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28/09/2009

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I link elencati qui sotto sono quelli che rimandano a Adamo ed Eva, Papa Benedetto XVI Ratzinger, divorzi e separazioni, Caino e Abele:

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Mai quanto vivere in famiglie infelici, o dove vengono maltrattati, trascurati.
Ai figli importa essere amati e compresi, dello stato civile o dell'indissolubilità del matrimonio non gliene frega una benemerita ceppa.

Non mi pare che il fatto di trovarsi con un figlio buono ed uno assassino centri molto con il monito del papa.
Cio' che mi sembra vada rilevato e' che , comunque sia, la separazione dei genitori costituisce un trauma ed una sofferenza per i figli. Lasciamo stare situazioni estreme per cui di necessita' si sceglie il male minore e consideriamo invece tutti quei casi in cui un maggior senso di responsabilita' e capacita' di sacrificio possono far superare delle crisi di coppia o quantomeno far semplicemente riconoscere che la serenita' dei propri figli ha piu' diritto della nostra.Il monito serve a far riflettere di piu' su quali debbano essere i doveri , i valori di riferimento e le priorita' in seno ad una famiglia.

Come ha scritto Michele Serra, dire che il divorzio fa male ai figli è come dire che a Roma ci sono molto turisti: un'ovvietà sconcertante.
Sta di fatto che io ha visto figli devastati da famiglie in cui il papà (in questo caso, eh, ma potrebbe essere anche la mamma) se n'andava in giro a donne lasciando la madre a casa che però non divorziava "pensando ai bambini..."

E peraltro: il fatto che due uomini abbiano poi dato vita all'umanità dovrebbe dirla lunga sulla necessità di legalizzare le unioni omosessuali...

Alquanto bizzarra, Yod, la conclusione del tuo commento, non c'e' alcuna ''consecutio'' logica ne' tantomeno centra con l'argomento del post.

Ma basta con questa storia del sacrificio!
Nei rapporti umani è giusto prendersi le proprie responsabilità, cercare di sanare i contrasti se è possibile, affrontare con maturità i problemi, ma un comportamento adulto e responsabile implica anche il prendere atto che se una storia è finita è finita e non c'è sacrificio che la terrà in piedi, anche perché in genere c'è uno che si sacrifica e l'altro che continua bellamente a fare i comodi suoi.
E due persone adulte e responsabili sono quelle che riescono a comunicare ai figli che, anche se l'amore tra loro due è finito e quindi non ha senso tenere in piedi un matrimonio che non ha ragion d'essere, l'amore per i figli resta.
Ed è molto più adulto e responsabile chi insegna ai figli che è meglio affrontare una scelta, anche se dolorosa, piuttosto che vivere nell'ipocrisia di cui ha parlato yodosky.

I figli non sono sereni né felici se i genitori, nonostante gli sforzi per superare i conflitti di coppia, non arrivano ad un equilibrio, ma al contrario creano maggiori tensioni perché si sentono costretti a "trovare una strada" all'interno di un matrimonio finito. Essere genitori responsabili vuol dire anche e soprattutto creare un ambiente sereno per i figli e se ciò implica la separazione, è giusto che questa ci sia. Io ho visto e continuo a vedere coppie che per il cosiddetto "bene dei figli" restano fintamente unite, accumulando frustrazioni ed infelicità che inevitabilmente ricadono sui figli. Quello è un modo peggiore della separazione di rendere infelici i figli. Quei genitori cosa possono insegnare ai figli? "Accetta supinamente, bello di papà, tanto ti puoi sempre fare un'amante", oppure "gli uomini sono tutti uguali, bella di mamma, pensaci bene prima di sposarti! Per il vostro bene non ho chiesto la separazione e guarda adesso come sono ridotta!", con un carico da mille di sensi di colpa per i poveri figli, che oltre ad essere infelici si vedono pure costretti ad assumersi responsabilità che non hanno.
Ma non scherziamo!
I valori di riferimento e le priorità in una famiglia non sono, a mio avviso, quelli che vuole solo il cattolicesimo.

