'effetto vento dell'est non è uguale per tutti, indipendentemente da chi dovrebbe guidare la politica economica di una nazione?

E come è possibile che i pesanti interventi pubblici dell'amministrazione Obama abbiano fruttato in quest'ultimo semestre un recupero così netto nella crescita e produzione in USA, nonostante le condizioni di sfiducia, debito e crisi siano state più pesanti lì che altrove?

Allora forse è possibile trovare un punto di equilibrio diverso tra politica fiscale, incentivi alle imprese e - extrema ratio - intervento diretto dello stato nell'azionariato dei settori in crisi, mentre comunque si mantiene un sostegno diretto alla domanda interna, cioè alle famiglie, cioè ai lavoratori?

Stiamo giocando una partita difficilissima, su un tavolo abbastanza truccato (il cambio favorevole è artificioso, si combatte contro una dittatura che ha a disposizione tutte le leve economiche e non per intervenire nelle dinamiche produttive e anche di "gestione dei conflitti"). La cosa che dobbiamo fare è costringere questi paesi a sostenere la loro domanda interna, creando le relative dinamiche redistributive e costringendole sul mercato delle materie prime a riapprezzare le loro monete.

Insomma invece di diventare noi cinesi o provare a chiuderci in una bolla per fare finta che tutto ciò non stia accadendo, costringiamoli con la loro stessa moneta (il rischio di sovrapproduzione è già più di un rischio) a diventare occidentali, ad estendere le garanzie, le libertà e i diritti. A redistribuire questa immensa ricchezza che stanno tesaurizzando chissà per quale scopo.

Ma più probabilemnte stanno per intervenire cambiamenti globali che scombineranno talmente tanto l'attuale "sistema" produttivo che dovremo ripetere l'analisi su basi molto diverse. Va però considerato che nel nuovo paradigma socio-tecnico in emersione la leadership dei paesi centro-europei è insidiata molto da vicino da Cina e India, che sul fotovoltaico stanno anche loro sviluppando dei sistemi che producono energia a costi competitivi col nucleare a basso costo o sistemi estremamente versatili e diffusivi, come le pellicole o le vernici o i cellulari a energia solare.

Di certo se italia non si pone fortemente la questione della politica economica e dei lavoratori (e della domanda) al centro del tavolo, non ne usciremo facilmente.

Penso che tutta la classe politica attuale e in particolare i berluscones non siano assolutamente adeguati a questo compito e ci stanno facendo perdere tempo prezioso da troppi anni.

ps per Tep: vedi in questo cul de sac - che per te sarebbe il trionfo del comunismo - ci hanno portato gli amichetti tuoi. Quelli del profitto a tutti i costi, dell'andiamo a cercare l'operaio a 100, che l'operaio nostro a 500 lo lasciamo in mutande, così impara a chiedere ai sindacati...
E poi le merci e i servizi chi cabbasise le compra?
Il cinese? Il serbo?

Non provare ad intortarmi, perchè, vedi, non sono un economista, ma qualcosa di economia la mastico e l'ho studiata. lavoro in settore abbastanza vicino alla produzione (e -pensa un pò - sono un white collar, non una tuta blu...) e compro ogni mese tra i 15 e i 40 mln € di manufatti tecnologici, di cui 5-6 anni fa venivano dalla cina il 10-15% ma oggi stiamo tranquillamente sopra l'80% e quest'anno la dinamica è aumentata e andiamo verso il 95%.
Ne ho viste tante, ma l'onda tsunami deve ancora arrivare, perchè i prezzi aumenteranno ancora e le interruzioni "strane" della produzione pure e non avremo più fornitori alternativi europei su cui ripiegare (se non i pochissimi sopravvissuti tedeschi e francesi).

Ci sono cittadini che ne capiscono più di me.

"Non ci vuole tanto" commenterebbe il mio personaggio Michele Crismani tredicenne.

Grazie Marcob, lo so anche io che è grasso che cola se l'area 100 arriverà a 200 e che l'area 1000 resterà a 1000 finchè potrà (e poi lo schianto ?). Ma il mio discorso è proprio diretto a chi volesse "ripensare" da capo a questi equilibri, cercando anche di fare previsioni a lungo termine. L'area 100 sarà a 200 dompodomani (forse), ma volevo solo indicare una tendenza, che ritengo inevitabile: anche loro dovranno far crescere i propri mercati interni, prima o poi). E' l'area 1000 che mi preoccupa: se vuole evitare lo schianto dovrà rinunciare alla massimizzazione dei profitti (è questa la principale "perdita di privilegi" cui alludevo). Forse lo farà dopo aver sbattuto il grugno, forse non lo farà mai, e allora saranno cazzi sul serio.

Al Nino vorrei rispondere che non è tanto la "punizione" degli operai sindacalizzati quello che preme agli imprenditori (questi sono gli occhiali dei secoli scorsi). Credo che a più di qualcuno (spece fra i piccoli) stia anche a cuore la sorte dell'azienda e degli operai che lavorano per loro. E' che le soluzioni "alla Marchionne", spacciate per "idee nuove" sono in realtà vecchissime: fanno ripiombare il mercato del lavoro indietro di un secolo e possono solo risolvere i problemi apparentemente e sul breve termine (salvo poi inevitabili scontri sociali). Ma gli stessi problemi si presnteranno di nuovo, inevitabilmente, e cosa faranno? la settimana di 50 ore a mezzo stipendio? ulteriori precarizzazioni? Nuove delocalizzazioni? E' che il sistema economico va ripensato in toto, con strategie di ampio respiro e accordi globali che assicurino forte crescita ai paesi in ritardo e stop alla crescita occidentale, basata ormai solo su bolle destinate a sgonfiarsi, con botti sempre più fragorosi. Questa è la rinuncia ai privilegi delle economie avanzate, la necessaria premessa. E lo so che è difficile, ma non riesco mica a vedere altro di possibile.

Carlo, la "punizione" non era sicuramente al centro della mia analisi, era una incidentale battuta al Tep che più sopra faceva quella parte...
Ti pregherei, anche tu, di non essere così focalizzato sul problema ideologico o di attribuire occhiali ideologici agli interlocutori.

Al di là delle ideologie, infatti, penso che stiamo osservando un nuovo sistema che provvede gradualmente a svuotare le tasche dell'occidente ricco per 'dopare' le economie emergenti, che però non definirei come tu fai "paesi in ritardo".

Perchè non c'è una ripetizione della rivoluzione industriale borghese con 2 secoli di ritardo.

Questo che vediamo ora è un fenomeno nuovo.
Ci sono predatori e ci sono risorse. mA IL TERRITORIO è mutato ed è globale, adesso.

La crescita scriteriata dell'offerta indo-cinese è il predatore che cerca il suo terreno di caccia. Il luogo della produzione non può esserlo, perchè mancando equilibrio e redistribuzione manca domanda interna in grado di sostenere la crescita.

Il terreno di caccia sono i mercati dell'occidente post-sviluppato.
Gli erbivori siamo noi, superconsumatori e medio-piccoli salariati. Il target più appetibile del pianeta. Quasi il 100% della ricchezza di questa estesa (oggi un pò meno) fascia sociale finisce in consumi e tasse.
E' la fetta che tiene a galla tutto il sistema del wealth occidentale.
E fa gola a chiunque abbia un problema di eccesso di produzioone a buon mercato.
Infatti c'erano già i predatori europei che si pascevano grassamente di questo nobile animale (la middle-class).

Paradossalmente il predatore simbionte del bovino occidentale ha aperto con gioia il cancello alla tigre asiatica perchè pensava gli convenisse, in quanto delocalizzando ricavava un margine inimmaginabile in dinamiche normali e nel breve termine.

Abbiamo dunque un megaerbivoro alla base della catena alimentare, che sta calando di numero e salute e con due predatori sullo stesso territorio, che competono sulla sua pelle.

Tu suggerisci che l'erbivoro dimagrisca per divenire meno appetibile, oppure che il predatore europeo diventi meno predatore e più cane pastore? Mi pare la seconda.

Io invece propenderei per andare a meticciare l'ecosistema del territorio Cindia facendo prosperare anche là un megaerbivoro bastante a tenere a bada quell'orgia di offerta di cui hanno bisogno per "scimmiottare il consumatore occidentale" al più presto come direbbe qualcuno.
E - vista la velocità di questi fenomeni - a breve (storicamente) il 100 diventerà molto più di 200.

Anche se una "bella" guerra potrebbe accelerare il processo e rilanciare indebitamento, conflitto sociale, welfare e tutti quei gravami (più che opportuni) che rendono il nostro sistema un sistema "1000"...

ps anche la rinuncia all'idolo del profitto non può essere postulata senza eventi catastrofici o resistenze violente.

Ho letto un po' velocemente molti commenti. Mi pare che pochi considerino la produttivita' quale paramentro chiave del problema. Un operaio cinese ha un costo minimo ma la sua produttivita' e' un centesimo di quella di un operaio tedesco - se mi ricordo bene i dati di un progetto fatto alcuni anni fa. Gli operai dell'est europeo hanno un indice di prouttivita' sorprendentement elevato, ma con considerevoli differenze - a memoria repubblica ceca migliore in assoluto ma con stipendi relativamente elevati. Il problema che il sindacato italiano non vede - e qui mi ripeto per la millesima volta- e' che proteggere gli operai poco produttivi consente un livellamento verso il basso della produttivita'. Produttivita' che per ogni settore industriale prescinde dalla tecnologia impiegata, assumendo che non ci siano grandi discrepanze tra Melfi e lo stabilimento in Polonia, ad esempio. Ma produttivita' che dipende da come viene gestita, stimolata e fatta crescere la risorsa umana (io ad esempio ho un po' di esperienza nell'ottimizzazione dei call center in paesi in via di sviluppo e credo di sapere di cosa parlo). Quindi per la millesima volta mi sento di accusare il sindacato per non aver mai puntato sullo sviluppo della qualita' dei lavoratori. Ad esempio proteggere i due operai licenziati per sabotaggio a Melfi puo' essere vista come una brillante operazione politica che ha dato un po' di luce alla Fiom. Ma le conseguenze di simili campagne sono piu' maligne di quanto si possa credere, perche' il messaggio sbagliato (impunita'? protezione?) arriva a molte orecchie pronte a raccoglierlo.

