Dire che sono stanco è un eufemismo.
Ieri mi sono alzato verso le cinque, partito alle sei e un quarto con mia figlia e le nostre amiche Gea e Antonella detta Pucci, messi in fila alle sette e tre quarti per conquistare prima il numerino e poi il braccialetto d'ingresso al pit (l'area sotto il palco), ore d'attesa sotto il sole cocente, crema antiscottature protezione 50, entrati allo stadio alle tre e tre quarti, poi ore e ore sotto il palco, Tatjana è venuta più tardi in curva con altre amiche e parenti, tornati a casa alle due e mezza di notte.
Un piede dolorante, t-shirt fradicia, sei litri d'acqua bevuti, due panini vegetali fatti a casa e divorati a Udine (il secondo, quello delle diciotto, era diventato un panino caldo), voce arrochita dopo tre ore di cori springsteeniani, un vago mal di testa, tutti i muscoli che gridano "pietà!!", sonno in arretrato, adrenalina che ancora galoppa per le vene, una giornata di ferie.
Ne valeva la pena?
Chi ha vissuto almeno un concerto di Bruce Springsteen & the E Street Band sa già la risposta: sì.
Per tre ore, tre ore in cui ribollono rock, gioia, allegria, commozione, partecipazione, vibrazione collettiva, energia, elettricità, fisicità, riscatto degli sconfitti dal potere, viaggio verso la terra promessa, amore profano e mescolanza tra le genti, per tre ore il mondo e il tempo sembrano aver trovato il giusto binario e la colonna sonora che calza come un guanto alla realtà.
E quest'omino di sessant'anni, che parte con Sherry darling in versione tarantella con tre fisarmoniche e poi non si ferma un attimo, finita una canzone cambia rapidissimo la chitarra e riparte con il suo "one two three four" per tuffare la sua spettacolosa band in un'altra galoppata sonora ed emotiva, quest'omino che corre e tocca le braccia e le mani del suo pubblico felice, quest'omino che ride soddisfatto per la musica che fa, quest'omino che spara canzoni rabbiose e civili contro la polizia newyorkese che alcuni anni addietro uccise con 41 colpi di pistola uno studente di colore sospettato di tutto ma innocente di tutto ("un errore" dissero), quest'omino che dopo mezz'ora di concerto strepitoso mi strappa le lacrime perchè davanti a un pubblico abbastanza moscio dice nel suo italiano stentato che loro della band hanno bisogno che la gente partecipi e faccia rumore e allora come un giovane musicista esordiente che deve convincere una platea diffidente che ancora non lo conosce si lancia in due pezzi di un'energia che lasciano stupefatti Murder incorporated e Johnny 99 dove la carica di quest'omino mi fa salire le lacrime agli occhi perchè a sessant'anni chi glielo fa fare a dannarsi in questa maniera? Chi se non il suo cuore grande come l'intera storia del rock?
E poi ha continuato così, a quei livelli che lo rendono unico.
Streets of fire e Born in the Usa potentissime.
Waitin' on the sunny day col ritornello fatto cantare a una bambinetta sotto il palco.
Dancing in the dark con una ragazza del pubblico presa sul palco a ballare con lui.
Summertime blues e Twist and shout/La bamba che avrebbero svegliato anche l'attuale opposizione italiana.
Something in the night commovente.
Poi, dopo quasi tre ore tirate allo spasimo, con tutta la band schierata a ricevere felice le ovazioni dei trentacinquemila dello Stadio Friuli che non volevano lasciarli andar via, Bruce ha fatto un altro gesto che (visto da vicinissimo) m'ha intenerito. Sorridendo e grondando sudore, s'è portato una mano al cuore e ha fatto cenno di no, come a dire: "ragazzi, sono stanco anch'io".
Non posso dargli torto.
E non voglio che muoia sul palco.
Non per qualche decennio ancora.
Nelle primissime file c'era di tutto: italiani, austriaci, sloveni, croati, panze impressionanti, inglesi, bambini, giovani rocker, bambine bionde, sessantenni con la coda, adolescenti, stupendissime trentenni, enormi friulani che magnavano mostruosi paninazzi, ragazzine, gay in adorazione del Boss, attempati hippies, nonnette coi nipotini, coppie di mezzetà, ventenni estasiate da Bruce, padri e figlie (ahò! io e mi' fijia...).
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