Quando si hanno figli la storia diventa famiglia e se quell'insieme di emozioni e sentimenti che hanno costituito la molla ad unirsi si affievolisce o evapora la famiglia rimane e deve avere priorita' sul desiderio di nuove repliche , di nuove storie. Un genitore che non e' capace di subordinare la propria felicita' a quella dei figli agisce in modo egoistico.
Stiamo sempre considerando casi che non sono irrimediabilmente compromessi per gravi colpe di uno o entrambi i coniugi.

Condivido anche io le considerazioni di Michele Serra, ma anche l'osservazione di 'Uno' (spero non sia quello 'anche Trino').
Che poi la legalizzazione delle unioni omosessuali possa essere un diritto è un altro possibile argomento interessante, ma effettivamente qui c'entra come i cavoli a merenda.
Direi invece che anche la storia di Caino e Abele non sia particolarmente rappresentativa del problema: non mi pare che i loro genitori avessero molte alternative.
Mi pare invece che Gesù abbia detto che i suoi discepoli, per seguire Lui, abbandonassero pure le loro famiglie, le proprie mogli e i propri figli. Come a dire che il vincolo del matrimonio non sia poi così indissolubile, specie di fronte ad argomenti di maggiore importanza.
Senza nulla voler togliere ai diritti dei bambini di vivere nella maggiore serenità possibile, mi pare insomma che questa 'sacralità' della famiglia sia una creazione ben posteriore a quella dell'impostazione originaria del cristianesimo, una aggiunta probabilmente di epoca medievale (come molti dei caposaldi della dottrina cattolica).

"La famiglia rimane e deve avere priorita' sul desiderio di nuove repliche , di nuove storie." - Deve?! Chi lo dice che "deve"?
Una persona, genitore o non genitore, quando subordina la propria felicità a quella di un altro, non ha nulla da dare e nulla da insegnare. Una persona felice non resta a lungo in questo stato se non condivide la sua felicità. I vincoli possono esaurirsi tra due persone adulte che scelgono di unirsi e mettere al mondo altre vite, ma di certo non si esauriscono i vincoli con i figli. Un genitore responsabile sa che se non è felice rovinerà la vita dei figli.
I doveri verso i figli sono precisi, ma tra questi non credo proprio sia contemplato quello di darsi martellate in testa per non pensare alla propria infelicità. E non mi pare che Gesù predicasse il male per se stessi a favore del bene altrui.

Io direi: lasciamo stare le unioni omesessuali (che in QUESTA discussione non c'entrano proprio nulla di nulla e ci portano fuori strada).
Vorrei dire qualcosa sul divorzio. E' evidente a chiunque che si tratta di una sconfitta: il progetto di vita comune di quella coppia è fallito. Le alternative sono fondamentalmente due: o si tira avanti finchè a separarli non sia la morte oppure si decide di provare (ognuno per conto suo) a ricostruire un progetto di vita.
Si dirà: e i figli? Il problema è: va bene per la prole vivere con una coppia di genitori che non si amano, un uomo e una donna che nella migliore delle ipotesi non si detestano, in una casa in cui i sentimenti più caldi sono la sopportazione reciproca? E' un modello di coppia "positivo", questo in cui l'eros viene dichiarato defunto? In cui il sacrificio di entrambi diventa un valore? In cui il grigiore dei sentimenti predomina? In cui l'ipocrisia aleggia su tutte le stanze e i comportamenti? E (nota bene, Uno) con questo breve quadretto mi riferisco alla migliore delle ipotesi, quella di una civile convivenza tra lui e lei che (col matrimonio fallito) decidono di restare insieme provando a salvare il salvabile. Perchè ci sono casi (innumerevoli) in cui civiltà e decenza saltano del tutto: dove in casa dominano violenza, insulti, minacce, tensioni, parolacce, baruffe, grida, urla, amanti più o meno segreti, sotterfugi e così avanti. E allora dimmi tu che vita attende i figli di quelle coppie. Non è meglio la chiara onestà di un divorzio? Certamente è dolorosa. Ma si cresce anche attraversando il dolore e uscendone: importante è che vi sia la chiarezza, l'amore, la comprensione, l'accettazione da parte dei genitori. Mentre ristagnare nella menzogna, nell'ipocrisia, nella violenza, nella mancanza di amore, nel rinfracciarsi le colpe, non fa crescere. E fa marcire il dolore.