El nino, se non avessi visto la tua foto in un vecchi opost, ti crederei un mio ex-collega Fiat (si chiama come me, Giorgio !) che mi vendeva Lotta Comunista ...

Caro EL_NINO, mi vuoi veramente male se pretendi che io replichi a tutte le barzellette pseudoeconomiche di teppista. Ogni tanto lasciami ridere solamente nel leggerle. Il fatto è che quando si sposano delle tesi a prescindere, come direbbe il grande De Curtis, tutto il resto viene da sé, compreso il non rendersi conto del ridicolo in cui si cade.

@ Giorgio: conoscendoti un pò, virtualmente, non credo tu mi abbia voluto fare un complimento.
Ma ti ho letto con interesse:
1) la produttività è senz'altro uno dei temi da approfondire per provare a capire come si può scardinare questo piano inclinato Cindia-Europa; ma un altro è la QUALITA'. hai idea di come si sia incasinato tutto il versante dell'assistenza post vendita, delle complicazioni logistiche e doganali, della qualità del packaging e delle merci con quello spostamento verso la produzione in cindia che citavo sopra? abbiamo fatto un passo avanti sulla riduzione costi del procurement e deu passi indietro in qualità e assistenza.
2) dei call center e dell'ottimizzazione dei loro processi ne so qualcosa anch'io, lo facevo 10 anni fa come analista di processo e trainer. Ma, come dovresti ricordare, senza ricambio di risorse la curva della performance ha una forma caratteristica, con tutta la motivazione che puoi mettere, una volta sviluppate quelle risorse, non le puoi lasciare in un call center a vita (accade al sud coi laureati).
3) il collega fissato che mi vende Lotta Comunista ce l'ho anch'io ma si chiama Gianni e non credo ti assomigli, ma di lui tutti apprezzano l'affidabilità e l'integrità, peccato non ci si possa parlare più di un tot, perchè a un certo punto emerge quel dogmatismo e quell'autoreferenzialità ... che mi viene voglia di mandarli (lui e i suoi amici sempre a fianco) in cura da Teppista.

In finale, sul sindacato posso essere d'accordo sul fatto che alcune "pose" sono anacronistiche e orientate esclusivamente ad un consenso di breve periodo. però ci sono anche battaglie che vanno combattute e in questo momento il tentativo nazionale da parte del gigante marchionne di cinesizzare il mondo del lavoro italiano è da respingere fermamente senza se e senza ma. E' una porcata ideologica e opportunistica che non contiene nessun progetto di reale sviluppo per il paese.
Ed io che ho sempre comprato fiat per amor patrio e per dare il mio contributo (che pirla!) ed anche per recuperare un pò del valore incorporato costituito dalle tasse che venivano girate agli Agnelli nei momenti difficili...

Forse se per combattere la cina bisogna adottare le armi cinesi, perchè non cominciamo con un'ampia parrtecipazione pubblica nelle imprese alla conquista del globo (con palesi tentativi frequenti di corruzione)?

Antiteppista!!
che gioia che sei passato (un pò in ritardo, vè?).

Non ti crucciar, ma guarda e passa. L'importante è che ti sei fatto vivo, stavo in pensiero.
;-)

El nino, invece ti sbagli, scrivo infatti mi vendeva, non cercava di vendermi... questo Giorgio, superesperto di psicoacustica, e' un geniaccio con cui ho discusso infinite volte di tutto !

Allora era addirittura un complimento! bene! sono contento di essermi sbagliato.
;-)

Senti, ma a proposito di discutere di tutto.
In questa discussione sul tema "Italia-Cindia: come sopravvivere come paese democratico e socialmente compatto, nell'era delle tigri asiatiche" mi piacerebbe molto sentire che ne pensi tu, che spesso - se non ho capito male - lavori in ambito esternalizzazioni / delocalizzazioni in aree emergenti.

abbiamo parlato finora di margini, costo comparato del lavoro, regimi fiscali, cambio valutario, rimesse e riserve, costo delle materie prime e delle fonti energetiche, costi del welfare (ma non dei benefici), non si pè approfondito il tema dei costi logistici e di trasporto (che sono incorporati nel valore/prezzo dei manufatti dell'est) e nemmeno dei "costi" competitivi dell'avere stock shortage imprevisti in momenti commercialmente "chiave" in europa, nuovi paradigmi socio-tecnici in emersione, poi tu hai introdotto il tema produttività ed io ho sollevato il tema qualità.
Carloesse ha parlato di sostenibilità in termini di decrescita o "sobrietà" sostenibile.

Allora, tu come la vedi la possibilità non solo di resistere ma anche di trovare opportunità di sviluppo per l'apparato sociale produttivo occidentale?

Ciao el nino, le tue domende sono troppo difficili e non ne so abbastanza per dare una risposta accurata; ti dirò quello che penso. Certi ruoli non hanno futuro produttivo in occidente, ad esempio l'industria dell'acciaio, tessile, ... Il sindacato non può far altro che far ottenere il massimo compenso finale ai disgraziati operai di questi settori, mano a mano che le fabbriche chiudono. Pensa all'industria tessile Inglese, una protagonista assoluta per molto tempo, ora non esiste più. Poi ci sono i settori dove le competenze e l'esperienza dell'indotto sono ancora un asset, e il costo della manodopera non è la voce maggiore dei costi totali di produzioni; l'industria automobilistica può esserne un esempio. Non credo produrranno mai una Ferrari in Cina, perchè la tradizione, quasi artigianale del modenese ha un valore. Il sindacato deve assicurarsi che le capacità degli operai di Melfi, Cassino, ... siano un valore. Se gli operai sono carne da cannone, nessuno sarà in grado di difendere i loro posti. Durante il master ho fatto un progettino per la Nike, valutando come allocare la produzione tra estremo oriente e nord africa (egitto, tunisia); ogni sito produttivo ha pro e contro, anche la logistica - più che costi, tempi. Ma di solito conviene andare nei sito dove l'indice costo del lavoro X produttività risulta più conveniente; pensa che nelle tabelle di produttività che usai sono presenti almeno 10 diversi siti cinesi, 10 costi del lavoro, 10 costi di trasporto con 10 tempi diversi ...

Bravo.
Hai evidenziato una variante che sui mercati maturi occidentali è decisiva: il time to market.
E ti posso garantire che questa è un'area critica molto ampia con le forniture cinesi, per questo su alcune forniture spendo il 30% in più per avere il prodotto europeo a parità di fascia, ma nel tempo giusto (e con qualità corretta). Che arriva anche ad essere 4/6 settimane prima.

dunqeu secondo te la competitività si gioca su quattro fattori: costo lavoro, produttività, costo trasporto, tempi di trasporto e accesso al mercato.

Bene.
Figurati che all'inizio della discussione si parlava solo di costo dell'ora lavorata.

attenzione a liquidare cindia con la storia della qualità.
ci sono produzioni dove ormai la qualità è la stessa di quella occidentale e dove, non si sa come ma poi si sa, il prezzo rimane molto al di sotto di quello occidentale pur con un'incidenza irrilevante del costo lavoro.
rubinetteria in ottone: anni fa i cinesi lavoravano con vecchi torni europei o americani montando e maneggiando il pezzo almeno cinque volte.
oggi si sono dotati di giostre robotizzate o di sistemi rettilinei ancor più sofisticati dove entra la barra ed esce il pezzo finito con una precisione dal primo all'ultimo pezzo del lotto del 100%.
la barra d'ottone costa per loro come per noi, l'energia idem, il lavoro incide per il 2 o 3 %.
dove stà l'inghippo?
nella politica governativa che oltre ad anticipare denaro per l'acquisto delle macchine e delle materie prime, premia l'export verso l'occidente con percentuali che vanno dall'8 al 25% della fattura.
sono stato ad una fiera a leipzig e i cinesi e gli indiani costituivano almeno la metà degli espositori, con stands tipo la villa di antigua.
il contributo governativo cinese per la partecipazione copre quasi l'intero costo della partecipazione.
non so se gli stati membri dell'unione possano singolarmente prendere iniziative del genere, o se sia considerata concorrenza non concessa, ma almeno per l'export fuori dell'ue qualcosa dovrebbe essere fatto.
e invece nisba.

"nella politica governativa che oltre ad anticipare denaro per l'acquisto delle macchine e delle materie prime, premia l'export verso l'occidente con percentuali che vanno dall'8 al 25% della fattura."

Quindi l'inghippo sta negli incentivi alle imprese?

Ecco un altro elemento.
Una POLITICA INDUSTRIALE, ECONOMICA E COMMERCIALE DI STATO forte e generosa con le aziende di mammà e spietata con la concorrenza all'estero.