@Alessandra: esattamente come scrivi tu, una persona infelice, soprattutto una persona che ha rinunciato a trovare una via per recuperare serenità e felicità, alla fine comunicherà solo infelicità a chi gli sta intorno.
E spesso chi si "sacrifica" in nome del superiore interesse di un'entità chiamata famiglia (che esiste solo se c'è armonia e non sacrificio e sofferenza)alla fine inconsciamente riversa sui figli la responsabilità della sua rinuncia, creando ulteriori sensi di colpa e nuovi dolori.

La famiglia non è un gruppo di persone che stanno insieme costrette da un vincolo giuridico o religioso. Sono alcune persone che si amano e che, in modo solidale, tra alti e bassi ma in maniera complessivamente accogliente e responsabile l'una verso l'altra (ciascuna secondo le sue possibilità), vivono insieme.

@Eeka: aggiungo anche che quei sensi di colpa di cui parlavo sono proprio il retaggio della cultura cattolica, nell'accezione più ampia del termine.
"L'uomo non separi ciò che Dio ha unito", dicono i preti sull'altare quando uniscono una coppia. E se invece l'uomo separa, che succede? Viene scomunicato, non può fare più la comunione, viene bandito dalla chiesa come un appestato e non può nemmeno ricevere l'estrema unzione quando muore, al massimo una benedizione. E comunque va all'inferno! Non dimentichiamo questo piccolo particolare. Quella frase detta sull'altare ha tutto il tono di una minaccia e lo scopo di sollevare sensi di colpa. Come la quasi totalità di tutti i cosiddetti "precetti" cattolici.

Ma nel Vangelo non c'è scritto "il Sabato è fatto per l'uomo, non l'uomo per il Sabato"?
E dunque la rigida precettistica non è in realtà contraria allo spirito evangelico?
Ma mi sa che io sono un'eretica (e me ne vanto!), dev'essere per questo che penso queste cose

Alessandra, il bene di tuo figlio lo definiresti bene ''altrui''?

Quando, negli anni settanta, la chiesa valdese decise di appoggiare la legge sul divorzio, lo fece sulla base di un semplice ragionamento.
Nel Vangelo c'è la discussione sul divorzio fra Gesù e i farisei: la controversia verteva soprattutto sul diritto UNILATERALE del marito di ripudiare la moglie a suo piacimento ("per la durezza dei vostri cuori" dice Gesù, Mosè vi aveva concesso questa possibilità). Invece il richiamo al piano iniziale di Dio ("i due saranno una sola carne") è volto a proteggere la donna dall'arbitrio del ripudio maschilista. E dunque, definendo il ripudio come adulterio, Gesù inchioda il maschio alla sua responsabilità verso la donna. Che in quella società dipendeva completamente dall'uomo e rischiava dunque di finire abbandonata.
Detto questo, il divorzio rimane (lo dicevo prima) una sconfitta, il fallimento di un progetto di vita a due. Ma, come tutti i fallimenti della nostra fragilità umanità, deve conoscere rispetto e comprensione. "Neppure io ti condanno" dice Gesù all'adultera e poi aggiunge: "va e non peccare più". Cosa vuol dire? Quando costruirai un rapporto nuovo, mettici dentro tutto l’amore che hai, tutta l'esperienza che ti sei costruita, tutto l’impegno, tutta la tua volontà di vivere insieme a lui come una sola carne, di gioire e di crescere insieme, secondo il disegno divino. Che vi vuole lieti e liberi. Non schiavi. Nè del peccato, nè della sofferenza, nè del sacrificio.

Io mi domando invece quanto male faccia ad un figlio, avere dei genitori con un lavoro precario...
Sarebbe bello avere tutti famiglie come quelle del "Mulino Bianco", un papà giovane ed aitante che va a lavorare in ufficio alle 9, una mamma altrettanto giovane e avvenente, i figli tutti belli allegri e collaboranti...

Uno, no di certo. Il bene di un figlio non è il bene "altrui" come lo ha interpretato tu, e sai bene che io non intedevo "altrui=figlio". L'altrui, o l'altro, in questo caso si riferisce al coniuge, al compagno/a. Per quanto ci possano essere sentimenti profondi che legano due persone e dai quali scaturisce il desiderio di mettere al mondo un figlio, quei sentimenti possono affievolirsi e sparire per un milione di ragioni. Il bene di mio figlio sta nel non renderlo infelice se io non amo più suo padre o sua madre e se tra me e suo padre, o sua madre, non c'è altro che frustrazione. Io genitore ho il dovere di prendermi cura di mio figlio nel migliore dei modi e se so che la rabbia, il rancore, la frustrazione mia e dell'altro genitore sono direttamente ed indirettamente fonte di dolore per lui, io mi separo, non per il mio bene, ma per il bene di mio figlio. Nascondersi dietro una apparente sopportazione non giova alla famiglia, anzi le causa solo ulteriori squilibri. Conosco ottimi genitori separati e pessimi genitori che stanno ancora insieme nonostante il loro pessimo rapporto. I figli dei primi stanno molto meglio dei figli dei secondi, credimi.

E' spaventoso quando i figli minori diventano il campo di battaglia dove si combattono i genitori che si odiano: restano macerie.
Mille, stramilioni di volte meglio, un divorzio.

Luciano, posso capire che tu come ogni altro essere umano aspiri a vivere lieto e libero ma che cio' faccia parte del disegno divino e' un po' piu' arduo da stabilire. Gesu' ha invitato a seguirlo offrendo l'altro regno, quello dei cieli che presuppone l'abbandono di qualsiasi forma di attacamento per questo mondo.
Cio' che rende schiavo non e' il peccato ma la passione che lo provoca.
La sofferenza puo' essere superata solo accettandola ed il sacrificio nobilita le nostre azioni e contribuisce a domare le bizze dell'ego.

Oh no! No,no, no e poi no! Uno, io posso comprendere che tu creda profondamente in certe cose, e credimi se ti dico che ti rispetto per questo, ma abbi pietà, per favore. Non parlare di sofferenza che va accettata e che nobilita perché questa è un'idea distorta che solo il cattolicesimo "infligge" ai suoi seguaci.
Dio non è sofferenza. Gesù Cristo non è sofferenza e la sofferenza del corpo e dello spirito non sono fuochi purificatori per ascendere verso il Paradiso. Le sofferenze fisiche e psichiche si possono curare in modi diversi. La sofferenza non è una condanna a vita e a morte.
Ti chiedo di nuovo: abbi pietà. Per me è un tormento vero ed una sofferenza reale leggere e sentire certe cose.

C'è un bellissimo detto hiddish che dice: "beh, certo, polvere eravamo e polvere diventeremo. Ma ciò non toglie che, nel frattempo, ci si possa fare un buon bicchierino e una buona risata"
La Bibbia (dalla Genesi all'Apocalisse) è percorsa dal sapore per la vita, con tutte le sue tragiche e complesse contraddizioni, ma anche con tutte le sue bellezze, prima tra tutte il gusto dell'amore.
Viene detto di alcuni patriarchi: "morì, sazio di giorni". Dall'orizzonte biblico è assente il senso perverso del masochismo controriformista tipico di certo cattolicesimo catacombale che sguazza nella sofferenza come valore, nel BEL DOLORE che ci renderebbe graditi a Dio. Certo: Dio è vicino a chi soffre: ma perchè soffre con noi non perchè esulta per i nostri dolori. Il disegno divino (per un cristiano) è la gioia eterna, il godimento immenso, nello stesso tempo personale e collettivo, in Dio, con Dio e grazie a Dio.
Ma da questo orizzonte la sofferenza NON è un valore, mai lo è stato e mai lo sarà. Può essere solo un segnale, un indizio. Come la fitta al fegato che mi fa dire: accidenti, è il caso che io riduca i calamari fritti e le patatine fritte.

Finito Yom Kippur in Arabia Saudita !
Luciano, hai ragione quando dici "E' spaventoso quando i figli minori diventano il campo di battaglia dove si combattono i genitori che si odiano". questo accade spesso anche dopo il divorzio, anzi ...