Molto bene. Ci stiamo portando avanti.
E mi torna sempre più chiaro che la componente costo del lavoro (naturalmente a seconda del settore merceologico) incide davvero poco e quel poco - secondo me- potrebbe essere eroso dalle caratteristiche logistiche del trasporto, qualora gli standards di chi compra in europa ritornassero ad essere più europei e meno orientati al piccolo margine di bottega, con ampi costi successivi di gestione, che non vengono immediatamente imputati al procurement, ma affogati nel computo di una scarsa produttività dei processi.

Ma allora - immagino - se i governi europei e nello specifico quello italiano facessero un PIANO OBAMA all'italiana per sostenere e propellere i settori in difficoltà, ma importanti, e quelli in via di esplosione (che sono i settori pionieristici con margini maggiori in fieri)... che magari allora forse non siamo spacciati?
Allora questo mostro strano si può combattere?
Si può avvicinare - in proporzione - le performance della germania?

E che cosa serve per mettersi in quella prospettiva?

"E mi torna sempre più chiaro che la componente costo del lavoro (naturalmente a seconda del settore merceologico) incide davvero poco"

In Cina, può darsi. In Italia, per i settori merceologici in cui ho lavorato io, no. Anzi, è la primissima voce di costo.

Infatti, dipende dal prodotto.

Ma direi che nei settori tecnologici di largo consumo oppure di tecnologia "immatura" incide poco.

Mentre nei settori manifatturieri più tradizionali e maturi incide di più.

E' chiaro che una certa parte di una Ferrari te la fanno a mano. Non credo sia lo stesso per una Renault.

Una poltrona frau la fanno a mano. Il cabbasise montabile Ikea no.

E i televisori a schermo piatto, gli IAD, Router; smartphone...?

E le celle fotovoltaiche per il large retail ?

EL_NINO, se si battaglia così tanto per ridurre il costo del lavoro è perché incide significativamente.

offender,
"inghippo", sta per "spiegazione", che va fatta in un paese dove tutti cercano di insegnarti che il vantaggio dei cinesi sta solo nella mancanza di diritti dei lavoratori.
ma credo che to lo sapessi già.
il costo del lavoro: forse in percentuale il costo del lavoro italiano (contributi + rit.acconto irpef che le aziende debbono versare mensilmente) è più alto di quello di altri paesi occidentali, ma se consideri cosa costa alla volkswagen un operaio che guadagna mediamente 800 euro in più di quello italiano, anche se i contributi sono leggermente più bassi, il costo orario in germania è nettamente più alto che in italia.
eppure la volkswagen va e la fiat arranca.
in finlandia, per un dipendente nokia, idem come sopra.
il fatto è che parlare solo di costo del lavoro qui fa comodo a tutti: alle imprese che finora non si sono sognate di ripartire i vantaggi che il governo prodi-padoaschioppa diede con i lavoratori, e a chi governa che fino ad oggi non ha aperto il borsellino per altri tipi di intervento.

Sottoscrivo alla lettera l'intervento di marcob.

E aggiungo per offender che quel tipo di ragionamento non è da lui.
"se si battaglia così tanto per ridurre il costo del lavoro è perchè incide significativamente".

Forse chi battaglia così tanto per ridurlo ha interesse ad incidere su quella voce piuttosto che su altre.
forse perchè si ritiene che sia la variabile che sia più comprimibile rispetto ad altre, che il paese strutturalmente è meno capace di manipolare (costi dell'energia, logistici e di trasporto, le materie prime).

Ed effettivamente culturalmente e politicamente i prodromi per percorrere tale strada (recuperare margine operativo dalla compressione salariale) sembrano esserci tutti, debolezza dei sindacati compresa.
Ma è una strada pericolosa e non porta allo sviluppo.

Preferirei seguire la strada tedesca con più efficenza, produttività, valore del lavoro, infrastrutture, investimenti in ricerca e qualità, intervento statale forte e decisivo sui settori chiave (vedi salvataggio di opel ... che se l'avessimo fatto in Italia ci sarebbero saltati alla gola).

EL_NINO, io ho fatto quella coniderazione sulla base delle mie esperienze professionali nei settori in cui ho lavorato, dall'industria, al farma, al finance, alle telecomunicazioni ecc. Non pretendo che queste rappresentino il 100% delle casistiche e in ogni caso penso che possano esservi tesi diverse sulle motivazioni per cui si cerchi di tagliare un costo o un altro.

E comunque la Germania, che giustamente citi, ha ottenuto i risultati dell'ultimo decennio non solo con politiche come quella che descrivi (anzi, Opel se vogliamo è un caso a sé) ma anche adottando una politica di taglio deficit e spesa pubblica e riduzione delle tasse alle imprese, cosa per cui il salto alla gola ci sarebbe comunque stato sebbene con ruoli opposti. Detassazione, ve lo ricordo, in un Paese che è 16esimo al mondo (dati OCSE) per pressione fiscale mentre noi siamo al 6° posto. Il governo non ha fatto un benemerito cazzo di tutto questo e sono d'accordo con te (senza contare che la Merkel ha raccattato 25 miliardi di euro di contratti per le imprese germaniche solo facendosi un giro di due settimane in Russia e in Cina), ma l'approccio dei tedeschi dubito verrebbe accolto positivamente dalla piazza di sabato scorso.


E anche questo è vero.

Ma non ritengo che il problema competitività del sistema Italia stia principalmente in capo ai sindacati o all'indolenza/dogmatismo della classe lavoratrice italiana, come invece - ideologicamente - l'attuale compagine governativa vuol da sempre far credere (quando è in stagione d'amore con confindustria).

Voi avete fatto discorsi molto più approfonditi di quanto sia in grado di fare io.
Solo un punto vorrei toccare.
Qualcuno (mi pare Giorgio) ha detto "il paradigna centrale è la produttività" A me (da incompetente) fa venire i brividi e cerco di spiegarmi in modo terra terra. Sarebbe come se, parlando dei gravi problemi di un ospedale, il primario mi dicesse: "Comida, sa qual'è il nostro problema centrale? La produttività"
Io gli risponderei: "guardi che il problema centrale è un altro. Le persone malate che vanno curate"
E allora (lo dico da incompetente) mi pare perversa l'idea che il centro dell'economia sia (o sia diventata) la produttività dei macchinari e degli addetti, il profitto dei padroni, il PIL degli stati, la delocalizzazione delle imprese eccetera. Il problema centrale dell'economia è tutt'altro: migliorare la vita delle persone utilizzando le risorse. Ma (appunto) al centro vanno messe le persone (il fine dell'economia) e non il profitto o la produttività eccetera (solo i mezzi con cui raggiungere quel fine).

Caro EL_NINO, né io né te siamo economisti, e anche tra i luminari di tale inesatta scienza esistono tesi contrapposte. Sicuramente nei commenti a questo post sono stati sviscerati molti aspetti, in gran parte validi benché su posizioni diverse. Sarebbe auspicabile avere una classe dirigente in grado di operare secondo una sintesi di questi aspetti e non solo su quelli in linea con la propria parte ideologica e/o target elettorale: e qui ci si ricollega al discorso sulle ideologie. Ma viviamo in una nazione in cui da 60 anni si continua a rimettere in scena la battaglia tra regime e partigiani, come in quelle fiere di paese in cui opposte fazioni si sfidano con le spade di legno nell'anniversario di qualche sfida tra eserciti medievali.

Offender perclaro,
capisco la tua posizione ma non la condivido fino in fondo.

Penso che il momento è buono perchè emerga una posizione di sintesi che però metta al centro l'uomo e le persone, non le persone giuridiche o le monete. Vogliamo chiamarlo neo-umanesimo?
Mi pare sia posizione che sto provando ad approfondire e strutturare e anche la posizione sulla quale Luciano con grande chiarezza e sintesi dichiara di stare.

Se l'economia è un fine, allora non mi riconosco in questa prospettiva.
Se il fine è il maggior benessere del maggior numero di persone, allora concordo.

Però alcuni valori e tutele che servono a riequilibrare il rapporto di forze (per natura squilibrato) tra parte subordinata e parte datoriale per me restano dei capisaldi ineliminabili.
E' una posizione ideologica?

"alcuni valori e tutele che servono a riequilibrare il rapporto di forze (per natura squilibrato) tra parte subordinata e parte datoriale per me restano dei capisaldi ineliminabili.
E' una posizione ideologica?"

Sì, ma ciò non significa che questo sia un fatto negativo.