Luciano,
dimentichi il libro di Giobbe

Ehi, quella di Caino e Abele mi è venuta in mente scrivendo, era solo una boutade e non una conclusione del discorso. Ciò non toglie che io sia a favore delle unioni omosex e non solo: anche delle adozioni.

Per quanto riguarda il divorzio, trovo aberrante il discorso di Uno: che io debba sacrificarmi ai figli. Per un semplice motivo: io come figlia non chiederei mai e poi mai sacrifici ai miei genitori, tanto è vero che sono anni che me ne sto per conto mio (con notevoli difficoltà..) ma senza chieder loro nulla. E loro se ne vanno in giro per il mondo godendosi la pensione. Tanto sappiamo che io son qua in caso di bisogno e loro son lì se ne ho bisogno io. Ma siamo due vite diverse. Ho una famiglia mega-allargata fatta di decine e decine di cugini che si sono separati nel tempo e hanno creato nuovi rami che però continuamo a frequentare, e credimi: quest'albero, quando cresce così, è veramente spassoso (alla nostra ultima festa dei cugini eravamo una ventina di persone tra famiglie vecchie e nuove).
Tutto sta nell'intelligenza delle persone, nel modo in cui affrontano la cosa, come diceva Luciano. Fine.

Dedico a Uno una battuta di un dialogo di Csi di ieri sera:
Quando a una persona si fulmina una lampadina, esce e se ne va a comperare una nuova. Quando la lampadina si fulmina a un cattolico, lui se ne sta al buio chiedendosi: ''Ma dove ho peccato?''

(a dirla era un prete cattolico)

Alessandra, non partire per la tangente, ''la sofferenza puo' essere superata solo accettandola'', questo ho scritto, il resto lo hai aggiunto tu.
Non accettare la sofferenza e'causa di ulteriore sofferenza, come fai a non comprendere che il rifiuto aumenta il dolore mentre l'accettazione lo lenisce facilitandone la sopportazione.Cio' non significa essere masochisti, non significa augurarsi sofferenza e non significa darle particolare valore anche se la sofferenza e' spesso portatrice di riflessione profonda e crescita interiore.
Luciano, la gioia eterna non e' di questo mondo e se puo' capitare di averne un assaggio in questa vita cio' si verifica in condizioni che non sono mai accompagnate da appagamento per gratificazioni mondane.

Giobbe finisce bene.
E comunque è uno dei libri più complessi e misteriosi dell'intera Bibbia, uno di quelli su cui non si finisce mai di interrogarsi. Certo che Dio, all'inizio della fabula, si comporta in un modo atroce, permettendo al Diavolo di massacrare la vita di Giobbe, accoppandogli figli e nuore, distruggendogli tutto, facendolo ammalare. Insommma, nel I e II capitolo del libro di Giobbe, lasciando volutamente il poveraccio e tutti i suoi parenti e lavoratori in balia di Satana, Dio fa proprio lo "stronzo". Si può dire? E' una bestemmia?
Che poi alla fine Giobbe recuperi la salute e i suoi averi non cancella l'orrido arbitrio di Dio che, per una scommessa con Satana, permette che il Male imperversi su Giobbe.

Riporto (già l'avevo fatto mesi e mesi fa) una splendida preghiera medievale. che può essere usata anche come bussola laica (basta, se non siete credenti, adattarla leggermente):
Signore,
dammi
la forza
di cambiare le cose
che posso cambiare.
Signore,
dammi
la serenità
di accettare le cose
che non posso cambiare.
Ma soprattutto,
Signore,
dammi
la saggezza
di distinguere tra esse.

Si molto bella, sembra sia stata scritta dal teologo protestante americano Reinhold Niebuhr. Pensa che nella chiesetta di villa Revoltella e' riportata nella seguente versione:
''Signore dammi la serenita' per accettare le cose che devo,ilcoraggio per cambiare quelle che posso e la saggezza per distinguerle.''
Sintetizza la capacita' di partecipare attivamente al nostro destinosapendo gestire e riconoscere, quasi alchemicamente,cio' che si impone dall'alto da cio' di cui possiamo disporre....accettazione, discernimento, azione conforme.