Update:
Marchionne al centro delle polemiche per le dichiarazioni di ieri da Fazio.
-------------------
Diamo una scorsa ai contenuti emessi da Marchionne:
1) la produttività degli impianti italiani è scarsa, non competitiva (lui parla di efficienza del lavoro bassa).
2) se calcoliamo la produzione (numerica/aritmetica) di pezzi (autovetture) fratto il numero di adetti, il confronto è impietoso: Tichy (polonia) produce 99,8 autovetture all'anno per unità di operaio; La media degli impianti italiani (nel loro insieme: Melfi, Pomigliano, Mirafiori, la defunta Termini imerese?) fa circa 29,5 autovetture per ogni testa (di operaio) all'anno.
3) l'incidenza del costo del lavoro umano sul prezzo/valore dell'auto è dell'8%.
4) di tutti gli utili del gruppo fiat negli ultimi due anni, nemmeno un euro proviene dalle produzioni italiane; in italia Fiat produce in perdita.

questi i fatti, cioè le dichiarazioni dell'AD Fiat
-------------------

Queste le mie principali perplessità/commenti:
***
1) sulla produttività (o efficienza del lavoro) non ha forse incidenza l'organizzazione stessa del lavoro e le strutture e caratteristiche funzionali di impianti, attrezzature e modalità operative? MAgari c'è qualche differenza dovuta anche alle specificità dei diversi prodotti? Si usa lo stesso processo per consegnare una Panda o una Lancia Thesis? E la produzione di diversi modelli è omogeneamente spalmata in italia e all'estero, oppure - per caso - i modelli più pop sono prodotti in polonia e quelli più hard e di alta gamma (dove la Fiat storicamente non ha penetrazione di mercato) vengono fatti in italia?
***

2) il calcolo quanti pezzi produci in un anno /(diviso) quanti addetti hai in organico sarebbe corretto nel caso in cui si producesse la stessa cosa con orari, turni e periodi operativi quanto meno omogenei.
Peccato che non si sia menzionato il fatto che alcuni stabilimenti sono in chiusura, altri lavorano 1 settimana su 4 (il resto è cassa integrazione), altri ancora invece 365 giorni all'anno su turni h24. E ritorno a dire per produrre una panda non ci vogliono le stesse ore/uomo che mi servono per fare un'alfa 159. Allora qui la cosa mi puzza e sa di distorsione "politica" dei dati. Dateci i numeri rapportando a parità di processo e di tipologia di impianto e di prodotto: quante ore/uomo ci volgiono per fare una panda a melfi e quante ce ne vogliono a tichy?
Senza questo dato parliamo solo di fuffa.
***

3) è molto interessante capire che il costo del lavoro incide per l'8% medio del costo del prodotto (auto). Questo vuol dire che fatto 100 sbirulini il costo di una panda, se in italia il costo del lavoro è (putacaso) il 150% del costo orario polacco, ne deriva che la differenza della panda prodotta in polonia contro la panda prodotta in italia è 100 (PL) contro 100 -8+(150*8/100)=92+12=104 (IT)
(ebbene sì il 4% in più, che equivale a meno della metà dello sconto discrezionale del concessionario, in genere riassorbibile in caso di rottamazione, permuta o pagamento in contanti).
Finalmente abbiamo un dato certo (sempre che non si voglia dubitare dell'AD anche su questo).
***

4)Mi domando e dico: ma sono veramente dei benefattori questi della Fiat!! Pur di aiutare l'italia, producono in perdita da chissà quanto tempo, stando zitti, non chiedendo aiuti o altro. Limitandosi a chiudere Termini Imerese, questo sì, ma almeno dando una robusta mano alla più zoppa delle big companies americane con l'aiuto (cospicuo) dell'amministrazione Obama.

Ammazza! ahò, sò forti questi della Fiat!
Ma chissà perchè non gli hanno dato l'Opel, a questo punto, a 'sti samaritani??
Come mai la Merkel ha fatto tutta 'sta manovra in perdita (anche di immagine) per tenersi in casa il canchero opel, quando c'erano questi che pur di produrre in madrepatria si accontentano di perdere di misura...?
***

Ma lo sanno che gli unici mercati dove la Fiat ha livelli di mercato consistenti (non leader) sono quelli dei paesi in cui ha impianti?
Ma lo sanno che una politica simile la segue la francia con stabilimenti (tanti) in spagna, portogallo, romania, polonia, serbia; ma che comunque i due grupponi francesi hanno quote di mercato europee leggermente più consistenti della Fiat?
Ma lo sanno che nell'automotive la germania esporta tantissimo (1.8 mln di pezzi all'anno in CINA) pur producendo in fgran parte in madrepatria e con un costo del lavoro del 135% di quello italiano?
***

Concluderei che il costo del lavoro ed i diritti acquisiti dei lavoratori non sono il fattore decisivo del vantaggio competitivo, almeno nei settori ad alta incidenza tecnologica e di materie prime.
Se volgiamo competere, non attardiamoci a massacrare i sindacati e la classe lavorativa, vediamo di fare un'analisi un pò più ampia e aggiornata (e meno ideologica).
Se poi volgiamo criticare il burocratismo ideologico dei sindacati, sono d'accordo e apriamo il dibattito, ma non mettiamo sullo sfondo le altre variabili più incisive.

PS mi giunge voce dai siti economici che in serbia non ci sia solo un salario medio nettamente inferiore a quello italiano (ricordate quell'8% che incide per il 4% del costo totale della panda?) ... ma vi siano:
* regime di sgravi fiscali per imprese estere
* contributi governativi a fondo perduto e agevolato
* accesso a fondi e finanziamenti europei BEI (si parla di 400 mln euro per la decisione di produrre ivi la monovolume "LO").
* una gestione dei conflitti sociali che lascia poco margine a sindacati e scioperi.

-----

...quale sarà la prebenda più golosa per marchionne?

Però poi le Fiat se le devono comprare i serbi (io ho peccato e perseverato fino a oggi, poi smetto).

Non credo che in serbia ci sia un mercato da 2mln pezzi anno (come tra le varie oscillazioni è il nostro da un decennio).

RIPORTO UN ARTICOLO SUL WEB:
Parole, parole, parole. Luciano Gallino, il sociologo del lavoro spesso critico con la Fiat, analizza su Repubblica le parole dell’amministratore delegato Sergio Marchionne a proposito di Fabbrica Italia. Gallino prima fa notare che neanche la Fiat ha saputo reggere il passo con gli altri costruttori europei: una parte delle difficoltà del gruppo proviene certo dalla situazione del paese. Però di suo, nel decennio, Fiat ci ha messo sia la difficoltà a produrre e vendere su larga scala modelli di fascia medio-alta, quelli su cui si guadagna sul serio, sia una organizzazione complessiva della produzione, e con essa della filiera della fornitura, che ha ridotto a livelli troppo bassi l’utilizzazione degli impianti nazionali. Si parla del 30-40%, mentre gli stabilimenti francesi e tedeschi fan segnare tassi di utilizzazione all’incirca doppi.
E poi Gallino entra nel merito, discutendo l’affermazione sull’aumento dei salari degli operai, per portarli al pari degli standard europei:
Questi sono la Francia, la Svizzera e l’Austria. Poco più in là c’è la Germania. Ora, nel 2008, il salario annuo lordo dei dipendenti dell’industria e dei servizi, esclusa pubblica amministrazione, istruzione, sistema sanitario e simili, era – a parità di potere d’acquisto – di circa 23.000 euro in Italia, 30.000 in Francia, 35-36.000 in Svizzera e Austria, 42.000 in Germania. Portare i nostri salari a livello dei vicini significherebbe dunque aumentarli tra il 30 e l’80 per cento.
Roba da correre subito, se uno ci crede, a sottoscrivere il piano Fabbrica Italia. Se non fosse che quel piano dovrebbe prima spiegare come si raddoppia o magari si triplica l’utilizzazione degli stabilimenti Fiat in Italia; come si articola la produzione di quei due terzi di auto che sono fabbricati al di fuori di essi; e come si pensa di affrontare nei prossimi anni un mercato europeo dove i costruttori francesi e tedeschi propongono al momento 20-22 modelli di auto ciascuno, grosso modo il doppio di Fiat, ed i consumatori probabilmente non aspettano il 2014 se hanno intenzione e mezzi per cambiare la macchina. In mancanza di questo corredo esplicativo, lo scenario cui dobbiamo guardare con rammarico e preoccupazione è una Fiat, unico tra i grandi costruttori europei, che in sostanza si accinge a fare del suo paese uno dei tanti in cui de-localizza secondo convenienza le sue produzioni.

Grande Luciano, ci voleva un sociologo per spiegare che dietro gli slogan c'è una realtà strutturale che parla chiaro.
Su scala europea FIAT non se la sente di competere con gruppi come PSO, Renault, VW (audi, autounion, Volkswagen, Seat, Skoda e Porsche), ...Opel... preferisce ripiegare su una strategia più coreana e low-cost (a proposito, vi siete accorti che i prodotti coreani non sono più low cost...?).

Secondo me - sic - ha ragione Sacconi. E' un modo ruvido per richiedere nuove alte negoziazioni a livello di investimenti da parte mia, cioè del contribuente pubblico.
E al di là del fatto che mi girano vorticosamente, devo riconoscere che sono d'accordo. Mantenere vitale in patria un settore strategico come l'automotive è comunque un valore in ottica di apparato industriale nazionale (lo fanno in tutti i paesi vicini).

Ma avallare un'operazione di questo tipo, concedendo pure paralleli sconti sui diritti o revisioni della 300/70 mi pare proprio eccessivo e miope.
Anzi, fossi il governo rilancerei, esplorando la possibilità che gruppi stranieri possano sfruttare un nuovo regime di finanziamenti ad esempio per Termini Imerese, anche come testa di ponte per il maghreb (dove ad esempio PSO e VW sono commercialmente fortissimi).

Vorrei vedere gli operai siciliani (che hanno fatto Punto, Y10, Panda nei loro momenti di massimo splendore) produrre Polo e 207 per nordafrica e medioriente (peccato che già ne fanno tante in spagna ...).

Ecco el nino, chiediti perche' nessuno si e' fatto avanti per Termini Imerese... e forse capirai che Marchionne diceva cose lapalissiane, che non meritano nessun commento, eccezion fatta di qualche politicante in cerca di consensi...

... già, ci rifletto.
E mi rispondo che se ci posiamo accanto la possibilità di accedere ad incentivi europei (il nostro ministero dello sviluppo economico e del lavoro so che lavorano alacremente per utilizzare al massimo i fondi UE per le aree obiettivo, vero?), l'ampia disponibilità di un esercito industriale di riserva (è un concetto marxiano, ma lo usano anche gli economisti perbene...), e soprattutto le infrastrutture come l'autostrada palermo-messina e la A3, più volte inaugurate dal caudillo e dai suoi seguaci locali, e poi il megagalattico ponte sullo stretto ...
allora anch'io mi chiedo come mai?