Un uomo o una donna sono esserei assolutamente unici e irripetibili.
Se si crede a questo, prendendo semplicisticamente a prestito il criterio di trasitività dell'uguaglianza (ma qui semmai sarebbe quello dell'incongruenza), anche l'unione tra un uomo e una donna è a sua volta una realtà unica e irripetibile.
Per cui non credo sia utile fare alcuna considerazione tendente a generalizzare.
E infatti ognuno ha i suoi convincimenti basati sui pochi o tanti (ma mai ovviamente rappresentativi del tutto) esempi a cui riferirsi. Penso che ognuno di noi conosce realtà dove i figli di coppie separate non solo non sembrano avere problemi, ma a volte si mostrano più sereni dei figli di coppie molto unite anche affettivamente. Anche perché, oggi molto più di ieri, questa serenità, oppure il suo opposto, non la ricevono essenzialmente dalla famiglia; no, oggi la "(in)felicità" dei figli può dipendere anche da molti altri fattori extrafamiliari che agiscono più o meno pesantemente nell'ambiente di vita degli stessi.
Ciò detto, trovo non solo ovvio ma un po' ipocrita e, come al solito, molto interessata dal punto di vista della propaganda cattolica, l'affermazione di paparazzi.
Nel merito della giusta, dal suo punto di vista di credente, risposta di Luciano, mi limito a dire che per me Adamo, Eva, Caino e Abele sono solo metafore della nascita e della morte, del bene e del male ecc. ecc.

Bravo, Irnerio: la Genesi (nei primi capitoli) fa un racconto mitico sull'umanità, sul bene, sul male, sul senso della vita, sul rapporto con Dio, sulla violenza. E' un testo inesauribile, in cui si può continuare a scavare senza mai stancarsi di trovare pietre preziose, di capire moltissime cose su tutti noi. Ma ovviamente non si deve farne una lettura letteralista e fondamentalista: che Dio creò la Terra in sei giorni e il settimo si fece una pennichella perchè era stanco visto che l'acqua gli spandeva dappertutto, che poi buttò su Adamo usando un po' di fangiglia tipo plastillina, che quindi costruì Eva da una costola di Adamo come una specie di Frankenstein, che dopo Eva si fece turlupinare da Serpente e (appena lei e Adamo si sbafarono il frutto proibito) il Signore fuori di matto...

L'affermazione del Papa è categorica, assolutista. Ma come si fa a giustificare tutto per fede...a non aver mai dubbi? Un caro saluto, Fabio

""La famiglia non è un gruppo di persone che stanno insieme costrette da un vincolo giuridico o religioso. Sono alcune persone che si amano e che, in modo solidale, tra alti e bassi ma in maniera complessivamente accogliente e responsabile l'una verso l'altra (ciascuna secondo le sue possibilità), vivono insieme.""
---
Piccolo problema.
Tu Luciano descrivi la famiglia come dovrebbe essere.
Ma raramente, moooolto raramente E' così.
E allora ?

La descrizione di Luciano e' forse piu' adatta ad una comunita'dei figli dei fiori. Sembra si consideri poco il fatto che il matrimonio, con la nascita di figli, mette in atto un progetto che comunque terra' legati i partecipanti per tutta la vita. Se e' vero che due coniugi possono perdere interesse l'uno per l'altro e' altrettanto vero che avere un figlio insieme costituira' un vincolo che non puo' esaurirsi con la convivenza.Ci sono molti casi in cui la totale irresponsabilita' (o peggio) di uno dei coniugi (pricipalmente l'uomo anche se non sempre) rende la convivenza talmente nociva per i figli che la separazione non solo e' necessaria ma d'obbligo. Esistono pero'casi altrettanto numerosi in cui la rottura e' dovuta a momentanee crisi, infatuazioni o semplice noia e quando cio' avviene i figli diventano appunto quel campo di battaglia dove gli unici a guadagnare sono gli avvocati. Ora, credo che e' facendo riferimento a questo tipo di casistica che vada visto l'appello a chiedersi se il bene che ci vogliamo procurare vale il male che procuriamo ai figli.

Io non ho descritto una famiglia IDEALE.
Ho provato a buttar giù un'idea di famiglia "reale" che affronta difficoltà.
Ho scritto infatti: "..tra alti e bassi ma in maniera complessivamente accogliente e responsabile..."

Uno, mi spaventa questa concezione soffocante dell'amore e della famiglia. Il quadro che fai assomiglia più all'ergastolo che non a un rapporto umano.
L'amore tra due persone può finire perché è un fatto umano e le cose umane hanno un inizio e una fine.
E, se ciò capita, non accettarlo e non accettare le sue conseguenze è una negazione della realtà.
E negare la realtà non è mai sano.
La maturità delle persone, ripeto, si vede appunto nell'accettare questa realtà e nel comprendere che il legame con i figli sopravvive e prescinde dal rapporto di coppia perché i figli sono persone in sé, non una prooiezione della coppia e i genitori li amano in quanto persone.

In una coppia accade che il rapporto si evolva, migliori, peggiori, torni a migliorare, attraversi momentacci e difficoltà, attimi di splendore e periodi di nebbia: ciò è del tutto normale. Così come nell'arco di un mese il sole sorge e tramonta, piove e fa bello, magari grandina e tuona e un pomeriggio casca la neve.
Il problema arriva quando un matrimonio fallisce e dichiara bancarotta, la coppia è un disastro, i due non si sopportano più, la mattina il sole non sorge più e c'è sempre notte. E per intravvedere la luce uno dei due coniugi (o entrambi) vedono un'altra persona che è al di fuori del matrimonio. Bisogna restare a forza in quella prigione in cui ci si è cacciati anni prima? Nutrendo cupamente rancore (indifferenza nella migliore delle ipotesi) verso il coniuge? Non è meglio andare ognuno per conto suo?

E' una visione semplicistica, ma non riesco a togliermi che la liberta' spesso citata nel DNA della sinistra sia piuttosto una liberta' di fare le cose facili, di evitare le cose difficili. La sofferenza e' si un dono di D-o, ma non la sofferenza fine a se stessa, bensi' intesa come processo di maturazione e di evoluzione. Mettersi alla prova e creare quello che sembrava impossibile. Allora si assapora il dono di D-o. Liberta' non e' uguale comodita'. Io sono favorevole al divorzio, ben inteso, ma mi piacerebbe che ci fosse un elemento che costringa le persone a fare un profondo esame di coscenza, anche doloroso, prima di decidere di mettere al mondo dei bimbi e creare una famiglia. Qualcosa che distrugga l'egoismo naturale dell'uomo e tragga amore da riversare nella famiglia. Rompere l'egoismo, amare almeno mia moglie come me stesso. Mica facile, mica e' un processo rapido e per certi versi indolore. Ma ne vale ben la pena !

IL DIVORZIO: costringe sì, le persone a guardarsi dentro di sè. Altroche se lo fa. Perchè il divorzio non è certo indolore, per i due coniugi.
LA SOFFERNZA:
Come "dono di Dio"? Non lo credo affatto: il mio Dio è profondamente diverso. Il mio Dio, il Dio biblico, il Dio di profeti come Abramo o Martin Luther King, il Dio che si incarna in Gesù Cristo NON vuole la sofferenza di nessuno ma la gioia, la libertà, l'amore. In questo percorso cosmico e personale, accade (inevitabilmente e tragicamente è accaduto, accade e accadrà) che vi sia la sofferenza. Forse da usare come concime per crescere. Ma non certo da gustare come un frutto piacevole.

Luciano,
quando dico che la sofferenza deve essere intesa come "processo di maturazione e di evoluzione" intendo proprio che si tratta del concime per crescere (be' la tua metafora e' molto piu' efficace delle mie parole, lo ammetto!). senza questo concime viviamo di liberta' effimere, quasi come bestie. Cosi' la sofferenza del divorzio e' un bene (un dono!), perche' guardando dentro di se' si puo' crescere. Per questo sono favorevole al divorzio. e al matrimonio, naturalmente...

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