In realtà la situazione della sicilia non è tanto diversa da com'era l'andalucia o l'extremadura in spagna 20 anni fa ... solo che vent'anni in spagna sono stati utilizzati (ed anche i fondi Ue) in Sicilia ... lasciamo perdere.

Vai a vedere quanti impianti VW, PSO e Renault hanno sostenuto la crescita spagnola dell'ultimo quarto di secolo.

La geografia economica e sociale non è una variabile indipendente, si può trasformare, vi si può incidere ed i mezzi esistono e sono stati utilizzati da altri paesi.
Qui no.

----
per concludere, ti confermo che le industrie vanno dove c'è qualcuno che "facilita" l'esistenza e la persistenza di condizione favorevoli all'approvvigionamento, alla produzione, alla distribuzione.

Intanto ti confermo che in serbia e in spagna ci sono aiuti, interventi e incentivi per fare queste cose...
mi chiedo perchè non succede in italia e mi rispondo con una valutazione molto netta dell'operato economico ed industriale della nostra classe dirigente (che addirittura millanta capacità imprenditoriali...).

quel qualcuno che "facilita" l'esistenza e la persistenza di condizione favorevoli all'approvvigionamento, alla produzione, alla distribuzione, comprende anche - non solo - il sindacato. quando hai un sindacato di stampo marxista che invece di creare valore per gli operai si limita a fare schiamazzi per casi al limite dell'assurdo, coa credi che facciano PSA, VW ? e' un rumr, ma quando VW voleva comprare Alfa (due mesi fa) Fiat inseri' nelle trattative Pomigliano... Martin Winterkorn e' fuggito alla velocita' della luce... strano !!!

E infatti il sindacato italiano ultimamente facilita eccome.
Diciamo che è dai primi anni '90 che lubrifica...

Inoltre non credo che i sindacati francesi o tedeschi siano poco esigenti o deboli (le 35 ore loro ce le hanno...)

Vedo che fai parte di quel vasto popolo che crede che in italia abbiano a lungo governato (e ancora governino) "le sinistre" e "i sindacati".

A mio parere invece quello che sta mancando veramente è una classe dirigente - politica e imprenditoriale - che in italia vivacchia sul breve termine, su beghe personali, su facili interessi di bottega (lo fa anche il sindacato? ovvio!), senza alcuna capacità di fare Le Riforme di cui parlano da 16 anni, ma che pare riguardino solo la possibilità di differenziare l'applicazione del diritto su base censuaria...

Qua il problema non è il sindacato marxista (a quale sigla ti riferisci? o parli anche di angeletti e bonanni... o dei cobas?), ma è la classe imprenditoriale di bottegai, che guardano solo all'utile a breve e non sono stati in grado di riconvertire un piffero e costruire valore per un sistema italia, che li ha sempre coccolati (ma anche spremuti, certo).

...comunque , al di là dei toni, io penso che se ci arrocchiamo su slogan e posizioni precostituite , restiamo indietro.

Sarei per una ricerca più pragmatica. Per esempio andare a irrigidirsi sui turni, sulla cadenza e posizione delle pause, su altri dettagli che possono essere a volte di principio, non è costruttivo ed è produttivamente inutile (e non credo si possa definire ideologico). Questo è un peccato di panza che spesso ho visto commettere (e vedo tuttora) da parte dei sindacati.
Altro punto debole (da parte di tutte le sigle, e con tanto amore da parte della sigla avversa al marxismo...) la compiacente buonomista buonanna complicità con tutte quelle norme accessorie create per la tutela dei deboli e usate massivamente a sporposito dai furboni (malattie programmate, permessi varii, distaccamenti, ecc...)

Ma cosa assai diversa è il diritto di sciopero, il diritto di assemblea, il diritto ad associarsi, la tutela dei RSU. Questi sono istituti sacri, perchè hanno a che fare con la Grundnorm che fonda tutto il sistema.
E difendere queste cose fa parte del diritto-dovere di lavoratori, sindacati, istituzioni ed anche imprese, perchè queste norme nacquero epr gestire e incanalare il conflitto, senza di esse il conflitto è destinato a tornare.

Allora se io marchionne ti dico "o abbattiamo tutto il corpus delle relazioni industriali per ricostruirlo daccapo oppure qui non vi faccio lavorare..." magari è una posizione un pò ideologica, no? e nemmeno tanto costruttiva.

mi pare una sparata che colpisce alla pancia più bersagli (quelli che la pensano come giorgio, i lettori del giornale e di libero, ma anche in modo diverso i leghisti, che faranno blocco, piuttosto che i veteromarxisti alla guida nel paese).
Secondo me vuole negoziare qualcosa (soldini) sparando alto.

E secondo me , ha pure ragione.

***ERRATA CORRIGE***
urge doverosa precisazione su una imprecisione che ho spesso scritto, tra l'altro storpiando il nome del gruppo.

Il Gruppo PSA (si chiama così)non ha impianti in Andalusia. Laggiù li ha invece Renault e ci produce le auto che danno il pane (Clio, twingo) come fa la fiat a Tichy (PL).

Volevo solo accennare a come si muovono i global player di successo. che comunque mantengono sempre una solida base "glocal".

Ad esempio renault-->
Siti produttivi Renault
Francia: 13 impianti di produzione
spagna:(3) Palencia, Siviglia, Valladolid
portogallo: Aveiro
Slovenia: Novo Mesto

romania: Pitesti
turchia: Bursa
marocco:(2) casablanca e tangeri
russia: avtoframos
south africa; rosslyn
iran: pars khodro
india: chennai
south korea: busan
brasil: curitiba
chile: los andes
colombia: envigado
mexico: aguascalientes

***
vediamo che sta in tutti i continenti (manca l'oceania) ma ha 13 fabbriche in Francia (oltre ai centri sviluppo).

***

Stessa cosa PSA (peugeot-Citroen):
PSA - Manufacturing plants
perform the end processes in the carmaking cycle:

- Aulnay (France) - Mulhouse (France)
- Poissy (France) - Rennes (France)
- Sevelnord (France) - Sochaux (France)
- Buenos Aires (Argentina ) - Madrid (Spain)
- Mangualde (Portugal) - Porto Real (Brazil)
- Sevel SpA (Italy) - Trnava (Slovakia)
- Vigo (Spain) - Wuhan (China)

Component and casting plants:
- Caen (France) - Charleville (France)
- Française de Mécanique (France) - Hérimoncourt (France)
- Metz (France) - Mulhouse (France)
- Saint-Ouen (France) - Sept-Fons (France)
- Sochaux (France) - Trémery (France)
- Valenciennes (France)
- Jeppener (Argentina ) - Porto Real (Brazil)
- Xiang Fan (China)

Assembly sites:
- Bursa (Turkey) - Tehran (Iran)

****

Questo ci fa vedere dei player di successo con un solido radicamento in madrepatria, con contratti mediamente più pesanti che in Italia (retribuzione media +25%) , con sindacati non "pacificati".

***

perchè allora FIAT minaccia di lasciare l'Italia?

sarà colpa del 12.5% di operai della FIOM?
Una minoranza al potere...

Insomma temo che il discorso debba andare un pò più in profondità rispetto a "sindacati coglionazzi e cipputi lassisti".

Forse è tempo di parlare (in Parlamento e in consiglio dei ministri) di POLITICA INDUSTRIALE.

"Insomma temo che il discorso debba andare un pò più in profondità rispetto a "sindacati coglionazzi e cipputi lassisti"."

E anche rispetto a "padroni avidi ladri fascisti e sfruttatori"

Non ricordo chi, di recente, ha detto: la lotta di classe esiste ancora, ma la fanno i padroni.

@Offender : infatti mi pare che è da tutto il post che dico altre cose e provo ad aggiungere dettagli ad un quadro di scarsa competitività che è complesso.

Allora visto che abbiamo fatto il solito giochino partigiano contro repubblichino, adesso possiamo parle di cose serie, no?

parle=parlare
;-)

EL_NINO, non parlavo di te. Semplicemente cercavo di dire che è la logica della lotta di classe che vede contapposti lavoratori e padroni stereotipati ad essere a mio avviso perdente, e non una sola delle due miopi visioni. Io contesto anche la distinzione in lavoratori e padroni applicata al mondo del lavoro di oggi.

Sei lavoratore autonomo, vero?

Consulente!

Sì, immagino che ora mi spiegherai qual è il nesso con ciò che ho detto.

Il nesso?
la tua frase lo indica chiaramente: "Io contesto anche la distinzione in lavoratori e padroni applicata al mondo del lavoro di oggi."

Lo diceva anche mia moglie appena arrivata fresca fresca da... Paris.
poi si è fatta il servizio militare a Palermo per 5 anni (in nero, a tempo det., a minuti?) e a Roma per altri 5-6 ed oggi (forse) ha un contratto (for the very first time!)indeterminato (ma abbiamo fatto la cazzata inconsapevole di copulare e dunque adesso siamo incinti e in periodo di prova...).

Non ti chiedo di comprendere fino in fondo cosa significhi e cosa ci sia dietro migliaia di storie così (ce ne sono di mooooolto peggio). Ma almeno di riconoscere che la tua visione/esperienza diretta è abbastanza parziale per poter definire il mercato del lavoro odierno un confronto alla pari tra chi vende lavoro e chi lo acquista (un pò come può succedere a milano tra consulenti specialistici magari della new economy, con le aziende barzottine di budget da spendere in sviluppi e/o maintenance).

ps e te lo dice uno laureato masterizzato che (volendo inizialmente lavorare nella città in cui era nato-vissuto creato relazioni) ha combattuto diversi anni per trovare Il Lavoro, pur non smettendo mai di lavorare, ed ha cominciato dai gradini più umili (la situazione si è sbloccata quando mi sono fatto assumere interinale PT in un call center , omettendo dal CV laurea e master, mentre contemporaneamente lavoravo part time a progetto con l'osservatorio sulla ispersione scolastica proprio in quanto laureato).
Poi i gradini li ho fatti. Tanti, pochi, non saprei; abbastanza. Tutti estremamente sudati ed una buona parte sono gradini che forse non avrei mai conosciuto se fossi nato dove stai tu. Non sono nato determinato. Ci sono diventato.
Infatti ho capito che per cambiare marcia occorreva cambiare territorio. Tanti saluti famiglia e amici. Ed ora sono qua sempre un pò più white collar, sempre un pò meno impiegato, per niente più operaio/addetto. Ma mi voglio fermare qui, perchè per andare oltre ti chiedono l'anima. E adesso mi basta quello che ho, il prezzo da pagare per l'ulteriore livello sarebbe troppo alto, ed io i miei figli li voglio vedere crescere ogni giorno, nella mia casa modesta ma dignitosa, nella mia macchina scassata e priva di appeal ma spaziosa e funzionale (è fiat...), piuttosto che una volta a settimana con la colf su un BMW X6 con strada automatica e vocalist cool jazz dal vivo integrata dentro il cruscotto.
Sono scelte.
Ed io mi sono già tagliato abbastanza pezzi di me per il Lavoro, che peraltro adesso mi dà soddisfazioni e mi riesce piuttosto facile e bene (e infatti me ne chiedono sempre di più, sempre di più e più persone da coordinare e più responsabilità...).
E di culo e anima ne ho dato tanto, senza negoziare benissimo invero.

Ma adesso sono alla ricerca di un nuovo equilibrio, perchè la mia Famiglia ha molto bisogno di me.

*****

ora, per tornare a noi, mi è capitato prevalentemente di lavorare in aziende di una certa dimensione (dai 2.000 ai >10.000 dipendenti). Ho incontrato tante persone squisite ed altre pessime, sia dalla parte dei lavoratori subordinati che dei datori di lavoro, che dei sindacalisti, che degli ispettorati del lavoro et avvocatume vario.
Ti dirò di più, ho vissuto pure un periodo nell'ambito delle relazioni sindacali (non ti scandalizzare: da una parte e dall'altra, pensa un pò!?); ho visto dall'interno come funzionano Cisl, CGIL, UIL (in ordine di tessera e come RSU pentito), limitatamente ad un periodo di tempo ristretto ed in una realtà territoriale.
poi sono riuscito a smettere.

non ti volevo appicicare un'etichetta, tutt'altro. Chissà quante ne potresti attaccare tu a me, dopo tutto 'sto confessionale.

Ma non posso sentir dire generalizzazioni estensive tipo "il lavoro, se uno vuole, lo trova sempre!", si come i medici africani che puliscono i vetri alle auto italiane, "lo studio paga sempre se uno è capace", "non esiste più quella dialettica tra datori di lavoro e subordinati nell'attuale mercato".

@ Lucianone/idefix:
o barbopeloso druido,
hai visto che sviluppo che sta venendo fuori ?? A parte che mi scuso per il consueto incedere fluviale (e soprattutto mi piacerebbe rimuovere il confessionale sopra che è personale e non necessario allo svolgimento del discorso).
ma comunque,
mi pare un altro post da antologia di idefix
e soprattutto si arriva attraverso il logos e il metodo dialettico e maieutico a ridimenzionare alcuni luoghi comuni ormai fuorvianti del dibattito pubblico sull'assunto ormai sistematico che la scarsa competitività dell'italia è dovuta ai conflitti sociali continui, sindacati padroni della situazione e reazionari, costo del lavoro italiano troooooppo elevato...
Se non oso dire che sono tutte complete balle,
posso almeno dire che abbiamo argomentato quanto poco siano dimostrabili e quanto relativamente/marginalmente incidano in realtà.
E soprattutto abbiamo portato il discorso su argomenti ancora inesplorati nei dibattiti d'opinione dei nostri talk show e tg...

Un esempio di quello che vorrei vedere in italia:

PARIGI - Il governo francese ha chiesto alla Renault e alla PSA (Pegeut/Citroen) di "non avere più il minimo scambio commerciale" con la Molex, un'azienda americana di componentistica che a dicembre ha chiuso una fabbrica francese e ha recentemente annunciato che non intende più finanziare il "piano sociale" dei dipendenti licenziati. Ma in compenso, grazie ai profitti "record" ottenuti nel terzo trimestre, ha aumentato del 14,8% il dividendo versato agli azionisti: una decisione, ha affermato oggi il ministro francese dell'Industria, Christian Estrosi, che "disprezza le istituzioni del Paese e il rispetto degli obblighi sociali".

il link è qui: http://www.repubblica.it/economia/2010/10/27/news/auto_francia-8481937/?ref=HREC2-9

Ed ecco un esempio di ciò che non mi sento di difendere (pur essendo oltremodo legittima e sensata la contestazione a Bonanni) :

In malattia, va a contestare Bonanni * "Licenziato su pressioni della Cisl" *
TORINO - Damiano Piccione, 30 anni, manutentore della società Itinera, Gruppo Gavio, lo scorso 8 settembre era in malattia. Ma non rinunciò a uscire di casa e a recarsi alla festa del Pd per contestare il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. E per questo, il giorno successivo l'azienda, in cui lavorava da 10 anni nella manutenzione dell'autostrada Torino-Milano, gli comunicò il licenziamento. Contro il quale Piccione presenterà ricorso al Tribunale del lavoro di Torino.
L'8 settembre scorso Piccione era in attesa di un piccolo intervento. "Il giorno stesso - ha spiegato oggi - sono stato visitato dall'Inps, che ha confermato i giorni di malattia decisi dal mio medico. Poi, considerato che le mie condizioni non mi impedivano di uscire, sono andato alla manifestazione".

link: http://www.repubblica.it/cronaca/2010/10/27/news/in_malattia_va_a_contestare_bonanni_licenziato-8491658/?ref=HREC1-6

El Nino: mi piace sempre molto quando (qui sul blog) una discussione vive indipendentemente da me e da Idefix. Quando (grazie a voi) prende direzioni e sviluppi che non erano minimamente previsti nel post iniziale.

EL_NINO, tu hai la memoria corta. So molto bene quali problematiche vi siano in determinate aree del Paese, essendo figlio io stesso di immigrati dal Sud, ed essendo nato e cresciuto in un contesto non solo ultraproletario ma ai confini della povertà. Quindi non accetto lezioni su "vieni a vedere come vive il popolo" da uno che non solo si è potuto permettere di laurearsi ma anche di prendersi un master. Inoltre, per tua norma e regola, le mie esperienze professionali non sono limitate a Milano, ma mi hanno portato in tutta Italia, e all'estero con progetti in cui dovevo gestire team dislocati in 3 nazioni, quindi non cercare di farmi passare per un provinciale che vede solo il suo orticello. Quello che intendevo è semplicemente che la distinzione tra il padrone e il lavoratore secondo l'accezione marxista ovvero tra chi possiede i mezzi di produzione e chi produce, non è più applicabile alla realtà di oggi ma mi sembra che tu ti sia parecchio infervorato su questo argomento quindi non so se far partire una discussione, o meglio se sarebbe costruttiva :-) Insomma, io e te siamo su posizioni diverse e si sa: ma non cercare di far passare che la mia visione è limitata perché ho sempre vissuto nella bambagia o nel paese di Bengodi perché sei proprio fuori strada.

E se non fai carriera, non venire a dire che è perché così sto con la famiglia: stai offendendo chi ha una famiglia, ha fatto un'ottima carriera ed è un ottimo padre/madre di famiglia. E poi quasi quasi per come la stai mettendo sembra di capire che faccia carriera chi si fa il mazzo. Ma come, non sono tutti raccomandati e disonesti?

@offender:
1.mai detto che sono tutti raccomandati e disonesti, anzi.

2.fare carriera è giusto ed è aspirazione legittima che anche io perseguo (e con profitto rispetto a tanti che mi stanno intorno).

2b. Carriera e famiglia, dove si richiedono 11/12 ore standard + 'x' se vuoi accelerare e dove si convocano riunioni alle 18, sono conciliabili fino ad un certo punto, se vuoi ti presento qualche ex-capo donna, recentemente ricollocata in un sottoscala.

3.faticare e farsi il mazzo è l'unico modo che ho trovato io per recuperare terreno in senso carriera, terreno che avevo perso (pur faticando il doppio rispetto ad oggi)per i primi 10 anni del mio percorso semplicemente perchè esistevo e nascevo in un posto X, piuttosto che in un posto Y.

4. mai scritto che tu vivi nella bambagia, ma osservo che dire "Io contesto anche la distinzione in lavoratori e padroni applicata al mondo del lavoro di oggi" secondo me non significa una sega ed è pure falsa. La attribuisco in parte al fatto che vivi e lavori nel posto Y. E poi ho indovinato che sei consulente...

***
Ma potrei aver travisato il senso della tua frase.
Per cui non essendoci da parte mia alcuna intenzione di alimentare una polemica personale, ti inviterei a precisare meglio cosa intendevi dire, se lo ritieni utile.
***

E io ti invito a leggere le mie risposte per intero :-)

In quanto a "indovinare": l'avrò detto 50 volte su questo blog che sono consulente.

...c'ho la palla di vetro come maroni ... e gioberti!

;-)

Ciao a tutti,
non so se la netiquette contempli la possibilità di raccogliere e sintetizzare gli sviluppi di un topic interessante, dopo tanti post, prima di consegnarlo all'oblio.
Ma ci provo lo stesso.
Perchè?
Perchè mi sono sentito perticolarmente coinvolto nel tema e nello sviluppo di questo dibattito e mi sono lasciato stimolare da tanti contributi ad approfondire e strutturare meglio le mie conoscenze sul tema.
E - per inciso - mi sono accorto che la disponibilità di notizie, analisi e dati su alcuni temi è limitata e difficile.
Per esempio sul rapporto tra costo del lavoro, infrastrutture, incentivi per distretti industriali e politica di sviluppo a medio e lungo termine in Cina non pè facile trovare approfondimenti e dati facilmente accessibili in rete. E' più facile trovare opinioni e commenti "tranchant", come su altri argomenti importanti in questi anni.

Tra le cose più importanti discusse nel post che vorrei salvare, elencherei:

1. In Italia c'è un problema di competitività serio che stiamo pagando e pagheremo carissimo nei prossimi anni di ripresina.

2. l'epicentro di questo problema non è il costo del lavoro italiano, che non è mostruoso o sproporzionato, nè particolarmente vicino a quelli che sono i nostri competitor europei.

3. E' plausibile che invece che alcune resistenze "ideologiche" da parte di alcuni sindacati in opposizione ad una diffusa richiesta di riorganizzazione del lavoro, siano controproducenti. ma soprattutto da emendare in toto sarebbe un certo atteggiamento politico e aprioristico di "tutela dei furbetti" che approfittano e svuotano di senso alcuni importanti istituti per i quali tutti abbiamo combattutto (maternità, malattia, permessi studio, diritti sindacali, ecc...).

4. detto questo, è emerso come il centro del problema attuale sia la Produttività, parametro che però va interpretato in senso estensivo includendo non solo i giorni di assenza anomala o la collocazione delle pause di 10 min., ma integrando l'analisi con dati certificati come essenzialoi anche ieri da Confindustria: Ricerca & sviluppo, Offerta di infrastrutture, Formazione permanente, Politiche di incentivazione e capacità di snellimento burocratico e programmazione Economica (supportata da risorse economiche serie come sgravi, deduzioni, crediti fiscali).

5. Un altro tema sul quale (in ambito crollo della competitività) mi sono trovato a sorpresa in sintonia con Confindustria e Marchionne è quello che a mio parere è il focus della questione: la completa assenza e incapacità del Governo e della classe politica nel suo complesso nel gestire, supportare, programmare una politica industriale ed economica di breve, medio e lungo termine. E nel complesso una scarsa o nulla Produttività della politica e dell'attuale parlamneto nello specifico, troppo impelagato tra toghe e sottane.

In pratica, i fondamentali economici stanno andando a puttane da 15 anni a questa parte, ed il caudillo berlusconi e i suoi accoliti sono la punta della freccia di questo vettore...

Visto che la mia iniziale aspettativa era quella di svelare un diffuso e lungo inganno mediatico che è diventato assunto indimostrabile delle opinioni anche più superficiali, riprendo da quello, pladendo al fatto che, almeno qui abbiamo dimostrato che è essenzialmente falso.

------------

***IL COSTO DEL LAVORO IN ITALIA E'RELATIVAMENTE BASSO ***E PUO' CRESCERE FINO AI LIVELLI DEI PAESI VICINI DI RIFERIMENTO SE SI CREANO LE CONDIZIONI DI MAGGIORE PRODUTTIVITA' E COMPETITIVITA' DEL PAESE.

Su questo punto - argomentato in precedenza - ho scoperto di essere in sintonia con Marchionne e Marcegaglia. Entrambi riferiscono che è possibile già adesso remunerare il lavoro italiano ai livelli del mercato francese e tedesco se si creano le condizioni di produttività proposte nel progetto fabbrica italia.

****

sullo stesso argomento riporto un breve brano di Turani (link http://giuseppeturani.repubblica.it/il_mio_weblog/?ref=HROBA-2 ):

TURANI
Ma non basta. Coltorti ha fatto anche dei confronti diretti fra medie imprese italiane e tedesche (e spagnole). I risultati si trovano in poche, esemplari tabelle. Fatto uguale a 100 il valore aggiunto per dipendente delle aziende tedesche, si ha 87,8 per le italiane e 79,9 per le spagnole.

Costo del lavoro tedesco messo uguale a 100. Si ha 80,9 per l’Italia e 72,4 per la Spagna. Qui e in Spagna, cioè, costa meno fare le cose. Se si va sul margine operativo netto (il margine industriale) le sorprese sono ancora maggiori. Fatto uguale a 100 il caso tedesco, si ha 118,9 per l’Italia e 123,5 per la Spagna. Qui da noi e in Spagna, cioè, “rende” di più produrre le cose, almeno fino ai cancelli della fabbrica.

E qui va ricordato quel banchiere che diceva: noi italiani fino ai cancelli della fabbrica siamo i più bravi del mondo, appena fuori, però, comincia il caos. Se una media azienda tedesca paga il 25,8 per cento di imposte su quello che guadagna, in Italia si sale al 48,3 per cento (quasi il doppio). In Spagna, invece, siamo fermi al 25,6 per cento.

In conclusione. Siamo bravissimi, teniamo testa ai tedeschi (come produttori di manufatti industriali, in qualche caso siamo anche più bravi). Ma poi siamo massacrati da imposte insensate. E, inoltre, anche se questo le tabelle di Coltorti non lo dicono, nel conto vanno messi trasporti inefficienti, sindacati litigiosi, una giustizia civile quasi inesistente, una burocrazia ossessiva e pasticciona.

*****
Ma è interessante anche il parametro con la Cina, che è diventata la fabbrica del mondo a detta di tutti per il bassissimo costo del lavoro.
In Cina l'anno scorso e quest'anno abbiamo avuto dei blocchi di produzione per sciopero che hanno ritardato di molto alcuni approvvigionamenti importanti (ho personalmente chiesto l'annullamento di un ordine da 500k € per un ritardo che superava il mese) e nei principali distretti produttivi sono stati erogati aumenti fino al 40% della retribuzione base. Il governo cinese ha appoggiato le proteste e sviluppato un piano che dovrebbe portare in 5 anni al raddoppio delle retribuzioni nei principali distretti produttivi.

Poi sul tema costo del lavoro in Cina ho trovato pure un trafiletto sorprendente:

***
azienda tessile giapponese lascia la cina per l'aumento del costo del lavoro

Uniqlo to shift China production

THE ASAHI SHIMBUN

2010/10/25


Toray Industries Inc., which produces the popular Heattech, a heat-retaining fabric used in clothing sold at Uniqlo outlets, will decrease the percentage manufactured in China from 80 percent to 50 percent by 2015.

Production will be moved to other Asian nations because production volume in China is fast approaching capacity and also because personnel expenses in China have shot up.

Made of synthetic fibers such as acrylic and polyester, Heattech provides superior heat retention qualities.

Of the 70 million or so pieces of underwear using Heattech to be made this year, 80 percent will be manufactured in China and the remainder in Vietnam, Bangladesh and the Philippines.

At a Friday news conference, Toray Executive Vice President Yukihiro Sugimoto said, "A pressing issue will be expanding our production bases outside of China."

He noted that production costs were increasing rapidly along the coastal areas of China that have experienced the largest economic growth.

link: http://www.asahi.com/english/TKY201010240155.html

****

Infine, sempre sulla Cina e sul perchè, anche quando verrà eroso il margine differenziale sul costo del lavoro, rimarrà competitiva ed è destinata a ribaltare (insieme all'India) la distribuzione mondiale del PIL, ho trovato un reportage di prima mano, che vi copincollo qui:
****

La nuova Cina che abbiamo sottovalutato

di Vladimiro Giacchè

su il Fatto Quotidiano del 16/08/2010
Sino a non molto tempo fa un viaggio in Cina era l’occasione per misurare le molte distanze tra “noi” e “loro”. Oggi se ne misura soprattutto un’altra: quella tra l’immagine della Cina offerta dai nostri media e la realtà di quel Paese.

La Cina che ho incontrato a luglio in un viaggio che ha toccato Pechino e diverse altre città, nel corso del quale ho potuto visitare numerose imprese e impianti industriali e discutere (molto apertamente) con esponenti del mondo della politica e dell’economia, è molto distante da quell’immagine. Soprattutto dal punto di vista economico.

La competizione non è più sul costo

Cominciamo dalla competitività delle imprese cinesi. Noi continuiamo a pensare che sia basata esclusivamente sul bassissimo costo del lavoro. È senz’altro vero che la Cina, con una popolazione di oltre 1 miliardo e 300 milioni di persone, ha potuto giovarsi per anni di abbondante manodopera a basso costo. È stato questo che ha attratto le 690 mila imprese straniere (400 le grandi multinazionali) che oggi hanno uffici e soprattutto fabbriche in Cina. In questi anni la crescita dell’economia è stata spettacolare. Ma lo è stata anche quella del reddito disponibile per la popolazione: nel 2009 è stato più che doppio nelle città rispetto a quello del 2002, e nelle campagne i poveri sono scesi dai 250 milioni del 1978 ai 20 milioni attuali. Inoltre quest’anno scioperi e proteste hanno investito molte fabbriche. E sono stati coronati da successo: alla Foxconn, gli aumenti salariali sono stati del 40%, cifre non molto inferiori sono state ottenute alla Honda e alla Omron.

La stampa ufficiale (il “Quotidiano del popolo” e il “China Daily”) ha preso apertamente posizione per gli scioperanti, e lo stesso hanno fatto diversi esponenti del partito comunista. La cosa non sorprende. Questi aumenti infatti non rispondono soltanto ad ovvie logiche di equità: sono funzionali alla creazione di un mercato interno. Puntare sul suo sviluppo è fondamentale per ridurre la dipendenza dell’economia cinese dalle esportazioni, ed è un obiettivo esplicito del governo. Non è un caso che negli ultimi mesi siano state più volte rilanciate dalla stampa ipotesi di un progetto governativo per un raddoppio delle retribuzioni in 5 anni.

Yao Jian, portavoce del Ministero del commercio, già adesso non ha dubbi: “la forza lavoro a buon mercato non è più il maggiore vantaggio comparato della Cina per attrarre gli investimenti stranieri”. Dopo aver visto come funzionano alcune aree di attrazione di quegli investimenti, penso che abbia ragione.

Beibei, per esempio, è uno dei nove distretti della municipalità di Chongqing (33 milioni di abitanti), e si trova nella parte centro-occidentale della Cina, tuttora in ritardo di sviluppo rispetto all’est e alla zona costiera. I potenziali investitori ricevono un volume con dettagliate informazioni sul distretto, i suoi istituti universitari, le tipologie di imprese già presenti negli 8 parchi industriali dell’area (oltre 2000, 345 delle quali di grandi dimensioni), le infrastrutture attuali e quelle che si stanno costruendo, i prezzi dei vari fattori di produzione (costo medio dei salari, ma anche prezzo di acqua, elettricità, gas) e le agevolazioni previste per chi investe. Nell’area è presente letteralmente di tutto: da grandi estensioni di terreno dedicate all’agricoltura biologica a un centro di acquacoltura gestito da una cooperativa agricola di produzione e vendita; da industrie farmaceutiche a fabbriche di motori e automobili.
......
Obiettivo: attirare capitali esteri

Una prima conclusione: in Cina, a differenza di quanto siamo portati a credere, l’emergenza ambientale è presa molto sul serio. E non soltanto da parte delle imprese più avanzate. Anche la skyline di diverse città cinesi lo conferma. Dal treno ad alta velocità che mi riportava da Weifang a Pechino ho notato che praticamente tutte le case della città di Dezhou avevano il tetto coperto di pannelli solari: e in effetti il 95% delle abitazioni di quella città è dotato di scaldabagni ad alimentazione solare. Il produttore di pannelli è una società locale, la Himin Solar Energy. La superficie della sua produzione ha già superato i 2 milioni di mq di pannelli, ossia il totale dei pannelli solari in uso nell’intera Unione Europea.

Anche le multinazionali che operano in Cina sono state chiamate a fare la loro parte. Il 13 aprile scorso il governo ha pubblicato le "Opinioni su come continuare a fare un buon lavoro nell'utilizzo degli investimenti esteri". Il titolo del documento, come spesso accade in Cina, è piuttosto generico e indiretto: ma vi si delinea una vera e propria nuova politica nei confronti degli investimenti esteri in Cina. Si intende incoraggiare gli investitori stranieri ad investire in produzioni manifatturiere di qualità, nei servizi, nell’energie alternative e nella protezione ambientale, e al contempo esercitare serie restrizioni sulle produzioni che comportano “inquinamento elevato, alto consumo di energia e elevata dipendenza dalle risorse naturali”.

Siamo insomma di fronte ad una complessiva strategia nei confronti del problema ambientale. Che può essere riassunta in uno slogan: trasformare il problema in opportunità. Si vuole fare della questione ambientale una leva per accelerare il progresso tecnologico, creare occupazione e accrescere la competitività. Per questo una parte non piccola dello stimolo economico messo in campo tra 2008 e 2009 contro la crisi è stata destinata a progetti ambientali, e adesso l’Amministrazione Nazionale dell’Energia ha fissato un piano di investimento nelle energie alternative per 5.000 miliardi di rmb tra il 2011 e il 2020. Si tratta di una cifra enorme, che consentirà di dotare la Cina, ed in particolare le sue aree di nuova industrializzazione, di tecnologie e infrastrutture di avanguardia a livello mondiale. In questo campo, del resto, la Cina vanta già dei primati: i 6.920 km di linee ferroviarie ad alta velocità, ad esempio, sono già superiori a quelli di ogni altro Stato del mondo, ma li si vuole raddoppiare entro il 2012 con un investimento di 800 miliardi di rmb; i treni sono già i più veloci del mondo (350 km/h), ma nei prossimi anni la velocità massima sarà portata a 380 km/h.

L’opportunità della crisi

Sul volo che mi riporta in un aeroporto del terzo mondo (Fiumicino) provo a tirare le somme di quello che ho visto. Crescente utilizzo di alta tecnologia a basso impatto ambientale, competitività sempre più basata sulla elevata produttività del lavoro anziché sul basso costo della forza-lavoro, manodopera qualificata, aumenti salariali al fine di creare un grande mercato interno, efficienza delle infrastrutture fisiche e amministrative (come lo sportello unico per le imprese che ho visto nel Comune di Qingdao: un solo interlocutore e 8 giorni per avviare un’impresa). In una parola: il contrario di quanto sta accadendo da noi. La Cina ha trasformato la crisi mondiale in opportunità per ridurre la propria dipendenza dalle esportazioni e puntare sulla crescita accelerata del mercato interno, così come sta rovesciando il problema ambientale in opportunità per conquistare un primato tecnologico.

Conclusione: la nostra immagine di una Cina che vince grazie al basso costo del lavoro e all’uso irresponsabile delle risorse naturali non è soltanto sbagliata, ma pericolosa. Perché ci impedisce di capire su quali nuovi terreni si gioca oggi la competizione globale.

Molte imprese tedesche hanno capito la situazione e stanno riemergendo dalla crisi proprio grazie alle esportazioni in Cina. Da noi, invece, c’è ancora qualcuno che pensa di recuperare competitività abbassando i salari e peggiorando le condizioni di lavoro, anziché aumentando gli investimenti in ricerca. O producendo automobili in Serbia (a spese della Bers e del governo di Belgrado) per venderle in Italia. Tanti auguri.

*** [ps non ho salvato il link, ve lo recupero se necessario]

Ma allora se il costo del lavoro non è la variabile principale, perchè si parla solo e sempre di quello?

E come mai i media italiani sembrano incapaci di fare un'analisi come quella di Giacchè o di Loretta Napoleoni...?

forse perchè il presDelCons ritiene del discorso di Marchionne solo quello che non ha detto:
Dowjones

BRUXELLES (MF-DJ)--"Marchionne ha detto una verita', una verita' dell'oggi e del domani. Non ha detto che la Fiat non ha avuto aiuti dall'Italia. Tuttavia la Fiat si trova a dover gestire degli stabilimenti in Italia che hanno un altissimo costo della manodopera e in cui ci sono delle presenze sindacali che comportano un modus operandi con regole molto limitative per l'azienda. Se ci spostiamo in Cina non soltanto la manodopera costa meno, ma e' meno soggetta a direttive sindacali, lavora anche 12 ore e quindi ha un lavoro che rende molto di piu'".

E' quanto ha dichiarato il primo ministro Silvio Berlusconi al termine del Consiglio europeo di Bruxelles, in riferimento alle affermazioni dell'a.d. di Fiat Sergio Marchionne sulla difficolta' di fare profitti in Italia.
link http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html?newsId=791057&lang=it

Insomma, come al solito, bugie, cazzate, manipolazioni, distorsioni per impedire che in Italia si ragioni.

E si capisca che - al di là di tutte le altre gravi colpe - questo Governo e questa classe dirigente (ci metto dentro anche l'opposizione incapace di far crescere il dibattito sui temi veri) sono inadeguate, incapaci, mortalmente pericolose per il nostro futuro (e quello dei nostri figli).

Ce ne dobbiamo liberare al più presto per ricostruire su quel che resta delle istituzioni e del tessuto socioeconomico.

Ogni giorno che passa è un giorno sprecato.

EL_NINO, ma inserire un link anziché copincollare chilometri di articoli no, eh? :-)

Verifica il tuo commento

Anteprima del tuo commento

Questa è solo un'anteprima. Il tuo commento non è stato ancora pubblicato.

In elaborazione...
Il tuo commento non può essere pubblicato. Errore di scrittura:
Il tuo commento è stato pubblicato. Pubblica un altro commento

I numeri e le lettere che hai inserito non corrispondono a quelle dell'immagine. Prova di nuovo.

Come ultima cosa, prima di pubblicare il tuo commento, inserisci le lettere ed i numeri che vedi nell'immagine qui sotto. Questo impedisce che programmi automatici possano pubblicare dei commenti.

Fai fatica a leggere quest'immagine? Visualizzane un'altra.

In elaborazione...

Scrivi un commento

Motore di ricerca del Ringhio di Idefix

  • Si clicca su "Motore di ricerca", si apre un link, si clicca su "Ricerca personalizzata" e si usa come il normale Google. Solo che la ricerca è interna al blog

febbraio 2012

lun mar mer gio ven sab dom
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29